venerdì 8 luglio 2016

La Valle di Kathmandu: geografia e storia

View over Kathmandu 2005.JPGLa Valle di Katmandu è un luogo estremamente interessante da numerosi punti di vista: naturalistico-geografico, storico, cultural-religioso ed artistico.
Purtroppo il terremoto del 2015 ha distrutto e danneggiato molti monumenti, ma grazie alla notevole abbondanza sono anche numerosi quelli che si sono salvati o che iniziano ad essere restaurati.
In questa prima parte descriveremo gli aspetti naturalistico-geografici e storici, nella seconda parte quelli religioso, culturale ed artistico.

Collocata geograficamente in mezzo alle verdissime colline pre-himalayane, ad un’altitudine di circa 1.300 m s.l.m., seppur vittima di un sempre crescente sovrappopolamento, la Valle di Kathmandu offre ancora numerose aree verdi coperte dai campi e da una lussureggiante vegetazione.
Anticamente infatti la zona era un enorme lago che si prosciugò improvvisamente a causa di movimenti sismici che crearono una spaccatura a sud, in una zona chiamata oggi Gola di Chobar, dalla quale defluì l’acqua, che lasciò dietro di sé terreni particolarmente fertili.
Purtroppo le foreste vere e proprie sono ormai pressoché sparite dalla pianura, ma occupano ancora, più o meno indisturbate, le colline che fanno da contorno, e grazie a questo, nella valle sono presenti numerosissime specie di piante, fiori, animali, uccelli e insetti.
A fare da cornice, verso nord, si estende la meravigliosa catena himalayana con le alte cime innevate, osservabili, durante le giornate serene, da molti punti della valle, tra cui panoramicissimi villaggi (come Nagarkot e Dhulikel) situati sulle colline nella zona orientale.

Dal punto di vista storico la Valle di Katmandu è sempre stata il fulcro della politica nepalese, visto che al suo interno si trovano le tre più importanti città del Nepal: Kathmandu, Patan e Bakhtapur.
Per lunghi anni questi nuclei urbani furono regni indipendenti, finché intorno al 1300 tutta la Valle fu sottomessa dalla dinastia Mallia di Kathmandu.
Questo però non segnò la fine della frammentazione della valle, poiché la dinastia si divise e nello stesso momento più di un re Mallia governava sulle tre città.
Bisognò quindi aspettare ancora quasi cinquecento anni (1768) prima che la valle venisse davvero unificata, ad opera però di una dinastia proveniente da fuori, precisamente dagli Shah di Gorkha (città situata a un’ottantina di chilometri a ovest).

Data la posizione alquanto remota, una caratteristica storica peculiare della Valle di Kathmandu, e più in generale del Nepal, è che non fu mai assoggettata da invasori stranieri, né dai mussulmani, né dagli inglesi.
I mussulmani governarono il nord dell’India per quasi 500 anni, ma in Nepal si limitarono a sporadiche scorribande, grazie anche a tatticissimi matrimoni di convenienze tra principi nepalesi e mussulmani, come testimoniato ampiamente dal nome stesso della dinastia governante: Shah.
E neppure gli inglesi governarono mai sul Nepal, sebbene le battaglie combattute tra le due parti li abbiano sempre visti uscire vittoriosi; data però la posizione remota e la limitata presenza di risorse (almeno in confronto all’India) gli inglesi non ne fecero mai una propria colonia, seppur ne abbiano limitato chiaramente le mire espansionistiche.
Bisogna ricordare che in passato il Nepal era molto più esteso dell’attuale territorio, arrivando a comprendere tutta l’area che va dal Kashmir fino al Bhutan, e a sud fin quasi alle rive del Gange.

Più recentemente, nel 1846, la dinastia Shah subì una strana congiura, fondamentalmente un intricato complotto di palazzo, che vide l’uccisione di un gran numero di nobili e portò al potere un giovane spietato quanto ambizioso, tal Jung Bahadur, che cambiò il nome della dinastia nel più prestigioso Rana e isolò completamente il paese per circa un centinaio di anni.
Finché i cambiamenti politici che interessavano le zone circostanti non giunsero nella valle, istigando il vecchio Re Shah Tribhuvan a rovesciare la dinastia Rana e costringere gli inoperosi e scialacquatori regnanti a fuggire dal paese.
Infine, quando il Nepal sembrava iniziare un lento ma progressivo sviluppo, il misterioso e ormai noto massacro al Palazzo Reale, nel Giugno 2001, diede il via ad una lunga serie di drammatici sconvolgimenti politici terminati in questi anni con la fine della monarchia e l’instaurazione della repubblica.

Tutti questi recenti avvenimenti sono accaduti a Kathmandu, ponendo ancora una volta la valle al centro della turbolenta storia nepalese.

giovedì 7 luglio 2016

I templi più importanti di Varanasi

La sacra città di Varanasi, o Benares (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/05/i-nomi-di-varanasi.html), è nota per vari motivi religiosi, tra cui quello di ospitare un numero incalcolabile di templi.
Le guglie dorate del Vishwanath Mandir
Dalle grandi costruzioni dedicate alle divinità più venerate, ai piccoli templi privati custoditi all’interno delle abitazioni, si possono trovare pressoché ovunque.
Per fare una breve panoramica, ci limitiamo a citarne 5 tra i più interessanti e importanti dal punto di vista religioso: i due Shiva Vishwanath (sia l’antico, che il moderno), Sankat Mochan, Durga Temple e Tulsidas Temple.
Purtroppo a causa delle ripetute distruzioni da parte dei mussulmani, nessuno dei suddetti templi risulta essere particolarmente antico, ma sono stati ricostruiti a partire dal XVIII secolo.

Classico esempio della storia travagliata dei templi di Varanasi è quello di Shiva Vishwanath, il più importante tempio della città, dedicato a Shiva Signore dell’Universo e collocato tra gli stretti ed affollati vicoli della zona vecchia.
Distrutto dai mussulmani, i quali costruirono sullo stesso sito una moschea, fu successivamente riedificato poco lontano, facendo oggigiorno la zona una delle più calde nelle talvolta tese relazioni tra indù e mussulmani; seppur bisogna notare che, almeno nel recente passato, non si siano mai verificati casi particolarmente gravi.
Oltre a questo, agli stranieri è proibito l’ingresso (nonostante Shiva Vishwanath sia il Signore dell’Universo, del quale si suppone anche gli stranieri facciano parte) per cui non ci è possibile dare una descrizione di prima mano del posto.
Bisogna anche notare che questo tempio è affollato di pellegrini durante tutto il giorno, quindi se anche fosse possibile entrare, sarebbe comunque difficile poter apprezzare con calma l’atmosfera sacra ed i dettagli artistici.
Caratteristica del tempio è quella di possedere ben tre cupole rivestite d’oro, donato da un Maharajà del Punjab, e grazie al quale viene chiamato talvolta Tempio d’Oro.
Appellativo che dovrebbe guadagnare, in un prossimo futuro, ulteriore credito, visto che il comitato che si occupa della gestione del complesso religioso ha recentemente indetto una colletta del prezioso materiale per raggiungere una quota di circa 500 chili, con i quali ricoprire anche i tetti di altri tre templi ospitati nel complesso.

Le differenze e le discriminazioni religiose sono opera dell’uomo, non certo di Dio o delle Divinità, e grazie alla nota magnanimità e compassione di Shiva (chiamato anche Il Grande Donatore), agli stranieri non viene fatta nessuna restrizione per visitare il nuovo Vishwanath Temple, ospitato al centro del bel campus universitario.
Sebbene la divinità venerata all’interno sia la stessa di quello più antico, esso possiede caratteristiche completamente differenti, primo tra tutti il fatto che vi si accede attraversando il tranquillo campus dell’università, invece dei vicoli costantemente intasati dove si procede sostanzialmente a gomitate.
La costruzione di marmo bianco risulta essere anche piuttosto piacevole e vistosa, con la grande shikara (torre piramidale) bianca che si staglia sopra gli alberi, osservabile da vari punti del campus.
E nonostante sia stato costruito recentemente, questo tempio ha anche una certa importanza artistica visto che la struttura pare essere una copia fedele dell’antico tempio distrutto dai mussulmani.
All’interno, tra gli ampi e freschi ambienti di marmo, è custodito uno Shiva Lingam (simbolo fallico del Dio), ma è molto piacevole anche notare l’incredibile pulizia, che stona quasi con la maggior parte dei templi della città nei quali bisogna spesso camminare sopra fiori marci, dolci al latte disciolti, api agonizzanti ed altre sozzure simili.

Ad esempio questo accade al famoso tempio Sankat Mochan, dedicato al dio scimmia Hanuman, dove bisogna lasciare le scarpe fuori e percorrere scalzi il grande giardino.
Questo tempio, oltre che per l’affetto religioso verso una delle divinità indù più amate (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/02/il-dio-scimmia-hanuman.html), è noto per almeno due motivi: un programma musicale di una settimana, che si svolge in genere nelle caldi notti di Aprile e richiama artisti di musica e danza classica indiana di fama internazionale.
Altro motivo della notorietà del tempio Sankat Mochan è l’essere stato vittima di un attentato nel 2006 che causò la morte di circa una ventina di persone.

Il Durga Temple è dedicato alle dea Durga ed è probabilmente il tempio dedicato alle devi (divinità femminili) più importante della città.
Caratteristica, oltre al colore rosso scuro del complesso, la grande vasca, chiamata Durga Kund, la cui acqua, seppur non pulitissima trovandosi in piena città, ospita numerosi pesci, alcuni martin pescatore semi-stanziali e l’occasionale cormorano minore.
La piccola costruzione a torre che ospita la stanza dov’è conservata la statua della divinità si trova all’interno di un cortile quadrato, circondato da un porticato e da un’ampia terrazza al secondo piano.
L’accesso agli stranieri dovrebbe essere consentito, anche se durante i momenti più trafficati può essere proibito o limitato alla piacevole terrazza.

Non molto lontano si trova il Tulsidas Temple dedicato al poeta Goswami Tulsidas ed al suo poema epico, il Ram Charit Manas (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/06/il-poema-epico-ramcharitmanas.html), costituito da un grande e vistoso edificio in marmo bianco, ospitato in un piccolo ma curato giardino.
Pare proprio che uno dei motivi della sua costruzione, intorno al 1964, sia stato quello di offrire ai pellegrini dei villaggi un esempio dello sfarzo e dello sviluppo delle città.

All’interno, piuttosto sobrio per essere un luogo di culto indù, si trova una grande stanza sui muri della quale, tra immagini di divinità ed eventi mitologici, è stato scolpito il testo del poema.

mercoledì 6 luglio 2016

La città di Jaipur

Hawa Mahal Jaipur.jpg
L'Hawa Mahal (Palazzo dei Venti)
Con una popolazione di circa 3 milioni di abitanti, Jaipur è la città più grande e la capitale dello stato indiano del Rajasthan.
Fondata nel non lontano 1727, ancora oggi conserva quasi intatta la planimetria originale protetta da una cinta muraria al cui interno si trovano alcuni dei più famosi monumenti indiani.

Per sopperire alla cronica carenza d’acqua, ospitare la crescente popolazione e  migliorare il sistema difensivo, il Maharajà di Amer, Jai Singh II, decise, verso i primi anni del XVIII secolo, di fondare una nuova città, in un’ampia pianura distante circa una decina di chilometri dall’originale capitale Amer.
Grazie alle estese ricchezze della dinastia ed ai numerosi interessi del fondatore, ben presto Jaipur divenne la città più importante ed artistica del Rajasthan, posizione che seppe mantenere anche grazie ad intelligenti rapporti diplomatici con gli invasori stranieri, prima i Moghul quindi gli inglesi.
In questo modo la città ebbe una storia piuttosto pacifica ed è per questo motivo che ancora oggi ospita pregevoli monumenti ottimamente conservati.

In particolare meritano una citazione (e possibilmente una visita): l’osservatorio astronomico del Jantar Mantar; il palazzo reale, chiamato City Palace; l’Hawa Mahal, il cosiddetto palazzo dei venti; e l’antico luogo di pellegrinaggio indù di Galta.
Anche le fortificazioni di Jaipur situate nei pressi della città si sono conservate piuttosto bene, soprattutto il gigantesco Forte di Amer, per i dettagli dei quali rimandiamo ad un precedente post dedicato al soggetto (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/03/forti-del-rajasthan-ii-parte.html).

Le lunghe mura della città formano una sorta di grande rettangolo diviso da un’ampia via centrale dalla quale si dipartono perpendicolarmente altri viali e strade con un semplice ma efficace piano urbanistico ispirato ai principi del Vastu Shastra e Shilpa Shastra (due antichi manuali di architettura)
Particolare che colpisce subito l’occhio dei visitatori e per il quale Jaipur viene chiamata “The Pink City”, le mura e gran parte degli edifici di quest’area sono colorati di rosa, tradizione iniziata nel 1876 dal Maharajà Sawai Ram Singh, come benvenuto per una visita del Principe di Galles Edoardo Alberto, che nel 1901 diventerà Re d’Inghilterra, con il nome Edorardo VII.

I tre monumenti principali di Jaipur si trovano poco lontani gli uni dagli altri rendendo quindi la loro visita, oltre che interessante, anche piuttosto comoda.
Entrando attraverso le mura presso la Chandpol Gate e proseguendo lungo alcune deviazioni sulla sinistra, si giunge al meraviglioso Jantar Mantar, un gigantesco osservatorio astronomico ospitato dentro ad un ampio giardino.
Tra i vari interessi del fondatore della città Jai Singh II vi fu infatti l’astronomia, per lo studio della quale, tra il 1724 ed il 1735, fondò ben cinque grandi osservatori situati in importanti luoghi astronomici dell’India, oltre a Jaipur: Delhi, Ujjain, Mathura e Varanasi.
Lo Jantar Mantar di Jaipur è sicuramente il più grande e complesso tra questi osservatori ed ospita numerosi strumenti, spesso anche di gigantesche dimensioni, per calcoli astronomici quali la posizione del sole, delle stelle e dei pianeti.
L’altissimo gnomone della meridiana principale è addirittura fornito di ripide scale di pietra sulla cima delle quali si può godere di un’ottimo sguardo panoramico sul resto del complesso, nonchè della città.

Poco oltre l’entrata dello Jantar Mantar, sulla sinistra si trova il grande ed elaborato portale di marmo per accedere al City Palace, l’enorme complesso del palazzo dei Maharajà di Jaipur, che ospita meravigliosi e decoratissimi cortili ed edifici, in un piacevole stile ispirato all’architettura Rajput, Moghul ed Europea.
Tra i monumenti più importanti: il decoratissimo Mubarak Mahal in marmo bianco costruito come luogo dove ricevere i visitatori e che oggi ospita invece un piccolo museo di curiosità da Maharajà, soprattutto vestiti.
Il Chandra Mahal (letteralmente Palazzo della Luna) è l’edificio più imponente, costruito in marmo ed arenaria e dentro al quale sono ospitate alcune delle stanze più sfarzose del complesso del City Palace.
Degne di nota sono anche le decoratissime porte d’accesso al cortile del Chandra Mahal, tra cui la meravigliosa Porta del Pavone, sormontata da tre coloratissimi pavoni.
Molto eleganti sono anche la Diwan-I-Khas, la sala delle udienze private, e la Diwan-I-Aam, la sala delle udienze pubbliche.
Purtroppo questi sono gli unici edifici aperti al pubblico a causa del fatto che gran parte del City Palace è ancora oggi abitato dai discendenti della famiglia reale.

Proseguendo per qualche decina di metri l’apparentemente insignificante stradina di fronte all’uscita, si giunge all’entrata del Hawa Mahal, il noto Palazzo dei Venti.
Dopo aver ammirato lo sfarzo del City Palace, l’interno del Hawa Mahal risulta abbastanza spoglio e non particolarmente interessante, se non fosse la parte superiore dove si accede al famoso muro riccamente decorato.
È questa infatti la parte più artistica, grazie alle numerosissime finestre scolpite a nido d’ape nell’arenaria che permettevano alle donne di guardare fuori senza essere a loro volta osservate; chiaramente si apprezza ancora meglio dalla strada esterna che scorre ai suoi piedi.

Il complesso religioso di Galta si sviluppa in una piccola gola appena fuori dalla città ed ospita alcuni templi, ostelli e centri di meditazione.
Nonostante questo, escluso i periodi di festa, l’area risulta essere piuttosto tranquilla ed il percorso che l’attraversa molto piacevole.
Appena oltre la cinta muraria di Jaipur, presso la grande Surajpol (Porta del Sole), si trova un ampio sentiero che sale a zig zag fino alla cima di una ripida e brulla collina, dov’è collocato il panoramico Tempio del Sole.
Alle sue spalle si apre la gola di Galta scavata da una piccola sorgente d’acqua che viene raccolta in alcune vasche molto suggestive, ricavate tra la scalinata e la roccia.

Nello spiazzo pianeggiante si trovano alcuni templi ed ostelli in un interessante stile indosaraceno.

martedì 5 luglio 2016

La città di Delhi, I parte

Americana 1920 Mosque - Mosque at Delhi.jpg
La Jama Masjid di Old Delhi
Con una popolazione di circa 16,3 milioni di abitanti, Delhi è la seconda città più popolosa dell’India, mentre l’area urbana, con una popolazione stimata di circa 25 milioni, è la terza più grande al mondo.
Questo sovrappopolamento, unito alle ancora limitate risorse finanziarie, è causa di numerosi problemi, su tutti il traffico e l’inquinamento, tanto che Delhi viene considerata, secondo certe stime, la città più inquinata del pianeta.
Per questi motivi, agli occhi dei visitatori stranieri, Delhi rappresenta una semplice tappa forzata per la presenza del grande aeroporto internazionale Indira Gandhi, ma cercano di trascorrervi meno tempo possibile.
In realtà, grazie ad un lungo ed illustre passato, la città avrebbe molto da offrire, con numerosi siti di notevole importanza storico ed artistica.
Purtroppo, oltre ai già citati traffico ed inquinamento, anche le distanze non aiutano a rendere la visita di questi luoghi molto comoda, ma se si ha tempo, qualche soldo da spendere ed un minimo di intraprendenza, trascorrere alcune giornate a scorrazzare nel traffico indiano a bordo di un autorisciò potrebbe rivelarsi una simpatica ed interessante esperienza.
Per evitare un lungo e noioso elenco (e non è detto che ci siamo riusciti), abbiamo diviso l’articolo in tre post: in questa prima parte descriviamo l’area di Old Delhi, dove sono concentrati un buon numero di luoghi di un certo interesse, nelle due parti successive accenneremo invece ai siti sparsi in giro per la città.
Precisamente: il Rajpath, il complesso del Qutab Minar, la Tomba di Humayum ed il Lakshmi Narayan Temple.

Durante i secoli, nell’area attualmente occupata dal Territorio di Delhi, vennero fondate numerose città, di cui l’ultima in ordine di tempo è stata New Delhi, costruita dagli inglesi e dichiarata capitale nel 12 Dicembre 1911.
Della maggior parte delle più antiche non è rimasta che qualche traccia, in particolare le mura di vecchi forti, mentre si sono conservati piuttosto bene la struttura generale e molti monumenti della penultima, fondata nel 1639, chiamata inizialmente Shahjahanabad, dal nome del fondatore, l’imperatore moghul Shahjahan (già noto per aver fatto costruire il famoso Taj Mahal), e successivamente ridenominata in un più pronunciabile Old Delhi.
La forma di quest’area è grossomodo quella di un quarto di cerchio con fulcro il grande Red Fort e delimitata da mura ormai scomparse, che originariamente possedevano ben 14 porte, di cui molte si sono conservate fino ad oggi.
Di fronte all’entrata principale del forte si diparte Chandini Chowk, la cosiddetta via dell’argento, dove, oltre ai tradizionali negozi di gioielleria, si trovano alcuni interessanti luoghi di culto, tra cui la gigantesca Jama Masjid, la Moschea del Venerdì, situata nei paraggi.

Il Red Fort deve il suo nome all’arenaria rossa, materiale utilizzato sia per le mura che per gli edifici principali.
Costruito nel 1648 dal già citato imperatore Shahjahan ed adibito a residenza imperiale fino al 1857, rappresenta uno dei massimi esempi dell’architettura moghul ed è giustamente inserito tra i siti protetti dall’UNESCO.
Tra i vari edifici che compongono il vasto complesso, che ospita anche splendidi giardini in stile moghul, merita una citazione il Diwan-i-Khas, la Sala delle Udienze Private, dove, fino al 1739, era conservato il famoso Trono del Pavone, in oro massiccio, adornato da pietre preziose, quali il noto diamante Koh-i-Noor, che rappresentava uno dei due occhi del pavone.

Uscendo dal forte ed attraversata una grande e trafficatissima strada, inizia Chandini Chowk la “via imperiale”, storicamente gremita di negozi di gioielli per la ricca clientela che si recava alla corte degli imperatori.
Oggigiorno in realtà sembra una delle tante caotiche strade indiane, ma con un po’ d’attenzione è possibile trovare qualche traccia del suo interessante passato.
Ad esempio, proprio all’inizio della via, sull’angolo sinistro, si trova un importante tempio jaina, considerato il più antico di questa religione a Delhi.
Durante la costruzione della città, l’imperatore Shahjahan invitò numerosi mercanti jaina a stabilirsi nell’area e dopo alcuni anni, nel 1656, venne fondato il Sri Digambar Jaina Lal Mandir, nome altisonante ma che indica semplicemente la setta, digambar, ed il colore rosso del tempio, lal, e grazie alla prominenza sugli altri luoghi di culto jaina della città viene chiamato semplicemente Jaina Temple.
Al primo piano della costruzione principale si trova una grande stanza letteralmente scintillante grazie alle numerose decorazioni dorate, specchi, candele, lumini, e dove sono conservate le immagini di alcuni dei 24 tirthankar, profeti jaina.
Nel complesso del tempio è presente un insolito ospedale per uccelli, a testimoniare la nota pietà jaina, ma che purtroppo non sembra visitabile da semplici curiosi.
In generale, grazie alla piacevole e raccolta atmosfera, il tempio ed il suo curato giardino rappresentano una vera e propria oasi, considerando il traffico caotico che regna appena fuori dal suo cancello.

Proseguendo la via, si incontrano in rapida successione un tempio indù, un gurudwara sikh ed una piccola moschea, mentre, all’estremità opposta rispetto al forte, si trova la Fatehpuri Masjid, moschea fatta costruire da una delle mogli dell’imperatore nel 1650.
Ma il luogo più caratteristico di quest’area è la gigantesca Jama Masjid, la moschea del Venerdì, la più grande dell’India.
Costruita principalmente in arenaria, materiale ampiamente usato per la costruzione di tutta Old Delhi, è formata da una grande spiazzo quadrato, delimitato per tre lati da un lungo porticato, mentre, in direzione de La Mecca, si trova il mihrab, sormontato da tre grandi cupole in marmo; altra caratteristica molto evidente sono i due minareti alti circa 40 metri.
Su quello di sinistra è anche possibile accedervi, tramite una stretta scala a chiocciola ricavata al suo interno, e dalla sua cima si gode di una stupenda vista sulla città.
Purtroppo, per motivi i sicurezza legati al terrorismo e talvolta anche legati alla struttura stessa, non sempre è aperta al pubblico; nel caso vale sicuramente la pena arrampicarsi fin lassù.
Il biglietto per l’accesso al minareto, che si acquista comodamente in un baracchino presso l’entrata, ha un prezzo piuttosto contenuto, considerando anche che l’ingresso alla moschea, vietato solo durante i momenti di preghiera, è gratuito e bisogna solo lasciare qualche spicciolo, o poco più, ai signori che si occupano delle scarpe, che chiaramente si lasciano all’esterno.

lunedì 4 luglio 2016

Il tempio di Pashupatinath

Pashupatinath Pagoda Temple, Kathmandu, Nepal.jpgPashupatinath è la rappresentazione del dio indù Shiva come Signore degli Animali, dal sanscritonath, signore, e pashu, animale.
A lui è dedicato il più importante tempio del Nepal, che dà il nome anche alla zona sacra circostante che si trova nella parte orientale della città di Kathmandu, non molto lontano dall’aereoporto.
Il tempio, costruito in tipico stile a pagoda nepalese a due tetti, possiede una pianta rettangolare piuttosto tozza, ma è dotato di ricche decorazioni che lo rendono decisamente affascinante.
Purtroppo i non indù non possono entrare e bisogna accontentarsi di sbirciare il cortile che lo ospita attraverso il portale principale, oppure, come vedremo più avanti, dagli scaloni che si trovano sulla sponda opposta del piccolo fiume sacro che scorre alle spalle del tempio.
Nel cortile si può facilmente notare l’enorme statua di Nandi, il toro veicolo di Shiva, completamente rivestito di pittura dorata, posizionato di fronte all’entrata del tempio, mentre di fianco è situato un gigantesco tridente di metallo, simbolo di Shiva; di notevole pregio artistico è anche il portale, costruito in oro massiccio.
Il lingam (simbolo fallico rappresentante Shiva) custodito all’interno è piuttosto originale in quanto si tratta di un chaturmukhi, cioè uno shivalingam sui quali sono scolpite quattro (chatur) facce (mukh) della divinità.

Sulla sponda del piccolo fiume sacro dove sorge il tempio vengono effettuate le cremazioni, mentre sull’altra riva si trovano vari santuari, templi e ostelli, ed una scalinata che porta in cima ad una verdeggiante collina sulla cima della quale si trovano altri luoghi di culto.
La zona del lungofiume situata proprio alle spalle del tempio è considerata particolarmente sacra e propizia per i riti funebri e vi vengono svolte le cremazioni di personaggi particolarmente importanti.
Verso sud invece si trova la zona adibita alle cremazioni comuni che si effettuano su delle piattaforme ottagonali, circa 5-6 quelle attive, situate in cima ai piccoli ghat, scalinate che portano al fiume.
Superata la zona delle cremazioni, seguendo la debole corrente del piccolo corso d’acqua, sempre verso sud, si può notare una piccola statua del Buddha, brutalmente semi-interrata, che pare risalga al VII secolo, mentre poco oltre, all’interno di un muro di pietra, si incontra un piccolo complesso di templi molto antichi dotati di scene erotiche particolarmente spinte.

Ritornando nella zona delle cremazioni ed attraversato uno dei due ponticelli di pietra, si accede alla sponda opposta del fiume letteralmente disseminata di santuari, templi ed ostelli.
In cima agli scalini proprio di fronte alla parte posteriore del tempio di Pashupatinath, da dove è possibile assistere ai riti funebri della zona “VIP”, nonché osservare l’interno del cortile del tempio e l’attività frenetica dei brulicanti devoti, si trovano 11 chaitya, piccoli santuari shivaiti tipici nepalesi, di forma quadrata sormontata da un tetto a cupola a forma di fioro di loto rovesciato, all’interno dei quali sono custoditi dei lingam.
Nella zona sud si trovano invece alcuni imponenti tempi in pietra ed ostelli per asceti, dove è facile incontrare pittoreschi sadhu (asceti) nudi cosparsi di cenere.
Di fronte ai due ponticelli di pietra che dividono queste due zone, si trova la scalinata che porta in cima alla collina dove, sulla sinistra, all’interno di un muro di pietra, si trova un complesso di templi vishnuiti.
Sulla destra invece si può notare un’area completamente cosparsa di chaitya ordinatamente in fila: francamente non conosciamo il motivo di una tale concentrazione di santuari, ma il risultato artistico e l’atmosfera che creano sono indubbiamente suggestivi.
Proseguendo ancora si giunge ad uno spiazzo circondato, chiaramente, da templi e dove si trova la biglietteria posteriore.
Da qui si scende una scalinata, quasi sempre invasa dalle scimmie (come del resto un po’ tutta la zona), che porta in fondo alla collina, sulle sponde del fiume, dove trovano posto altri templi e santuari.

In particolare, risalendo la corrente si giunge al tempio di Guhyeshwari, probabilmente il tempio di Kali (della quale Guhyeshwari è una rappresentazione terrifica) più importante del Nepal; purtroppo però anche qui l’ingresso non è consentito ai non indù e l’alto muro di pietra che lo circonda ne proibisce anche una decente  vista dall’esterno.

domenica 3 luglio 2016

Breve storia sul santo Eknath

Eknath Maharaj fu un grande santo e poeta, originario dello stato indiano del Maharashtra, vissuto intorno al XVI secolo.
Compose versi sia in marathi che in sanscrito e fu un grande esponente della filosofia del Bhagwat Dharma.
In essa vengono spiegati tutti gli aspetti di Dio: manifesto e non-manifesto, con forma e senza forma, Colui con tutti gli attributi e Colui senza attributi, l’uno senza secondo.
Era quindi solito accettare chiunque come discepolo, comprese le donne e i fuoricasta, e ciò gli attirò il biasimo dei bramini ortodossi.
A proposito di questo, abbiamo trovato una breve ma significativa storia, seppur probabilmente apocrifa, che mostra anche il gentile ed elevato carattere di Eknath.

Un giorno Eknath, dopo aver fatto il bagno rituale nel fiume, passò di fianco ad un bramino, il quale, per mostrargli il proprio disappunto per insegnare spiritualità a donne e fuoricasta, gli sputò.
Eknath non disse nulla, si voltò e tornò al fiume a lavarsi.
Terminato, passò di fianco al bramino, questi di nuovo gli sputò e lui, senza dire nulla, tornò indietro a lavarsi.
Questo accadde per molte volte ancora finché il bramino realizzò la grandezza di Eknath, si prostrò ai suoi piedi piangendo e gli chiese perdono.

Eknath lo guardò sorpreso e gli disse “Perdono per che cosa? Anzi, io devo ringraziarti, è grazie a te che ho avuto la possibilità di bagnarmi ripetutamente nelle acque di questo sacro fiume!”.

venerdì 1 luglio 2016

La canapa in India: marijuana e charas

Ganja è un termine hindi utilizzato per la cosiddetta marijuana, cioè le foglie e i germogli delle piante femmina di canapa, seccate per essere fumate.
La qualità della ganja reperibile comunemente nel nord dell’India non è particolarmente elevata poiché le piante utilizzate sono spesso quelle di pianura o collina, non molto potenti.
Generalmente è anche poco selezionata, i germogli dei fiori non sono molto rigogliosi, quindi con poco principio attivo, e possiede numerosissimi piccoli semi che per essere eliminati prima del consumo richiedono una lunga e attenta operazione di pulizia.
In parte la bassa qualità della ganja è anche dovuta alla “competizione” con la resina (charas) che viene prodotta dalle rigogliose piante che crescono sulla montagne himalayane.
Nel sud dell’India invece, dove non viene prodotta la charas, spesso le piante per la ganja sono selezionate, producendo della marijuana decisamente migliore di quella del nord, spesso consumata anche sotto forma di olio.
La scarsa qualità comunque è in parte dovuta anche al clima, in India molto caldo e asciutto, che tende a seccare eccessivamente la ganja che perde velocemente gran parte del suo aroma e dei suoi principi.
Nonostante questo la ganja, come controparte dell’alcohol dei paesi occidentali, è da sempre consumata con disinvoltura, solitamente in piccoli chilum di terracotta, semplici pipe coniche, munite all’interno di una pietra, e dal prezzo irrisorio.
Il tabacco migliore da mischiare con la ganja con cui riempire i chilum non è quello delle sigarette, bensì quello delle bidi (le tipiche sigarette indiane costituite da un involucro di foglia), il cui tabacco è composto prevalentemente da sottili scagliette.
I santoni indù, noti consumatori di ganja, spesso utilizzano la foglia secca, involucro della bidi, che rimane una volta svuotata del tabacco, per accendere la pipa, dando fuoco alla foglia e pressandola sulla cima del braciere, senza dover quindi inalare lo zolfo dei fiammiferi.
Un altro interessante sistema di accensione, tipico di alcuni santoni, prevede di creare un piccolo gomitolo con i peli delle noci di cocco, il quale, come la foglia della bidi, viene bruciato e appoggiato sopra al bracere.
Entrambi i sistemi offrono, per le prime tirate, un ulteriore aroma che arricchisce quello della ganja.

Al contrario del bhang, seppur l’uso di ganja sia diffusissimo e tollerato, soprattutto per santoni e asceti che possono fumarla impunemente, la ganja è ufficialmente illegale.
Nonostante questo, un suo uso “discreto” è ampiamente tollerato e i rari casi che appaiono sul giornale di arresti per possesso di ganja riguardano sempre ingenti quantità, da qualche chilo a camion interi.
Nella città di Varanasi esistono addirittura delle “rivendite fisse”, che consistono in loschi ma inoffensivi personaggi i quali stazionano, in luoghi ben stabiliti, con un sacchetto di plastica pieno di confezioni pronte, avvolte in carta di giornale, di due dimensioni: da circa un grammo, per 1-2 chilum, e da circa 3-4 grammi.
I prezzi sono modesti e se la possono permettere in molti, tanto che tra i consumatori più assidui si segnalano i guidatori di ciclorisciò.
Uno di questi punti vendita è situato notoriamente in una zona molto trafficata, vicino a due rari negozi di alcolici, e le operazioni di vendita e acquisto avvengono talmente alla luce del sole che si dubiterebbe si tratti di una attività illegale.
C’è capitato addirittura di vedere dei poliziotti in uniforme comprarsi il loro pacchetto, oltretutto chiedendo e  ottenendo uno sconto...

La charas è una sostanza composta dalla resina della canapa, estratta semplicemente attraverso lo sfregamento dei palmi delle mani sui germogli in fiore e raschiando successivamente dai palmi la resina che vi rimane attaccata.
Grazie alle rigogliose piante che crescono sulle montagne himalayane, la charas è considerata uno dei più apprezzati tipi di hashish, soprattutto per i forti effetti psicoattivi dovuti alle alte percentuali di THC.
Come la ganja, la charas viene fumata dentro a chilum di terracotta ma preferibilmente più spessi e più lunghi, almeno 15-20 centimetri, a causa del fatto che la resina brucia più lentamente delle foglie ed i piccoli chilum di terracotta grezza diventerebbero troppo caldi.
Anche la charas è illegale ma la tolleranza verso il suo consumo è decisamente bassa e si possono avere seri problemi anche se trovati in possesso di quantità poco più che esigue.
In realtà non esiste nessun particolare accanimento e le perquisizioni dettagliate e mirate in India sono rarissime, esclusi i confini delle zone di produzione; la sua diffusione però viene meno tollerata per il fatto che dato i leggermente più complessi sistemi di preparazione, essa rappresenti un vero e proprio business, peraltro molto remunerativo.
Business nel quale, stranamente per i parametri indiani, un grande ruolo viene svolto da stranieri, in particolare, ma non solo, di paesi occidentali, che in molte zone, come la nota area di Manali, nella Valle di Kullu, sono coinvolti in pressoché tutte le operazioni: coltivazione, raccolta e distribuzione.

Sul quotidiano The Times of India di qualche anno fa, un’intera pagina era dedicata all’argomento charas, nella sezione Dance of Democracy, che riguardava le elezioni in Himachal Pradesh, dove si trova appunto l’area di Manali ed altre importanti zone di coltivazione della canapa migliore per la produzione della charas.
Nonostante l’illegalità e piccoli sforzi da parte del governo centrale di Delhi per diminuire il sempre crescente consumo, pare che non esista nessuna intenzione politica neppure per affrontare l’argomento e i politici dell’Himachal Predesh, a prescindere dallo schieramento politico, molto salomonicamente si rifiutano di usarlo a fini elettorali.
Lo stato infatti si regge essenzialmente sul turismo, indiano ed internazionale, di cui una notevole percentuale è attirata dalla possibilità di gustare in tranquillità uno dei fumi più apprezzati al mondo, e qualunque tipo di effettivo bando farebbe crollare inesorabilmente l’industria turistica e quindi l’economia dello stato.
Tra le montagne, oltretutto, sono migliaia le persone locali che traggono profitto, direttamente o indirettamente, dalla coltivazione della canapa e dalla produzione della charas, senza la quale anche loro subirebbero delle enormi perdite economiche che difficilmente potrebbero essere bilanciate da fonti alternative, come la coltivazione delle mele.

I cosiddetti problemi sociali sono relativi e nonostante il tono leggermente critico di alcuni articoli, trapelava anche evidente che gli abitanti locali sono in realtà ben contenti di questa situazione che porta comunque benessere (e buonumore) in zone di montagna dal clima piuttosto difficile.
Un articolo dal titolo allarmistico e poco imparziale “Gli abitanti danno la colpa agli stranieri per i problemi di Kullu” (la città capoluogo di quella zona), segnalava sì le lamentele di un anziano scrittore locale, ma riportava anche che gli abitanti dei villaggi dove si produce la charas sono i primi ad accogliere a braccia aperte gli stranieri, grazie alla loro riconosciuta onestà, in media superiore a quella degli indiani per quanto riguarda gli affari e alle loro maggiori risorse economiche.
La polizia locale, seppur pare che recentemente abbia deciso di porre qualche limite provando a ridurre la diffusa pratica, effettivamente poco piacevole, di fumare charas apertamente in luoghi pubblici, ha delle risorse a dir poco limitate, anzi decisamente insufficienti, e seppur ogni hanno riescano a distruggere numerose coltivazioni, queste rappresentano solo delle gocce nell’oceano.

Con questo argomento, ai limiti della legalità, speriamo di non aver scandalizzato nessuno, tenendo anche presente che noi italiani, secondo recenti studi internazionali, siamo i primi consumatori mondiali di cannabis a scopo ricreativo, insieme alla Nuova Zelanda, con percentuali di fumatori abituali che tra gli uomini compresi tra i 15 e i 60 anni raggiungono ben il 14,6%, senza contare gli ancora più numerosi consumatori occasionali.
Perfino in India, siamo riconosciuti per essere tra i maggior esperti in materia, nonché, di gran lunga, i migliori produttori di chilum, tanto che l’espressione “Italian chilum” è sinonimo di pipa di altissima qualità.

La nomea comunque è fonte di ben poco orgoglio, visto che secondo le statistiche del giornale siamo anche i primi come numero di stranieri dichiarati indesiderati dal governo indiano per crimini legati al business della charas.