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martedì 6 settembre 2016

Luoghi sacri buddisti, XI parte: Dharamsala e McLeod Ganj

Domaro en McLeod Ganj.jpgLa cittadina di Dharamsala, situata sulle montagne dello stato indiano dell’Himachal Pradesh ad un’altitudine media di circa 1.600 metri, è nota per ospitare il Dalai Lama e con lui il Governo del Tibet in esilio, oltre ad una numerosa ed attiva comunità di buddisti e monaci tibetani.
Il centro di Dharamsala in realtà ruota attorno alla rumorosa stazione degli autobus e non ha molto da offrire, escludendo forse il piccolo ma funzionale stadio internazionale di cricket, considerato uno dei più scenografici al mondo, grazie alle vicine cime innevate delle montagne himalayane che fanno da sfondo.
Salendo invece lungo le boscose colline circostanti, si incontrano la residenza del Governo Tibetano e del Dalai Lama, quindi si giunge al quartiere di McLeod Ganj, dove vivono la maggior parte dei monaci buddisti e dei tibetani, e dove alloggiano la maggior parte dei turisti stranieri.
Questo è il percorso salendo da Dharamsala a piedi lungo la ripida erta di circa 4 chilometri, mentre la strada carrabile, tra un tornante e l’altro, raggiunge McLeod Ganj dopo circa 10 km.

Seppur in certi periodi la sempre crescente affluenza turistica possa essere quasi eccessiva, l’atmosfera che si respira a McLeod Ganj è ancora oggi molto piacevole.
Il successo le è dato da numerosi fattori: la suggestiva presenza di numerosi, pacifici e sorridenti tibetani e monaci buddisti; il clima, talvolta freddo o piovoso ma sempre meglio dell’afa quasi costante delle vicine pianure indiane; i panorami sulle montagne, che si possono ammirare sia dal paese che durante semplici passeggiate nei dintorni; il buon rapporto qualità-prezzo degli alberghi, soprattutto quelli economici, nonché l’ottimo cibo tibetano servito da numerosi ristorantini tipici.

Oltre a questo, a McLeod Ganj e nei dintorni, sono situati numerosi istituti religiosi di vario tipo ed associazioni locali e straniere che aiutano i tibetani, che richiamano un variegato e costante afflusso di studiosi, studenti e volontari da tutto il mondo.
Durante l’alta stagione, in particolare da Aprile a Giugno, se McLeod Ganj fosse troppo affollata, o non fosse proprio possibile trovare alloggio senza prenotare, si può prendere in considerazione il non lontano paesino di Bhagsu, seppur anche qui i turisti possano essere decisamente numerosi, divisi essenzialmente in indiani nel paese vero e proprio e stranieri sulla collina sovrastante.
McLeod Ganj infatti è un paesino-quartiere di dimensioni davvero modeste, composto essenzialmente da due vie divise da un tempio buddista e poche costruzioni, quasi tutte adibite ad alberghi e ristoranti, mentre i più importanti edifici si trovano nella zona sud che scende verso Dharamsala.

In particolare, il più interessante luogo religioso buddista è l’area del Tsuglagkhang Complex, dove, oltre alla residenza del Dalai Lama ed una importantissima biblioteca di testi buddisti, è situata la cappella che dà il nome al complesso ed è il luogo di culto più importante di McLeod Ganj.
Per il Governo Tibetano in esilio, questo tempio, dal semi-impronunciabile nome di Tsuglagkhang, equivale per importanza allo storico Jokhang Temple, il tempio più venerato nella capitale del Tibet Lhasa, da dove fuggirono (il Governo Tibetano ed il Dalai Lama si intende) nel 1959, in seguito all’infruttuosa rivolta contro gli invasori cinesi.

Oltre ad impegnativi trekking sulle montagne circostanti, McLeod Ganj ed i suoi dintorni offrono anche alcune piacevoli passeggiate tra i boschi verso luoghi panoramici o di vario interesse, utili anche per smaltire le molto probabili scorpacciate di momo (ravioli tibetani), noodles di vario tipo, saporite zuppe, senza neppure nominare le notoriamente abbondanti colazioni servite in modesti ma caratteristici locali.
Una passeggiata verso il già citato paesino di Bhagsu, ad un paio di chilometri (quindi mezz’oretta a piedi) da McLeod Ganj, può essere già utile per avvicinarsi alle montagne, soprattutto se si considera di proseguire sulla collina di Dharamkot, che oltre ad ospitare alcune economiche Guest House, dalla sua cima e nei suoi dintorni offre splendidi panorami.
A Bhagsu si trova anche una sorgente d’acqua termale considerata sacra e convogliata in una grande vasca dove è possibile fare il bagno, mentre poco oltre si raggiunge una piccola ma suggestiva cascata.

Nei pressi del trafficato incrocio dove giunge la strada dal centro di Dharamsala, si trova una strada che porta al piccolo ma suggestivo Lago Dal nei pressi del quale è situato un tempio shivaita.
La sacralità dell’acqua del Dal Lake è sicuramente anche un utile motivo per evitare qualsiasi attività ricreativa in questo laghetto circondato da splendide conifere, in particolare cedro himalayano.

Tornando a McLeod Ganj, scendendo la strada principale per circa un chilometro, quasi nascosto nel bosco, sorge uno dei rari edifici che testimonia il non lontanissimo passato sotto i britannici, che addirittura fondarono questo quartiere intorno al 1850 per ospitare delle guarnigioni militari e per promuoverla come centro amministrativo sulle montagne, ma in seguito l’abbandonarono dopo il disastroso terremoto di Kangra del 1905.

La Chiesa di San Giovanni del Deserto, costruita in pietra in stile neogotico è indubbiamente molto graziosa ed originale, almeno in questa parte del mondo.

venerdì 2 settembre 2016

Luoghi sacri buddisti, X parte: Kapilavastu


Lo Stupa di Piprahwa
 http://www.photodharma.net/India/Stupas/Stupas.htm
Kapilavastu è il nome della città dove visse il principe Siddharta Gautama durante i primi 29 anni di vita, dopo i quali lasciò il palazzo reale per andare in cerca della verità.
Al giorno d’oggi sono due i siti archeologici che gli esperti individuano come le rovine dell’antica Kapilavastu: uno presso il villaggio di Tilaurakot, in Nepal, ed uno vicino al villaggio di Piprahwa, nello stato indiano dell’Uttar Pradesh.

A favore della teoria che vede in Tilaurakot l’antica Kapilavastu, oltre a trovarsi vicino a Lumbini, tradizionalmente considerato luogo di nascita del Buddha, ci sono i racconti dei pellegrini cinesi Faxian e Huanzang, che visitarono l’India intorno al IV e VII secolo.
Ad oggi, il sito archeologico non ha ancora offerto nessun indizio ed infatti non c’è molto di rilevante da vedere, a parte le fondamenta in mattoni di quello che potrebbe essere il palazzo reale del padre del Buddha.
Questo è forse dovuto anche al fatto che comunque non sarebbe il luogo di nascita del Buddha, ma anzi un posto dal quale se ne andò, seppur pare che successivamente all’illuminazione il Buddha vi fece ritorno almeno una volta.
In ogni caso non venne sviluppato come centro di pellegrinaggio e purtroppo non attirò le attenzioni dell’imperatore Ashoka (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/02/limperatore-ashoka.html), grande mecenate della religione e dell’arte buddista.

Il sito di Piprahwa venne scoperto nel 1898 da un ingegnere inglese che possedeva il terreno sul quale trovò dapprima i resti di un antico stupa.
Incuriosito, organizzò degli scavi grazie ai quali rinvenne una specie di scrigno che conteneva cinque piccoli vasetti con dentro ceneri, ossa e gioielli.
Su uno di questi vi è un’iscrizione in caratteri brahmi che pare affermi che appartengono al Buddha e ad altri componenti della sua famiglia, a valorizzare quindi la tesi che si tratti della casa della dinastia del padre.
Successivamente, tra il 1971 ed il 1973, iniziarono gli scavi da parte dell’Archeological Survey of India, che portarono alla luce gran parte dei resti del grande stupa princiale e le fondamenta di alcuni monasteri.
Lo stupa di Piprahwa, sebbene oggi si presenti semplicemente come un’ampia e bassa piramide di mattoni, ha una notevole importanza storica, poiché pare sia stato iniziato nel lontano VI-V secolo a.C., accumulando semplicemente il terreno dei dintorni ed ospitando una piccola camera di mattoni per proteggere delle reliquie del Buddha.
Nella seconda fase della sua costruzione nel III secolo a.C. venne utilizzata della terra più densa e ne vennero applicati due strati per favorirna la durata nel tempo.

Quindi nella terza fase venne ampliato e protetto da solidi mattoni, fino a raggiungere un’altezza di circa sei metri e mezzo.

lunedì 15 agosto 2016

Luoghi sacri buddisti, IX parte: Sanchi

A visitor's overview photo of Great Stupa of Sanchi, 1937.jpgIl piccolo ed apparentemente anonimo paese di Sanchi si trova nello stato indiano del Madhya Pradesh a circa 50 chilometri dalla grande città di Bhopal.
La sua relativa notorietà è dovuta alla presenza di una modesta collina sulla quale sono situati alcuni antichi stupa e santuari buddisti di notevole importanza e pregio artistico, tanto da far parte, fin dal 1989, dei monumenti protetti dall’UNESCO.
La particolarità delle più antiche decorazioni di Sanchi è l’essere uno dei migliori esempi, tra i pochi rimasti, d’arte buddista aniconica, uno stile in cui il Buddha non veniva rappresentato come un essere umano, bensì attraverso simboli, quali: un trono vuoto, un albero di Bodhi, un cavallo senza cavaliere, l’impronta del suo piede, uno stupa e la ruota del dharma (etica) buddista, un cerchio con 24 raggi.
La scarsità dei reperti di questa tipologia d’arte religiosa, soprattutto sotto forma di bassorilievi scolpiti su roccia, è dovuta al fatto che terminò intorno al I secolo d.C., dopo il quale il Buddha iniziò ad essere rappresentato in forma umana.

Storicamente, l’importanza di Sanchi nella religione buddista non è legata alla vita del Buddha, il quale infatti non visitò mai questo sito piuttosto lontano dalle aree dove trascorse la sua esistenza, bensì al grande imperatore Ashoka (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/02/limperatore-ashoka.html), legato a questo luogo per esservi nata la moglie ed avervi celebrato il loro matrimonio (circa nel III secolo a.C.).
Successivamente anche altre dinastie buddiste aggiunsero il proprio contributo artistico, con gli ultimi edifici religiosi costruiti fino a circa il XII secolo, dopo il quale Sanchi venne dimenticata a causa del decadimento del buddismo che venne gradualmente riassorbito nell’induismo.
Oggigiorno sulla collina di Sanchi si possono ammirare alcuni antichissimi stupa fatti erigere dall’imperatore Ashoka ed altri resti di santuari, templi e monasteri, fatti erigere anche da successivi regnanti di religione buddista.

Il Grande Stupa di Ashoka è la più antica struttura in pietra dell’India e deve la sua notevole importanza artistica alla cinta di mura che scorre attorno alla semisfera, con quattro portali meravigliosamente scolpiti.
L’originale stupa, di minori dimensioni, venne eretto intorno al III secolo a.C., su indicazioni dell’imperatrice, ma venne successivamente ampliato dai regnanti della dinastia Shunga che, attorno al I secolo d.C., aggiunsero la decorata ringhiera in pietra, aperta presso i quattro punti cardinali.
Nonostante abbiano subito alcuni danni, i torana, i bassorilievi situati sopra a queste entrate, sono considerati i più antichi e squisiti esempi d’arte buddista del subcontinente indiano, che traggono ispirazione in gran parte dai Jataka, testi indiani che descrivono le vite passate del Buddha.
Ad esempio, sul torana dell’entrata settentrionale, probabilmente quello meglio conservato, si può notare la squisita scultura di una scimmia che offre una ciotola di miele al Buddha, rappresentato aniconicamente come un albero di Bodhi
Oppure si può segnalare il torana della porta meridionale, che pare essere il più antico ed è decorato, oltre che con episodi della nascita del Buddha, dagli eventi della vita dell’imperatore Ashoka che lo portarono a convertirsi al buddismo.

Oltre al Grande Stupa, degli otto che furono fatti edificare da Ashoka nel III secolo a.C. ne rimangono solo due, chiamati per convenzione archeologica stupa numero 2 e numero 3.
Lo stupa n. 2 è protetto da un’alta ringhiera in pietra piuttosto massiccia e sobria nelle decorazioni; la parte superiore della semisfera è appiattita e priva della parte sommitale con il tipico chhatra (ombrello), probabilmente danneggiata dal tempo o trafugata da ladri di reperti.
Il numero 3 invece si trova su una base rialzata e vi si accede tramite una breve scala doppia, molto decorata, come pure la balaustra in pietra che vi scorre attorno.
Sulla cima si trova una piccola struttura quadrata ed il classico parasole; degno di nota è anche il torana sopra all’entrata principale.

Tra le altre costruzioni che costellano la collina di Sanchi, degni di nota sono i cosiddetti tempio n. 17 e 18, i cui colonnati ricordano sorprendentemete gli edifici greci classici e furono costruiti nel VII secolo, come il tempio 31, che nonostante l’anonima forma quadrata in mattoni, ospita al suo interno una scultura del Buddha particolarmente pregevole.
I monasteri n. 45 e 47, situati sull’estremità orientale del colle, appartengono all’ultima fase artistica di Sanchi e presentano oltre alla tipica pianta con cortile centrale, alcuni elementi architettonici induisti.

Infine, un cenno meritano le colonne, o quel poco che ne è rimasto, sparse in tutta l’area archeologica di Sanchi.

La più importante è sicuramente la colonna n. 10, fatta erigere dall’imperatore Ashoka, e seppur oggi sia possibile osservare solo il basamento, nel piccolo museo situato in paese, è possibile ammirare il meraviglioso capitello, simile al più noto trovato presso il sito buddista di Sarnath (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/07/luoghi-sacri-buddisti-iii-parte-sarnath.html).

domenica 14 agosto 2016

Luoghi sacri buddisti, VIII parte: Vaishali

Vaishali remainings.JPGVaishali fu un’antica città, situata nell’attuale stato indiano del Bihar, oggigiorno trasformata in un interessante sito archeologico.
L’importanza storica di Vaishali è notevole: fin dall’antichità fu la capitale di una delle mahajanapada (un gruppo di repubbliche oligarchiche) che regnarono nel nord dell’India tra il VI ed il IV secolo a.C.; sempre in questo florido periodo, per l’esattezza nel 599 a.C., diede i natali a Mahavira, 24esimo ed ultimo profeta jaina, nonché fondatore della religione stessa; infine assunse una notevole posizione nel buddismo, grazie alle numerose e significative visite del Buddha.
In particolare, Vaishali è il luogo dove il Buddha si ritirò a meditare subito dopo aver lasciato il suo palazzo reale di Kapilavastu e dove trascorse spesso del tempo dopo l’illuminazione.
Pare anche che qui avvenne il miracolo della scimmia che si presentò al Buddha con una ciotola di miele come offerta ed infine vi tenne il suo ultimo sermone prima di recarsi nella non lontana Kushinagar per morire.

Come accaduto in tutti i luoghi di culto buddisti del subcontinente indiano (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/search/label/Luoghi%20sacri%20buddisti), col passare del tempo Vaishali perse la sua importanza fino ad un completo declino, da circa l’VIII-IX secolo e ad oggi sembra pressoché “inghiottita” nell’arretratezza dell’immensa pianura gangetica.
Nonostante questo si sono conservate poche ma significative testimonianze del suo ricco passato, di notevole importanza storico-artistica.
I resti più notevoli del sito archeologico si trovano essenzialmente nei pressi di una grande vasca in mattoni chiamata Coronation Tank, poiché con la sacra acqua in essa contenuta venivano “battezzati” storicamente i sovrani di Vaishali quando assumevano il potere.

Sulle sue sponde si trova l’area del Kutagarasala Vihar, un monastero spesso frequentato dal Buddha, dove oggigiorno spiccano: l’Ananda Stupa, un enorme semisfera di pietra, dedicato ad Ananda, uno dei principali discepoli dell’Illuminato; ed una delle antichissime colonne di Ashoka (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/02/limperatore-ashoka.html), che si distingue per essere una delle pochissime rimaste nel proprio luogo d’origine e, soprattutto, completamente conservata.
Nonostante siano passati circa 2.300 anni dalla sua costruzione, la colonna di Ashoka di Vaishali presenta ancora l’originale e pregevole capitello, sulla cui cima si trova la scultura di un leone asiatico posizionato sopra ad una base scolpita a forma di fiore di loto rovesciato.

Qualche centinaio di metri dalla Coronation Tank, sotto ad una semplice ma molto utile tettoia circolare, sono conservate le fondamenta dell’antico Relic’s Stupa (lo Stupa delle Reliquie), fatto edificare dalla potente dinastia Licchavi (la più potente tra quelle che formavano la repubblica di cui Vaishali era la capitale tra il VI e IV secolo a.C.) per proteggere un ottavo delle reliquie del Buddha.

Tornando geograficamente presso la grande vasca sacra ma storicamente ai giorni nostri, un’ultima attrazione di Vaishali è il bianco e vistoso Shanti Stupa, uno dei numerosi fatti costruire dalla setta buddista giapponese Nipponzan-Myohoji (per ulteriori dettagli http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/08/luoghi-sacri-buddisti-vi-parte-rajgir.html).

Rispetto alla maggior parte di questi edifici, dall’apprezzabile messaggio di pace (shanti) ma di scarso valore religioso, lo Shanti Stupa di Vaishali gode, o almeno dovrebbe godere, di una certa rilevanza visto che ospita due piccole parti delle reliquie del Buddha: una porzione venne posizionata nelle fondamenta, un’altra nel chhatra, la torre-ombrello che si trova sulla cima dello stupa.

giovedì 11 agosto 2016

Luoghi sacri buddisti, VII parte: Sankassa

Tibetan - Buddha Shakyamuni with "Jataka" Tales - Walters 35140.jpgSankassa, identificata oggi con un omonimo ed anonimo paesino sperduto nella vasta campagna gangetica centro-settentrionale, fu un’antica città indiana, che raggiunse il suo massimo splendore intorno al VI-V secolo a.C., durante la vita del Buddha.
In origine comunque Sankassa fu induista, come suffragato anche da alcune citazioni nel poema epico Ramayana, dove viene descritta la sconfitta di un malefico re di Sankasya (uno degli antichi nomi simili con i quali era conosciuta la città) da parte di Janaka, padre di Sita e re del vicino Regno di Mithila.

Secondo fonti buddiste qui il Buddha ritornò sulla terra dopo essere andato nel Tavatimsa (un dei paradisi buddisti) per predicare a sua madre Maya Devi l’Abhidhamma Pitaka, una serie di insegnamenti che diverranno la terza ed ultima parte del Canone Pali, le scritture sulle quali si basa il buddismo theravada.
Dopo la morte del Buddha, Sankassa iniziò uno sviluppo legato alla diffusione dei suoi insegnamenti, tanto da prendere parte ad alcuni avvenimenti concernenti la cosiddetta Controversia di Vajjiputta, nome dato al Secondo Concilio Buddista.
Ma soprattutto, un paio di secoli più tardi, il grande imperatore Ashoka (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/02/limperatore-ashoka.html) decise di promuovere la città come luogo di pellegrinaggio, costruendo templi e monasteri ed installandovi una delle sue famose colonne.
Purtroppo, a causa degli avvenimenti storici successivi, in particolare il declino del buddismo a favore dell’induismo, Sankassa ha lentamente perso ogni importanza e ad oggi si trova in un’area decisamente depressa.

Oltre alla poco felice posizione geografica, bisogna anche notare che sono pochissimi i resti delle antiche vestigia della città ed i visitatori sia pellegrini che turisti sono estremamente rari.
Tra i luoghi di un minimo interesse si possono segnalare solo un paio di siti: all’ombra di un grande albero appena fuori il villaggio, si trova una semplice struttura di pietra, simile ad un baldacchino, che protegge il capitello della colonna di Ashoka (ormai sparita), sulla quale è scolpito un elefante, posizionato sopra ad un fiore di loto rovesciato.
Seppur il muso dell’animale sia gravemente danneggiato, la scultura è piuttosto gradevole e di una certa importanza storico-artistica, tenendo presente l’antichità del reperto, che risale a circa il III secolo a.C..

Non molto lontano si può notare una bassa e brulla collina sulla cima della quale sono collocate due piccoli santuari ed i resti in mattoni di un antico tempio costruito esattamente nel luogo dove il Buddha poggiò il primo piede tornando dal paradiso Tavatisma.
Già i primi pellegrini cinesi, Faxian e Xuanzang, che visitarono il luogo nel IV e VII secolo, trovarono il luogo pressoché disabitato ed il santuario gravemente danneggiato.

martedì 9 agosto 2016

Luoghi sacri buddisti, VI parte: Rajgir

Rajgir è una cittadina di circa 42 mila abitanti situata nella zona centro-meridionale dello stato indiano del Bihar.
Nonostante le attuali condizioni piuttosto arretrate, l’importanza di Rajgir come centro di pellegrinaggio buddista è notevole poiché qui il Buddha trascorse ben 12 anni e vi compì il noto miracolo dell’ammansimento dell’elefante impazzito attraverso la gentilezza.

Capitale dell’antico impero Magadh fino al V secolo a.C., quando la dinastia Shishunaga si spostò a Pataliputra (l’attuale Patna, capitale del Bihar), Rajgir mantenne una forte importanza religiosa per essere legata non solo al buddismo ma anche all’induismo ed al jainismo.
Secondo la mitologia indù, nell’area presso l’attuale Rajgir avvennero degli importanti episodi descritti nel poema epico Mahabharata, mentre per i jaina è nota per essere stata una delle località preferite dal fondatore della religione, Mahavira, che era solito trascorrervi i quattro lunghi mesi della stagione delle piogge; a questo bisogna aggiungere che Rajgir viene considerata il luogo di nascita del XII tirthankara (profeta) jaina Munisuvrata.
Il suo nome viene quindi citato in numerosi testi buddisti e jainisti, ma le poche notizie affidabili da un punto di vista storico-geografico provengono in realtà dai resoconti dei noti pellegrini cinesi Faxian e Xuanzang, che visitarono l’India rispettivamente nel V e nel VII secolo.
A causa del declino di queste due religioni soppiantate dall’induismo intorno all’VIII-IX secolo e successivamente dalle invasioni e domini mussulmani, Rajgir cadde nell’oblio, inghiottita dall’arretratezza della vasta e desolata campagna della pianura gangetica.

Nonostante questo, oggigiorno Rajgir ospita alcuni siti di notevole interesse ed è alquanto apprezzata turisticamente dalle persone benestanti dei dintorni, grazie ad un clima leggermente meno afoso, dovuto alle verdeggianti colline circostanti.
Tra le maggiori attrazioni vi sono: le terme, il cosiddetto Vulture’s Peak, le Grotte di Saptparni, le grotte di Sonbhadar e lo Shanti Stupa.

Le terme di Rajgir sono composte da alcune vasche d’acqua calda, ospitate in un complesso di edifici rosa chiamato Brahmakund, situato piacevolmente in mezzo agli alberi.
Purtroppo il continuo flusso di pellegrini ed abitanti locali rende il luogo piuttosto affollato e non sempre pulitissimo.

Vulture’s Peak è il nome dato ad una terrazza in pietra che ospita al centro le fondamenta di un’antica costruzione dello stesso materiale, dove il Buddha era solito meditare e spesso promulgare sermoni; in particolare qui il Buddha recitò l’importante Atanatiya Sutta
Sulla stessa collina si trovano le grotte di Saptparni, dove venne tenuto il Primo Concilio Buddista, dopo che il Buddha lasciò le sue spoglie mortali.
Attraverso delle lunghe fessure situate ai lati di un ampio sentiero, si può accedere ad un paio di grandi anfratti, dove comunque non sono conservate testimonianze artistiche del passato.

Le grotte di Sonbhandar sono ospitate in un semplice ma curato giardino, alla base di una collina, il cui sentiero centrale porta ad una parete di roccia dove si trova l’accesso di due caverne, le cui pareti sono adornate da alcuni dipinti e sculture jainiste, piuttosto ben conservate, tenendo presente che risalgono al III-IV secolo d.C..
Seppur non sia ben chiaro se ci sia un legame storico-artistico con le grotte di Satparni o altre caverne simili di religione buddista, le grotte di Sonbhandar sono state utilizzate da monaci jaina fino ai tempi della visita del viaggiatore cinese Xuanzang, intorno alla prima metà del VII secolo, il quale descrisse che erano abitate da monaci della setta jainista digambar (vestiti di cielo, cioè nudi), per praticare meditazione.
Prima di perdere ogni interesse religioso, pare che alcuni secoli dopo furono occupate da asceti indù e quindi convertite un’ultima volta.

L’escursione allo Shanti Stupa di Rajgir è particolarmente interessante per almeno due buoni motivi, seppur nessuno dei due religioso o artistico, e neppure storico, visto che la storia che li riguarda è piuttosto moderna.
Lo Shanti Stupa infatti venne costruito nel non lontano 1969 da parte di Nichidatsu Fujii, un monaco buddista giapponese, fondatore dell’ordine Nipponzan-Myohoji, il quale, per promulgare la non-violenza, ispiratagli da un incontro personale con Gandhi nel 1931, dal 1947 iniziò a costruire degli stupa della pace (da cui il nome originale dal sanscrito shanti, appunto pace) in giro per il mondo.
Anche l’Italia può vantare la presenza di uno di questi stupa, inaugurato nel 1998, su di una collina appena fuori l’abitato del comune siciliano di Comiso.
Seppur lo stile possa anche variare, la maggior parte degli Shanti Stupa hanno la classica forma semi-sferica circolare, sono colorati di bianco e si trovano in posizione panoramica in cima a colline.
Artisticamente, anche a causa della semplice struttura tipica, questi stupa non hanno molto da offrire, a parte le statue che sono ospitate nelle nicchie posizionate presso i quattro punti cardinali, e spesso tendono ad assomigliarsi.
Come già accennato, gli Shanti Stupa comunque si trovano di solito in ambienti tranquilli con una pacifica atmosfera, molto lontano, ad esempio, dal caos delle strade delle città indiane.
In più, lo stupa della pace di Rajgir, può essere raggiunto con una semplice ma funzionale, nonché economica e panoramica, seggiovia, rendendo la salita particolarmente comoda.

Anche perché, una delle caratteristiche più piacevolmente esotiche di Rajgir è l’abbondare di colorati tonga, dei carretti trainati da cavalli, tipici delle campagne indiane, che trasportano i visitatori nei più interessanti luoghi turistici della zona.

Di certo si tratta di mezzi di trasporto meno inquinanti di qualunque veicolo a motore (soprattutto quelli indiani solitamente disastrati), e le condizioni generali degli animali sono discrete, ma sono decisamente scomodi ed i pochi chilometri che separano il centro di Rajgir con la base della collina che ospita lo Shanti Stupa, possono sembrare infiniti.

domenica 7 agosto 2016

Luoghi sacri buddisti, V parte: Shravasti

Oltre ai 4 luoghi sacri principali legati alla vita del Buddha (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/search/label/Luoghi%20sacri%20buddisti), l’India ospita alcune altre località con una notevole importanza per i seguaci del buddismo.
Ad esempio, aggiungendo a Lumbini, Bodhgaya, Sarnath e Kushinagar altri 4 luoghi, si compie il cosiddetto pellegrinaggio del Attha-mahathanani, espressione il lingua pali che significa “Gli otto grandi luoghi”.
Queste 4 località aggiuntive sono legate alla vita del Buddha non solo per essere state da lui visitate, ma anche perché pare che qui vi abbia compiuto dei miracoli e sono: Shravasti, Rajgir, Sankassa e Vaishali, situate alternativamente negli stati indiani dell’Uttar Pradesh, Bihar, Uttar Pradesh e di nuovo Bihar.

Shravasti, localizzata oggi nello stato dell’Uttar Pradesh in un distretto che porta lo stesso nome, è stata un’antica città già prospera durante l’era delle Mahajanapadas, un gruppo di repubbliche oligarchiche che regnarono su gran parte del nord dell’India tra il VI ed il IV secolo a.C..
Quindi era una delle città più grandi del subcontinente durante la vita del Buddha, il quale era solito trascorrere qui a meditare i quattro lunghi mesi della stagione delle piogge e vi compì il cosiddetto “Twin Miracle”, il miracolo doppio.
La storia di Shravasti, come accaduto in tutti i luoghi sacri legati alla vita del Buddha, si è però arrestata velocemente con il declino del buddismo nel subcontinente, e quando il noto viaggiatore cinese Xuanzang visitò la località intorno alla metà del VII secolo, la trovò in rovina, sebbene riportò di aver trovato molti edifici in buone condizioni.

Oggigiorno si sono conservate parti delle grandi mura, entro le quali si trovano resti di piccoli santuari ed alcune fondamenta di antiche costruzioni, di cui tre ancora visitabili: l’Angulimala Stupa, l’Anathapindika Stupa ed un antico tempio jaina.
A questi bisogna aggiungere, appena fuori le mura di Shravasti, uno stupa che commemora il luogo del “Twin Miracle” e l’area del monastero di Jetavana.

Lo stupa di Angulimala venne eretto in onore di un antico personaggio della mitologia buddista, chiamato appunto Angulimala, un efferato serial-killer che si convertì dopo aver incontrato il Buddha.
Anathapindika, invece, viene considerato, secondo alcune tradizioni, come il principale discepolo del Buddha ed anche a lui era dedicato un grande stupa.
Purtroppo di entrambi questi stupa sono rimaste solo le possenti e grandi fondamenta, ed alcune scalinate in mattoni.

Il “Twin Miracle” è un particolare miracolo compiuto dal Buddha, durante il quale fece uscire dal suo corpo contemporaneamente sia acqua che fuoco (l’acqua dalla metà inferiore, il fuoco da quella superiore), compiendo appunto un miracolo “doppio”.
Nel luogo di questo importante episodio venne costruito uno stupa, sulla cima di una bassa collina appena fuori le mura di Shravasti, dove oggi sono rimaste solo delle fondamenta in mattoni.

Il monastero di Jetavana, le cui rovine sono ospitate in un grande giardino molto ben curato, fu il secondo edificio che venne donato al Buddha; in particolare questo gli venne regalato dal suo già citato e facoltoso discepolo Anathapindika.
Qui il Buddha vi tenne un gran numero di insegnamenti e discorsi, ed ancora oggi è possibile visitare il Gandhakuti, le fondamenta della piccola costruzione nella quale alloggiava.
Oltre a questo ed a numerose altre rovine, il piacevole giardino ospita l’albero Anandabodhi, secondo per importanza nel buddismo dietro solo all’originale Mahabodhi di Bodhgaya (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/07/luoghi-sacri-buddisti-ii-parte-bodhgaya.html) sotto al quale il Buddha ricevette l’illuminazione.
Secondo la leggenda, l’abero di Shravasti venne fatto piantare dal Buddha stesso, in modo che le persone del luogo avessero qualcosa da adorare anche quando lui era in pellegrinaggio, e pare che il seme sia stato preso proprio dal Mahabodhi di Bodhgaya.

Nonostante Shravasti, a causa della posizione remota, sia poco frequentata da pellegrini e viaggiatori, anche nei suoi dintorni, come in tutti i più importanti luoghi sacri buddisti, sono stati costruiti dei moderni monasteri da alcuni paesi asiatici, quali Tibet, Cina, Birmania, Sri Lanka, Thailandia e Sud Corea.

mercoledì 27 luglio 2016

Luoghi sacri buddisti, IV parte: Kushinagar

Letteralmente la Città (nagar) della Felicità (kushi), Kushinagar è un paesino indiano poco noto a livello internazionale, ma è piuttosto famoso in Asia, soprattutto per i seguaci del buddismo, in quanto fu qui che il Buddha lasciò le proprie spoglie mortali, o per dirla come i buddisti, raggiunse il nirvana.
Oggigiorno si possono ammirare alcune fondamenta di antichi edifici, i punti precisi in cui il Buddha morì e fu cremato, nonché i moderni templi e monasteri che i paesi a maggioranza o forte influenza buddista hanno costruito secondo i propri stili e tradizioni.

Questa intelligente iniziativa venne avviata ormai alcune decine di anni fa per cercare di promuovere, nei luoghi storici del Buddha, interessanti ma situati in aree molto arretrate, una qualche forma di turismo religioso, ma non sta purtroppo raggiungendo gli effetti sperati, a causa di questioni in gran parte geografiche.
Kushinagar, in particolare, dei 4 luoghi principali legati alla vita del Buddha, è il più sperduto, o se non altro il più lontano da un qualsivoglia itinerario turistico e gode quindi di una limitatissima attenzione.
Grazie all’indubbia importanza storica e religiosa del luogo, a Kushinagar qualcosa di interessante da vedere ci sarebbe, ma l’area attorno è piuttosto depressa, il paesino sorto nei pressi del tempio principale è decisamente poco attraente e le strutture turistiche, come alberghi e ristoranti, sono ridotte al minimo indispensabile.
Unica nota positiva, la superstrada di circa 50 chilometri che collega Kushinagar alla più vicina grande città, l’anonima Gorakhpur, è in ottime condizioni e particolarmente scorrevole, almeno secondo gli standard indiani.

Un altro piccolo problema “logistico”, che non permette a Kushinagar di creare una qualche particolare atmosfera, è che le principali attrazioni, nonché gli alberghi, sono poco comodamente sparpagliati lungo la strada e la campagna circostante.
E purtroppo il luogo, come accade fin troppo spesso in India, è sprovvisto della più basilare segnaletica, non c’è quasi nessun tipo di indicazione e quei pochi cartelli esplicativi sono a dir poco approssimativi, quando non completamente inutili.
Da decenni tutti gli apparati turistici statali, sia quello centrale che quelli locali, dicono di fare grandi sforzi per attirare visitatori, ma non fanno neppure l’essenziale.

L’area sacra principale è racchiusa dentro un ampio giardino ben tenuto, per accedere al quale non bisogna neppure pagare alcun biglietto, ma firmare un grande registro semi-preistorico.
Oltre agli scavi in mattoni delle fondamenta di antichi monasteri sparsi qua e là, al centro del giardino si trovano due grandi costruzioni color crema.
La prima, a forma grossomodo tubulare, è il Parinirvana Temple ed ospita una grande e graziosa statua del Buddha dormiente, sdraiato su un fianco.
La seconda struttura invece è un classico stupa buddista costruito esattamente dove il Buddha morì, mentre il cumulo di mattoni situato alle sue spalle dovrebbe indicare il luogo dove venne cremato.

Uscendo dal giardino e girando a destra, dopo qualche decina di metri, nascosto dietro ad orribili negozi-baracche, si nota il pinnacolo dorato del Tempio Birmano, un appariscente stupa leggermente “appiattito”, nello stile della Birmania, sui quattro lati del quale si trovano delle nicchie che ospitano colorate statue del Buddha.
Molto curiose sono anche delle sculture, disposte tutt’attorno al tempio, che rappresentano dei monaci, vestiti con una tonaca scura, in fila per chiedere l’elemosina o per porgere offerte al Buddha (confessiamo di non conoscere molto a fondo i significati dell’iconografia buddista).

Poco oltre si trova il Tempio Cinese, un edificio a due piani in classico stile a pagoda piacevolmente elaborato e dotato di due stanze per le preghiere.
Nella stanza principale al primo piano trova posto un altare dominato da una grande scultura dorata del Buddha con ben 12 braccia ed affiancato da due guerrieri vestiti in tipco stile cinese (e dei quali colpevolmente non conosciamo né i nomi né la storia, ma sicuramente non erano lì a caso).
Davanti all’entrata della stanza al piano superiore, sopra ad un piedistallo tondeggiante è collocata una statua del Buddha classico cinese, grassoccio, pelato e sorridente, mentre il sobrio altare all’interno ospita tre statue del Buddha in meditazione, in diverse posizioni.

Tornando sulla strada principale ed attraversato il paesino, si prosegue verso la barbagia indiana finché non si incontra il monastero tibetano, piuttosto anonimo all’esterno e dotato di due stanze, una per la preghiera ed una per le tipiche offerte di burro chiarificato.

Poco più avanti, dall’altra parte della strada, si nota una grande cupola di mattoni, che dovrebbe essere uno stupa, anche abbastanza suggestivo, del quale però non sappiamo il nome poiché durante la nostra visita era chiuso ed il cartellone situato lì davanti era cancellato.
Al contrario, proseguendo la strada principale, superati 2-3 alberghi particolarmente esosi, si giunge nella ben segnalata area del tempio thailandese, probabilmente il più bello e ben tenuto poiché gode del patrocinio della famiglia reale Thai.
Il tempio si trova immerso in giardino che ospita una rigogliosa vegetazione ed è costituito da alcune graziose costruzioni dagli immacolati muri bianchi e dai tipici tetti spioventi, con tegole d’un piacevolissimo blu pastello; anche le stanze interne sono riccamente decorate.
Dello stesso stile architettonico sono anche 3-4 costruzioni legate al tempio, che rendono questo breve tratto di strada particolarmente caratteristico.

Superata la zona del monastero thailandese, sul lato destro della strada, si trova una grande lastra di marmo che indica la direzione del “Buddha’s relics distribution site” (letteralmente: sito della distribuzione delle reliquie del Buddha), e sulla quale sono incise le ultime parole del Buddha: tutte le cose condizionate sono impermanenti, sforzati con diligenza (per la tua liberazione).

Il sito è composto da un giardino, protetto da un muro, che ospita un grande albero ai piedi del quale si trova un piccolo santuario.

martedì 26 luglio 2016

Luoghi sacri buddisti, III parte: Sarnath

Sarnath 1858.jpg
Il Dhammaka Stupa in un disegno del 1858
Sarnath, il luogo dove il Buddha promulgò il primo sermone dopo l’illuminazione, si trova a circa 20 chilometri dalla sacra e turistica città di Varanasi, quindi gode di un afflusso di visitatori piuttosto costante.
Purtroppo questo però non è quasi di nessun aiuto per l’economia del posto, in quanto Sarnath rappresenta una gita da Varanasi di mezza giornata, durante la quale, i pur danarosi turisti, al massimo comprano qualche bottiglia d’acqua o due cianfrusaglie nei negozietti e nelle bancarelle d’artigianato.

Il luogo sacro principale è il Parco dei Cervi, dove ancora oggi ne viene allevato un piccolo branco, che è possibile nutrire, con dei pezzettini di verdure che delle anziane signore vendono per poche rupie.
(Questa abitudine dei buddisti di rinchiudere gli animali, soprattutto uccelli e pesci, ma spesso anche mammiferi, per poi nutrirli o liberarli per mostrare la grande compassione del Buddha, andrebbe comunque scoraggiata.)
In mezzo al curato giardino nei pressi dell’entrata principale si trova il grazioso tempio della Mahabodhi Society (un’importante associazione internazionale che si occupa del buddismo in India), di dimensioni modeste ma ben proporzionate e riccamente decorato.
Non molto lontano, in un’area appartata, si trovano alcune sculture piuttosto recenti che rappresentano il Buddha che impartisce il primo sermone ai suoi primi 5 storici discepoli; la cosa più interessante, per certi versi sorprendente, sono in realtà i cartelli esplicativi, costituiti da grandi lastre di pietra, dove è scolpito il primo celebre sermone del Buddha in molte lingue asiatiche, oltre all’inglese, creando un particolare effetto linguistico-artistico.

Poco lontano dall’ingresso del Parco dei Cervi, sulla strada verso l’area archeologica, si incontra un raro tempio Jainista, grazie al fatto che a Sarnath nacque Shreyansanatha, 11esimo tirthankara (profeta) della religione Jaina.
In realtà questo tempio, contrariamente al classico stile jainista noto per le decorazioni, esternamente non è molto particolare, ma si trova dentro un piccolo giardino ben curato ed ospita un altare piuttosto semplice dominato da una gradevole statua di Shreyansanatha; interessanti sono anche i colorati disegni che adornano i muri della stanza.

L’area archeologia è costituita da un grande giardino molto ben tenuto, dominato dall’imponente mole del Dhammaka Stupa.
Costruito intorno al V secolo d.C. per sostituire una più piccola e antica costruzione fatta erigere dall’imperatore Ashoka (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/02/limperatore-ashoka.html) nel III-II secolo a.C., pare indichi il punto esatto dove il Buddha promulgò il primo sermone.
Al giorno d’oggi purtroppo sono sparite quasi tutte le decorazioni esterne, quindi si presenta come un grande cilindro a punta in solidi mattoni, alto circa 43 metri e largo 28.
Nel parco che ospita il Dhammaka Stupa si trovano numerosi resti in mattoni di antichissimi templi e monasteri, in uno dei quali potrebbero essere stati raccolti in passato alcuni dei resti mortali del Buddha, seppur il punto esatto non sia stato ancora rintracciato.

Sempre nei pressi del grande Dhammaka Stupa, sorgeva una delle famose colonne di Ashoka, rinvenuta nei primi anni del ‘900 rotta in più pezzi, ma della quale si è salvato quasi intatto il meraviglioso capitello che oggi rappresenta il simbolo ufficiale dell’India.
La scultura raffigura 4 leoni appoggiati schiena contro schiena, sotto ai quali scorre una fascia dove sono rappresentati un elefante, un cavallo, un toro ed un leone, intervallati da piccole ruote del dharma (etica, morale) a 24 raggi, in India chiamate anche ruote di Ashoka.
Probabilmente una di queste ruote era scolpita anche sopra alla testa dei leoni del capitello, ma purtroppo ne erano rimasti solo pochi frammenti rotti nei paraggi.
Infine, la base della scultura è composta da un grande ed elegante fiore di loto rovesciato.

Per proteggere quest’opera ed altri reperti rinvenuti in zona, già nel 1905 vennero inziati i lavori di costruzione di un piccolo museo, completato nel 1910 e quindi uno dei primi musei in situ dell’India, l’entrata del quale si trova infatti non molto lontano dall’accesso al parco storico.
Nonostante le modeste dimensioni, la visita a questo museo è assolutamente imprescindibile per poter ammirare da vicino appunto il meraviglioso capitello di Ashoka, che fa bella mostra di sé in mezzo alla stanza principale.
Ai lati si aprono due corridoi simmetrici a forma di L, fiancheggiati da pregevoli sculture, datate dal III secolo a.C. fino al XIII d.C., che adornavano gli antichi edifici più importanti dell’area; le più datate sono di ispirazione buddista mentre le più recenti rappresentano divinità indù, secondo la successione storico-cronologica delle due religioni in questa parte settentrionale del subcontinente indiano.

Il Chaukandi Stupa, situato sempre nelle vicinanze, proseguendo oltre il museo, venne costruito dalla dinastia Gupta intorno al IV-VI secolo d.C. per commemorare il luogo dove il Buddha incontrò i suoi 5 discepoli.
Come  avvenuto in altri casi, originariamente lo stupa venne sviluppato da un cumulo funerario e serviva come protezione per alcune reliquie del Buddha.
Successivamente, intorno alla metà del XVI secolo, sulla cima dello stupa venne aggiunta una piccola torre ottagonale in mattoni in stile moghul, per commemorare la visita dell’imperatore Humayun.

Infine, come succede anche negli altri 3 luoghi sacri più importanti per la vita del Buddha (Lumbini, Bodhgaya e Kushinagar), Sarnath ospita numerosi templi e monasteri costruiti nelle ultime decine d’anni dai paesi a maggioranza o forte influenza buddista.

Tra i più originali si segnalano quello thailandese, giapponese, tibetano, birmano e cinese.

lunedì 25 luglio 2016

Luoghi sacri buddisti, II parte: Bodhgaya

Mahabodhi temple.JPGDopo Lumbini, luogo di nascita del Buddha, situato in Nepal pochi chilometri oltre il confine con l’India, la seconda località legata alla vita del Buddha è Bodhgaya dove, seduto a meditare sotto un albero di pipal, raggiunse l’illuminazione.
Grazie alla notevole importanza religiosa ed altri favorevoli fattori, Bodhgaya è uno dei luoghi turistici più visitati ed apprezzati nel nord dell’India.
Intanto è aiutata dalla posizione geografica, a circa 200 chilometri da Varanasi e sulla strada tra questa e Calcutta (distante circa 500 km), che fa di Bodhgaya anche una comoda tappa per interrompere il lungo viaggio tra queste due città.
Secondo, essendo il luogo dove il Buddha si illuminò, è da tempo riverito come il più importante per i buddisti dal punto di vista spirituale e sono presenti numerosi istituti religiosi di vario tipo.
Il terzo motivo per cui Bodhgaya è piuttosto frequentata ed attiva, è che nei mesi invernali da Gennaio a Marzo, per sfuggire al freddo intenso del suo acquartieramento sui monti indiani, il Dalai Lama trascorre qui un po’ di tempo, cogliendo anche l’occasione di organizzare degli apprezzatissimi discorsi pubblici che attirano fedeli buddisti da tutto il mondo.
Quarto ed ultimo motivo del successo turistico di Bodhgaya è lo stupendo Tempio Mahabodhi e l’affascinante zona sacra sviluppatasi ai suoi piedi.

Costruito intorno al V-VI sec. d.C. sul luogo dove si trovava un piccolo santuario edificato nel III sec. a.C. dall’imperatore Ashoka, subì numerosi saccheggi e distruzioni da parte dei mussulmani, e cadde in rovina (anche a causa della decadenza del buddismo in India), finché non venne riportato alla luce da parte degli inglesi verso la metà del 1800 e definitivamente ristrutturato secondo le forme originali negli anni ’50.
Con una forma piramidale piuttosto slanciata e ricoperto di sculture, domina la zona sacra, costituita da un giardino quadrato pieno di santuari e luoghi di preghiera attivamente frequentati.

Il luogo più importante e riverito è sicuramente il punto preciso dove il Buddha si sedette in meditazione, oggi rappresentato da un piccolo trono protetto da un baldacchino, sotto ad un grande albero di fico bengalese.
L’albero presente attualmente è un discendente di quello originale, che fu più volte distrutto ed abbandonato, ed è stato ripiantato da un seme proveniente dal sud dell’India, che a sua volta era stato piantato da un ramo dell’originale, portato lì nel II-III secolo a.C. dai primi “missionari” buddisti.
Caratteristica particolare che aiuta a creare una certa atmosfera di raccoglimento, il giardino si trova qualche metro sotto il livello del terreno ed è circondato da un’ampia passerella situata sopra alle scalinate per accedervi, ricordando un po’ la struttura di una piccola arena.
Questo oltretutto permette anche ai semplici turisti di apprezzare il luogo passeggiando lungo la passerella senza intralciare le attività dei religiosi, che in quest’area sono particolarmente indaffarati con i loro rituali.

Oltre al Mahabodhi Temple, essendo Bodhgaya il luogo sacro buddista più importante, sono presenti templi e monasteri di tutti i paesi con forte presenza buddista e trovandosi spesso gli uni accanto agli altri è davvero semplice ed interessante poter confrontare i vari stili.
In particolare, poco lontano dal tempio di Mahabodhi, si trova una grande area, leggermente scostata dalla strada principale, dove, oltre ad alcuni alberghi discreti, si trovano: il tempio ed il monastero thailandesi, il monastero bhutanese, un tempio tibetano, due templi giapponesi, un monastero tibetano, nonché una grande statua del Buddha seduto in meditazione alta circa 25 metri.
Molto visitato è anche il coloratissimo tempio-monastero cinese, situato proprio sulla via principale.

Grazie alla presenza permamente di un’attiva comunità tibetana, il centro di Bodhgaya ospita anche colorati negozietti e bancarelle di articoli religiosi, artigianato, gioielli, vestiti, creando un’atmosfera particolarmente vivace.
Interessanti sono anche i ristorantini tipici tibetani che sorgono in una zona un po’ degradata e sono costituiti da grandi tende di plastica, quindi esteticamente sono poco invitanti, ma offrono pasti caldi piuttosto originali per poche rupie.

Oltre a questi, nei numerosi alberghi di varia categoria, Bodhgaya propone una discreta scelta in ambito culinario, anche considerando il fatto che ci si trova in una delle regioni dell’India più povere ed arretrate.

domenica 24 luglio 2016

Luoghi sacri buddisti, I parte: introduzione e Lumbini

La pietra che indica il punto preciso in cui nacque il Buddha
Sebbene oggigiorno il buddismo sia praticato solo da circa l’1% della popolazione indiana, la maggior parte dei luoghi legati alla vita del Buddha si trovano in India.
Ad esempio, delle quattro località sacre più importanti della sua vita, ben tre si trovano in territorio indiano ed una in Nepal, solo pochi chilometri al di là del confine indo-nepalese.
Oltre al retaggio storico con il Buddha stesso, originariamente un principe indù, bisogna aggiungere che il Dalai Lama, maggior leader spirituale buddista in esilio dal Tibet, vive nella cittadina indiana montana di Dharamsala, qualche centinaio di chilometri a nord della capitale Delhi.

Una minima conoscenza dei quattro luoghi più importanti della vita del Buddha può essere utile anche per riconoscerli nell’iconografia buddista, che seppur alquanto diversa di paese in paese, concentra su questi quattro posti la propria attenzione.
Numerosi riferimenti si possono notare chiaramente in India e Nepal, ma sono presenti anche in altri paesi con forte influenza buddista come, ad esempio, la Thailandia ed il Laos.
In ordine cronologico: il primo è Lumbini, situato nella desolata campagna gangetica a sud del Nepal vicino al confine con l’India, e si tratta del luogo dove il Buddha nacque; il secondo è Bodhgaya, nello stato indiano del Bihar, dove il Buddha ottenne l’illuminazione; il terzo è Sarnath, piccolo paese di campagna a circa 20 chilometri dalla sacra città indiana di Varanasi, dove il Buddha tenne il suo primo sermone; infine, il quarto luogo più importante della vita del Buddha è chiaramente dove è morto, o, più religiosamente, dove ottenne il nirvana, cioè Kushinagar, ameno paesino della povera campagna dello stato indiano del Bihar.

Lumbini è il luogo di nascita del principe indù Siddharta Gautam e si trova in Nepal, a pochi chilometri dal confine con l’India.
Secondo la leggenda, Maya Devi, la madre del Buddha, stava facendo il bagno in una vasca quando venne colta dalle doglie; uscì dall’acqua, fece sette passi, si appoggiò al ramo di un albero e partorì.
Nell’iconografia buddista questo episodio viene raffigurato con una donna che si tiene ad un albero, oppure con il Buddha seduto in meditazione vicino a sette pietre messe in fila; talvolta anche la presenza di una vasca indica che l’episodio raffigurato sia appunto la nascita del Buddha.
Sebbene nei dintorni si trovino anche altri luoghi importanti, come Kapilavastu, dove il Buddha fu cresciuto ed educato, oggigiorno non rimane molto a testimonianza di questi eventi.
Da anni il governo nepalese sta provando a lanciare turisticamente la zona, ma esistono numerosi ostacoli, non ultimo il fatto che Lumbini sia geograficamente in posizione scomoda, al di fuori dei maggiori circuiti turistici nepalesi.
I recenti sviluppi politici del paese che hanno portato, se non proprio stabilità, almeno pace, potrebbero aiutare in futuro a migliorare la situazione ed il fatto che il Capo Supremo dei maoisti, Dahal Prachand, sia stato eletto come presidente del comitato per lo sviluppo di Lumbini, dimostra perlomeno un certo interesse.

Al momento però il problema più grave, forse insormontabile, è la pietosa condizione delle due strade principali che collegano questa zona con i centri turistici di Pokhara e Kathmandu.
Dobbiamo comunque notare che negli ultimi anni, presso il posto di confine indo-nepalese di Sunauli (porta d’accesso per Lumbini), incontriamo un numero sempre crescente di turisti del sud-est asiatico, soprattutto thailandesi e vietnamiti, i quali, visitando i luoghi sacri buddisti dell’India, molto spesso compiono la faticosa ma importante escursione a Lumbini.

L’attrazione principale, da un punto di vista storico-religioso, è la vasca di Maya Devi, la madre del Buddha, la quale, secondo la tradizione, accusò le doglie proprio mentre si bagnava in questo posto, uscì dall’acqua, compì 7 passi, si aggrappò al ramo di un albero e partorì.
A fianco della vasca, nel grande e ben tenuto giardino, si trova un tempio dedicato a Maya Devi, che all’esterno non presenta nessun particolare rilievo artistico, mentre all’interno ospita i resti di antichi santuari e templi in mattoni, nonché la pietra dove viene indicato il punto preciso in cui il Buddha venne alla luce.
Notevole è anche il grande albero intorno al quale sono avvolte e appese decine di colorate bandiere della preghiera.
Tra i reperti più antichi di Lumbini bisogna citare anche l’alta colonna di Ashoka, il primo grande imperatore indiano, di religione buddista (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/02/limperatore-ashoka.html).
Sparsi nella campagna circostante, secondo una piacevole tradizione inaugurata alcune decine di anni fa, sono stati edificati vari templi e monasteri da parte dei paesi con una maggioranza o forte presenza di praticanti del buddismo.

Molto caratteristici sono ad esempio quelli tibetano, thailandese, birmano, cinese, coreano e giapponese.