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giovedì 6 luglio 2017

Breve cenno al poema epico Mahabharata

Arjuna and His Charioteer Krishna Confront Karna.jpg
I Pandava a sinistra ed i Kaurava a destra, schierati sul campo di battaglia di Krukshetra
Il Mahabharata è, insieme con il Ramayana, uno dei due antichi poemi epici più importanti per l’induismo.
Come il Ramayana tratta le vicende del dio Rama (settima incarnazione di Vishnu), il Mahabharata descrive la vita di Krishna (ottava incarazione di Vishnu), in particolare gli avvenimenti legati alla diatriba all’interno della dinastia Bharata tra i principi Pandava ed i loro cugini Kaurava.

Con un corpo di ben 100 mila distici, quindi 200 mila versi, il Mahabharata viene viene considerato la più lunga opera letteraria al mondo, che corrisponde all’incirca a dieci volte la lunghezza dell’Iliade e dell’Odissea messe insieme.
Nonostante la tradizione veda nel mitico santo Vyasa l’autore di tutto il testo, si tratta invece di una versione amplificata nell’arco dei secoli, da numerosi scittori, di un testo precedente chiamato Jaya (Vittoria), composto attorno al IV secolo a.C. da circa 8.000 versi.
Successivamente venne riconosciuta una versione “intermedia” chiamata Bharata (Storia della dinastia Bharata) che raggiungeva più o meno i 24 mila versi, quindi si arrivò alla versione definitiva Mahabharata (La grade storia dei Bharata), completata attorno al IV secolo d.C..

Dal punto di vista prettamente letterario, il Mahabharata è un’opera piuttosto caotica e confusa, sia per quanto riguarda i contenuti che lo stile.
A causa delle continue aggiunte e delle numerosissime digressioni la trama risulta essere ben poco lineare, mentre lo stile risente dell’influenza dei vari autori che hanno composto l’opera, usando comunque sempre un linguaggio piuttosto aulico e pomposo.
Anche storicamente il Mahabharata risulta essere ben poco affidabile, descrivendo avvenimenti talmente antichi che raramente possono essere confermati da altri testi.
A questo bisogna aggiungere, come previdibile ed in parte giustificabile, la visione romanzata degli eventi; recentemente gli studiosi stanno mettendo in dubbio addirittura la Battaglia di Kurukshetra, lo scontro finale tra i due rami della dinastia Bharata.
Le stime sugli eserciti impegnati che si possono trovare nel Mahabharata sono chiaramente esagerate, ma è pur vero che molto probabilmente si trattò di una delle prime guerre del subcontinente indiano (in particolare la regione tra i fiumi Gange e Yamuna) dove non si affrontarono due soli eserciti, bensì due coalizioni di più regni.

Se letterariamente e storicamente il Mahabharata presenta alcune gravi lacune, i campi dove eccelle sono quelo religioso, culturale e spirituale.
Non è un’esagerazione affermare che non esista divinità, personaggio, luogo e avvenimento mitologico indù, per quanto secondario e misconosciuto, che non sia trattato nel Mahabharata.
L’eccessiva vastità, che come abbiamo visto è più un limite che un beneficio dal punto di vista prettamente letterario, diventa invece il punto di forza dal punto di vista culturale.
Spiritualmente infine, il Mahabharata espone alcuni dei concetti più importanti dell’induismo come il dharma, l’etica, la moksha, liberazione, e soprattutto il karma, l’azione.
In particolare la sezione chiamata Bhagavadgita, nel sesto dei 18 capitoli in cui è suddivisa l’opera, descrive in maniera molto semplice e chiara quelli che sono i principi di una vita giusta secondo l’etica indù.
Il principe Arjuna, terzo dei cinque fratelli Pandava, trovandosi sul campo della Battaglia di Kurukshetra con gli eserciti schierati pronti ad iniziare la guerra, viene preso da un grande senso di rimorso a combattere contro i suoi stessi cugini e sembra quasi intenzionato ad abbandonare la lotta.
In suo soccorso venne Krishna, che in quel momento aveva preso le sembianze del cocchiero di Arjuna, il quale gli spiega che quello è il suo karma (che in questo caso potremmo tradurre con dovere), contro il quale non può fare nulla: i cugini Kaurava vogliono usurpare il trono e come comandante dell’esercito è compito di Arjuna fermarli.

L’unico modo per non essere influenzato dalle azioni che compirà è non identificarsi con queste, senza sviluppare attaccamento verso di esse e soprattutto senza aspettarsi nessun frutto o vantaggio.

giovedì 16 marzo 2017

Breve cenno alla mitologia del dio Krishna

Miniature1.jpg
Krishna danza sulla testa del serpente Kaliya
(miniatura Moghul di fine XVI secolo)
Krishna, ottava incarnazione del dio Vishnu, è una delle divinità più popolari ed amate del pantheon induista, d’altronde lui stesso è riconosciuto come rappresentazione dell’amore, divino, familiare ed, in minor misura, sensuale.
Grazie ad un’estesa mitologia, di Krishna sono noti numerosi episodi di una certa importanza, descritti con dovizia di particolari in numerosi testi sacri, su tutti il Mahabharata, lo Srimad Bhagavatam, l’Harivamsa ed il Vishnu Purana.
Le forme maggiormente descritte sono quelle di bambino monello, di ragazzo pastore che suona il flauto, di giovane uomo in compagnia della moglie Radha o circondato dalle gopi (pastorelle) e di saggio uomo maturo, guerriero e sovrano.

La figura di Krishna bambino è particolarmente amata, considerando che a tutti piacciono i bambini vispi ed intelligenti.
Krishna era in realtà riconosciuto come un monello, che passava il tempo a giocare con i suoi amichetti e ad essere sgridato dalla madre Yashoda.
Ogni tanto Krishna, perfettamente conscio di essere un dio, si stufava di essere continuamente rimproverato ed un giorno decise di dare a sua madre una bella lezione.
Mentre lei lo teneva in braccio e lo sgridava per l’ultima marachella, Krishna aprì la bocca e mostrò a Yashoda l’intero universo.
Lei fu talmente colpita che rimase paralizzata, così Krishna, per continuare il gioco illusorio della vita, le fece dimenticare l’accaduto e lasciò che lei continuasse a rimproverarlo.

Un secondo significativo episodio della vita di Krishna bambino avvenne con la comparsa del mostro Kaliya, un gigantesco serpente che viveva nel fiume Yamuna presso Vrindavan, terra natale di Krishna, terrorizzando gli abitanti locali.
Appena venuto a conoscenza della situazione, Krishna si diresse al fiume e vi si tuffò, sparendo per molti minuti.
Quando tutti ormai pensavano che il mostro l’avesse ucciso, dall’acqua emerse il gigantesco serpente, sottomesso a Krishna che danzava allegramente sulla sua testa.
L’episodio ha anche alcuni significati metafisici yogici, in quanto il serpente rappresenta l’energia kundalini, che Krishna dimostra di avere sotto suo completo controllo fin da bambino.

Krishna Lifting Mount Govardhan - Google Art Project.jpg
Krishna solleva la collina di Govardhan
Un altro famoso incidente della vita di Krishna avvenne quando, già grandicello, ebbe una disputa con il dio Indra.
Vedendo gli abitanti del suo villaggio che preparavano un gigantesco rituale per appagare Indra, dio della pioggia, Krishna si chiese se invece di spendere tempo e risorse per sacrifici e cerimonie, non sarebbe stato meglio che i contadini preparassero per bene i campi ed i pastori costruissero ripari per le proprie mucche.
Convinti gli abitanti, questi non compirono il rituale, facendo arrabbiare terribilmente Indra che decise di scatenare una potente pioggia per spazzare via il villaggio.
Krishna, per tutta risposta, prese la vicina collina di Govardhan e tenendola in equilibrio su un dito, la usò come un ombrello per proteggere tutta la zona dall’inondazione.
Particolare teologico che traspare da questa storia è il definitivo declino dell’antico dio Indra ed un cambiamento nella filosofia induista, che passa da una forma di devozione improntata sui sacrifici e l’appagamento delle divinità, ad una più spirituale.
Questo episodio, come volendo anche gli altri di cui stiamo accennando, è stato reso famoso nei secoli grazie a numerose rappresentazioni artistiche, sia sotto forma di pitture che sculture.

Il testo sacro più importante per il culto di Krishna è sicuramente il Mahabharata, un antico e vasto poema epico, che racconta, oltre alle vicende della vita del dio, i fatti che porteranno alla guerra di Kurukshetra tra la dinastia dei Pandava ed i cugini Kauravas.
Proprio al momento dello scoppio della guerra è legato l’episodio più significativo della figura divina di Krishna.
Arjuna, terzo dei cinque fratelli Pandava, trovandosi sul campo di battaglia, venne assalito da forti dubbi e rimorsi nell’entrare in guerra contro i suoi stessi parenti, per quanto colpevoli di tradimento.
Krishna, che in quel momento aveva preso la forma di guida e cocchiere di Arjuna, gli spiegò che quello era invece il suo dovere di guerriero nella lotta per stabilire il dharma (etica).
In questo modo lui non si renderebbe colpevole di alcun peccato, fintanto che non si identifica con l’azione che compie, cioè senza aspettarsi alcun guadagno.

Chiaramente i significati sono molto più profondi di queste due righe e toccano vari aspetti centrali della filosofia induista, il dharma, il karma, la bhakti (devozione) e la jnana (conoscenza).

sabato 11 marzo 2017

I demoni del poema epico Ramayana

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Il potente demone Ravana
Nell’ampia e complessa mitologia induista, un posto di primo piano spetta ai demoni, creature dotate delle stesse capacità delle divinità, ma usate in maniera egoistica e distruttiva, e sono destinate quindi a soccombere.
La loro importanza è notevole, poiché, la loro malefica presenza, spinge le divinità a manifestarsi, mostrando ai devoti le loro qualità.
I termini più comuni per definire i demoni sono asura e rakshas, e sebbene esistano delle leggere differenze, spesso vengono usati in maniera interscambiabile.

Pur presenti in varie vicende mitologiche, probabilmente la miglior collezione di demoni la si incontra nel Ramayana e nelle sue varie versioni, dove i rakshas, sotto alla guida del Re dei Demoni Ravana, saranno gli antagonisti del dio Rama e dei suoi seguaci.
Molti di questi demoni hanno caratteristiche particolari che permettono di avere una panoramica su questi curiosi personaggi.

Ravana è il demone per antonomasia, Re della città di Lanka, capitale del regno dei demoni, ed il più potente tra loro.
L’origine delle sue proverbiali capacità va fatta risalire al fatto che Ravana, escludendo Vishnu, è il più grande devoto del dio Shiva e grazie alle penitenze in suo onore ebbe spesso modo di ottenere da lui dei particolari poteri, seppur purtroppo li utilizzerà sempre nel modo sbagliato.
Fisicamente possiede dieci teste, che ricrescono se e quando vengono tagliate, come la coda delle lucertole, e tra i tanti poteri, da segnalare vi è quello di poter prendere qualunque forma, abilità che sfrutterà a dovere per rapire Sita, la moglie di Rama.

Vibhishan è il fratello minore di Ravana, ma pur essendo di nascita un demone, possiede un carattere nobile e gentile, e si dimostrerà un valido alleato di Rama nella lotta contro gli altri rakshas.
Dopo l’uccisione di Ravana da parte di Rama, Vibhishan divenne Re di Lanka, e per servire gli esseri umani e guidarli sulla strada del Dharma (etica), gli venne ordinato da Rama di rimanere perennemente sulla terra, facendone uno dei sette chiranjeevin, creature immortali.

Anche Kumbhakarna era un demone fratello minore di Ravana, dotato di alcune buone qualità e vari poteri, dei quali però spesso abusava.
Di dimensioni gigantesche, a causa di una benedizione trasformatasi in maledizione, Kumbhakarna dormiva per sei mesi all’anno, quindi una volta svegliato mangiava per i successivi sei mesi.
La sua entrata in battaglia, dopo essere stato risvegliato con non poche difficoltà, creò lo scompiglio nell’esercito di Rama, il quale però alla fine riuscirà ad ucciderlo.
Stessa sorte subiranno anche Kumbha e Nikhumba, i due figli di Kumbhakarna.

Indrajit fu il figlio di Ravana e un potentissimo guerriero dell’esercito dei demoni, grazie al fatto che, attraverso il suo guru Shukracharya, fu un grado di ottenere l’arma sacra di tutti e tre gli dei della trimurti, Brahma, Vishnu e Shiva.
Il suo ingresso in battaglia fu devastante, arrivando a ferire addirittura Rama e suo fratello Lakshman, il quale però alla fine riuscirà ad ucciderlo con l’aiuto di Vibhishan.

Atikaya fu il secondo figlio di Ravana, anche lui dotato di enormi poteri grazie alla sua devozione verso Shiva.
La sua uccisione creò particolari grattacapi alle truppe di Rama, a causa della sua invincibile armatura ottenuta da Brahma, ma Lakshman riuscirà a scoprirne il punto debole ed a colpirla con il potentissimo Brahmastra, l’arma divina di Brahma.

Akshayakumar fu il terzo figlio di Ravana, che nonostante l’enorme potere venne ucciso da Hanuman prima ancora dello scoppio della guerra vera e propria, quando Hanuman raggiunse Lanka e scoprì il luogo dove era tenuta prigioniera Sita.

Mandodari fu la moglie di Ravana, quindi Regina di Lanka, figlia del Re degli Asura e di un’apsara, una ninfa celeste.
Per questo motivo la sua natura non era completamente demoniaca e la sua figura viene normalmente pregata per le sue elevate qualità morali.
Secondo una tradizione secondaria, ma significativa, Mandodari sarebbe addirittura la madre di Sita.

Khara e Dushan furono due gemelli, cugini di Ravana, considerati demoni mangiatori di uomini.
La loro apparizione nelle vicende della vita di Rama si verifica quando ancora il dio vagava per la foresta insieme alla moglie Sita ed al fratello Lakshman.
La sorella di Ravana, la demonessa Shurpanaka, si invaghì di Rama e si propose come sua moglie. Respinta, andò quindi a proporsi a Lakshman, il quale a sua volta la respinse, così, infuriata, cercò di attaccare Sita, venendo fermata da Lakshman che le taglierà il naso, le orecchie ed i seni.
Umiliata ed offesa, Shurpanaka chiederà aiuto a Khara e Dushan che verranno uccisi dai due divini fratelli nel tentativo di vendicarla.

Un ultimo demone che ebbe un notevole ruolo nelle vicende del dio Rama fu Maricha, zio di Ravana, che aiutò durante il rapimento di Sita.
Fu Maricha infatti a prendere le sembianze del cervo dorato che attirerà l’attenzione di Sita e distrarrà Rama e Lakshman.

Rama riuscirà comunque a vendicarsi uccidendo Maricha, mentre durante la susseguente guerra a Lanka Hanuman ucciderà suo figlio Kalanemi, potente ministro di Ravana.

giovedì 9 marzo 2017

Le tilaka

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Alcune tipologie di tilaka
La tilaka (talvolta detta anche tilak, tilakam, tika o tikli) è un segno colorato, tipico della religione induista, che viene disegnato principalmente in mezzo alla fronte, ma anche su altre parti del corpo, come collo, braccia e torso.
I significati principali vedono le tilaka come segni auspiciosi, che si possono indossare giornalmente oppure per particolari cerimonie, e sono parte fondamentale delle visite ai tempi, dove i sacerdoti si premurano di segnare con una tilaka le fronti dei visitatori.
Grazie a questo esistono numerosi tipi di tilaka che quindi assumono anche un valore distintivo e di riconoscimento tra le varie sette dell’induismo, con l’uso di differenti segni e materiali.

Ad esempio, la tilaka tipica dei seguaci di Shiva viene chiamata tripundra ed è composta da tre striscie orizzontali di pasta di vibhuti (cenere consacrata) di colore bianco-crema, con in mezzo un cerchio di pasta di sandalo e/o di kumkum, una polvere rossa a base di curcuma.
In realtà la curcuma è giallo-arancione e diventa via via sempre più rossa con l’aggiunta di idrossido di calcio, detto anche calce spenta o calce idratata.
Spesso il termine kumkum viene utilizzato come sinonimo di sindoor, che letteralmente significa vermiglione, un pigmento rosso, di cui quindi in realtà il kumkum rappresenta la varietà più diffusa nel subcontinente indiano.
A complicare questa non precisa nomenclatura, nel nord del paese kumkum viene riferito alla polvere di colore rosso, mentre sindoor a quella arancione.
Talvolta i seguaci di Shiva indossano anche un segno nero, ricavato dalle ceneri di qualche rituale, in maniera simile alla vibhuti, che però si ottiene attraverso specifiche cerimonie.

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Alcune tipologie di bindi
I seguaci del dio Vishnu, in particolare delle sue avatar di Krishna e Rama, indossano invece una tilaka chiamata urdhva pundra, costituita da un segno a forma di U, di colore chiaro, a base di pasta di sandalo.
Grazie all’elevato numero di sette vishnuite ed all’importanza che queste attribuiscono alle tilaka come segno di riconoscimento, esistono numerose versioni della urdhva pundra, come quella chiamata sricharanam, che prevede una linea rossa o arancione dentro alla U, o quella della diffusa setta Swamynarayana, con un segno rosso circolare all’interno della U.
Per la sricharanam esiste anche una forma semplificata, più pratica nella vita di tutti i giorni, che prevede la presenza della sola linea centrale rossa o giallo-arancione, senza la U, forma che pare essere esplicitamente vietata da alcuni testi religiosi, ma che ormai viene ampiamente usata ed accettata.

Per i seguaci dello shaktismo e devoti di divinità femminili, il materiale della tilaka è il kumkum-sindoor di colore rosso, che viene applicato con un dito facendo un semplice segno verticale in mezzo alla fronte; talvolta nei templi più affollati, i sacerdoti, in maniera più pratica e sbrigativa, spalmano direttamente delle manate di pasta rossa in orizzontale ad occupare quasi tutta la fronte dei fedeli
Data la forte relazione tra Ganesha e le divinità femminili, anche i suoi seguaci usano preferibilmente una pasta di colore rosso.

Il veneratissimo dio scimmia Hanuman è noto per l’apprezzamento verso il sindoor di colore arancione e nei suoi templi i devoti ricevono dai sacerdoti delle semplici tilaka di questo colore; talvolta all’interno dei templi, nei pressi della statua prinicipale di Hanuman, vi sono dei piccoli piattini di metallo contenenti pasta di sindoor consacrata che i devoti si applicano da soli.

Chiaramente, come si può vedere anche nelle fotografie, esistono numerose variazioni a queste tilaka principali, che comunque non vanno confuse con due altri caratteristici segni tradizionali indù, che sono la colorazione del maang ed i bindi.
La colorazione del maang è il segno rosso di kumkum che viene applicato nella partizione dei capelli, chiamata appunto maang, dalle donne sposate, che dichiarano così inequivocabilmente il loro stato matrimoniale.

I bindi invece si distinguono dalle tilaka per vari motivi.
Innanzitutto non hanno funzioni religiose, bensì decorative, e come tali vengono indossati solo dalle donne.
Notevole è anche la differenza di materiali e dimensioni, con i bindi costituiti essenzialmente da piccoli adesivi di plastica rotondi, usa e getta, che vengono venduti per poche rupie in pratiche bustine; piuttosto diffusi comunque sono anche un piccolo puntino rosso di sindoor o nero di kajhal.
I bindi, non avendo particolari significati religiosi, sono anche apprezzati ed indossati al di fuori dell’induismo, da donne appartenenti a differenti religioni.

Bisogna però notare che i semplici bindi rossi nel nord dell’India vengono usati solo da donne sposate, mentre al sud anche le ragazze più giovani li indossano, magari con disegni e colori più elaborati, per scopo decorativo.

domenica 22 gennaio 2017

Breve cenno al dio Ganesha

Gajanan20120901 182954.jpgGanesha è il figlio di Shiva e Parvati ed una delle divinità indù più amate, simbolo di prosperità e saggezza.
La sua caratteristica fisica più evidente è l’avere la testa di un elefante, a causa di un noto episodio mitologico, narrato con diverse sfumature in numerosi testi.
Semplificando, un giorno Parvati, durante un’assenza di Shiva, decise di fare un bagno in un laghetto e per avere un po’ di intimità, dalla polvere di curcuma che usava per lavarsi, creò un ragazzo che mise a farle la guardia.
Quando Shiva tornò, non riconobbe il “figlio” in questo strano ragazzo, e siccome non lo faceva passare, intavolò con lui una discussione, che terminò tagliando la testa al povero Ganesha.
Quando Parvati venne a sapere dell’accaduto, ordinò a Shiva di riportarlo in vita, ma questo fu possibile solo a patto di mettere sul collo di Ganesha la testa del primo animale rivolto verso nord che Shiva avesse incontrato; ed il caso volle che fu un elefante.

Da questo deriva la relazione tra Ganesha e la prosperità essendo l’elefante considerato fin dall’antichità simbolo di abbondanza e ricchezza.
In questo aspetto viene spesso raffigurato insieme a Lakshmi, anche lei dea della prosperità, e le loro immagini si trovano spesso sia in India che in Nepal, all’ingresso di negozi ed attività commerciali, sotto alla scritta sanscrita Shubh Labh, letteralmente Buon Profitto.
Non è un caso che l’area dove il culto verso Ganesha è particolarmente sentito è quella di Bombay, capitale economica dell’India.

La proverbiale saggezza di Ganesha deriva invece dall’essere stato lo scriba del poema Mahabharata, dettatogli dal rishi Vyasa, e per questo motivo spesso viene raffigurato con un libro in mano.
Sempre legato a questo aspetto di scriba, altra caratteristica fisica evidente è l’avere una zanna spezzata, in quanto la piuma che stava usando si ruppe e per non interrompere il lavoro, si staccò una zanna e la usò per scrivere.

Tra le altre qualità che gli vengono attribuite, Ganesha viene considerato colui che rimuove gli ostacoli, capacità che condivide con il dio scimmia Hanuman, seppur vi sia una certa differenza, in quanto Ganesha viene invocato prima di intraprendere un’attività per evitare che si verifichino problemi, ma se ciò avviene, allora si invoca Hanuman.
Per questo motivo Ganesha viene considerato il Signore del Buon Inizio ed a lui sono spesso dedicati i versi introduttivi di preghiere e canti.

Come molte divinità indù, Ganesha possiede un veicolo animale, un topo, che rappresenta l’ego umano che Ganesha tiene perfettamente sotto controllo.

Seppur non esistano pellegrinaggi specifici in suo onore, sparsi nel subcontinente indiano sono molto numerosi i templi dedicati a Ganesha.
Come già accennato, l’area di Bombay e lo stato del Maharashtra sono considerati una roccaforte del culto di Ganesha ed è in queste zone che viene celebrata con particolare fervore la festa principale del dio, Ganesha Chaturthi, che cade tra Agosto e Settembre e dura ben dieci giorni.

In Nepal, si segnalano 4 templi dedicati a Vinayak, altro nome di Ganesha, situati nei punti cardinali della Valle di Kathmandu.

martedì 18 ottobre 2016

Breve cenno a Sri Ramakrishna e Swami Vivekananda

Image of Ramakrishna, sitting.
Sri Ramakrishna
Sri Ramakrishna (1836-1886) e Swami Vivekananda (1863-1902) sono stati due importanti mistici indiani originari dello stato del Bengala.
Vengono sovente citati insieme poiché Ramakrishna fu il guru (maestro) e Vivekananda il suo discepolo ideale, oppure, usando una terminologia più occidentale e moderna, si potrebbe dire che furono il primo la mente, il secondo il braccio.

Ramakrishna (al secolo Gadadhar Chattopadhyay) nacque in un piccolo villaggio nella vasta campagna bengalese, in una famiglia di poveri bramini.
Fin dai primi anni di vita mostrò alcuni comportamenti piuttosto inusuali, che vennero sommariamente considerati frutto di una leggera deficienza mentale o di una forma di epilessia.
Per questo motivo ricevette un’educazione piuttosto limitata ed a circa 19 anni trovò occupazione come aiutante sacerdote presso il tempio di Dakshineswar, situato nell’omonimo villaggio, al tempo alle porte di Kolkata ed oggigiorno inglobato nella grande area metropolitana.
Grazie ad un’atmosfera ed un contesto molto appropriati – il complesso del tempio di Dakshineswar si trova infatti ancora oggi immerso in un grande, tranquillo e verdeggiante parco sulla sponda del fiume Hoogly – Ramakrishna poté quindi dedicarsi completamente alla ricerca spirituale.
I suoi apparentemente fanciulleschi atteggiamenti maturarono infatti in profondi stati di estasi spirituale, chiamati dal sanscrito samadhi, durante i quali la sua coscienza personale mergeva nella Coscienza Universale.
Grazie a questo egli era quindi in grado di spiegare in maniera particolarmente semplice e convincente, difficili precetti spirituali ad un gruppo sempre crescente di devoti ascoltatori.

Swami Vivekananda 1893 Scanned Image.jpg
Swami Vivekananda
Tra questi il più brillante era il giovane Narendranath Datta, rampollo di una ricca e rispettata famiglia bengalese, che diventerà noto come Swami Vivekananda.
Il primo incontro tra i due avvenne nel 1981, ma l’istruito Narendranath Datta sembrava poco propenso ad accettare alcuni degli insegnamenti di Ramakrishna, fino all’improvvisa morte di suo padre nel 1884.
Trovandosi in una grave situazione finanziaria, Narendranath Datta iniziò a frequentare con sempre maggior frequenza Ramakrishna, tanto che alla morte di quest’ultimo nel 1886 era ormai il suo discepolo principale.
Dopo aver raccolto l’eredità spirituale del suo maestro, e presi i voti della vita monastica, cambiando il nome in Vivekananda, viaggiò per l’India dal 1888 fino al 1893, per incontrare religiosi d’ogni sorta ed iniziando a guadagnare una certa notorietà, anche presso ufficiali del governo, per la sua cultura, intelligenza e conoscenza spirituale.
Nel 1893, partì per la prima volta verso l’occidente per prendere parte al Parlamento delle Religioni di Chicago, durante il quale fece un apprezzatissimo intervento che impressionò talmente il pubblico che Vivekananda rimase in America, con l’eccezione di un paio di viaggi in Inghilterra, fino alla fine del 1896.
Rientrato in India, il 1 Maggio 1897, fondò la Ramakrishna Mission, per servizi sociali, agli ordini dei capi del Ramakrishna Math, l’ordine monastico fondato insieme ad altri discepoli alla morte di Ramakrishna .
Nonostante condizioni di salute precarie, dovute principalmente all’asma e al diabete, nel 1899 Vivekananda intraprenderà un secondo viaggio in occidente, con soste in Inghilterra, Stati Uniti e Francia, per tornare a Calcutta nel Dicembre del 1900.
E dopo soli due anni, il 4 Luglio 1902, morì, confermando una sua vecchia profezia che non sarebbe vissuto più di 40 anni.

Spiritualmente Vivekananda seguiva principalmente l’Advaita Vedanta, come promulgato dal filosofo indiano Adi Shankaracharya, ma senza la rigidità del suo illustre predecessore.
Secondo le sue stesse parole “Ogni anima è potenzialmente divina. Lo scopo è manifestare questa divinità controllando la natura interiore ed esteriore. Questo può essere fatto attraverso il lavoro, la devozione, la disciplina mentale e la filosofia, per diventare liberi. Questa è la summa delle religioni. Dottrine, dogmi, rituali, libri, templi e forme non sono altro che dettagli secondari”.
Ciò che infatti ha sempre distinto l’ordine monastico del Ramakrishna Math, da quelli tradizionali indù, è una forte inclinazione a migliorare le condizioni della società attraverso la spiritualità, ma anche con riforme, il lavoro ed una spiccata attenzione alle persone indigenti e bisognose.
Il motto dell’organizzazione è infatti “Per liberare l’anima e servire la società”.
Per questi motivi, in contrasto con le più diffuse tradizioni del tempo, il movimento ispirato a Ramakrishna ha sempre accettato chiunque a prescindere da casta, razza e perfino religione.
Nelle parole di Vivekananda “abbiamo bisogno di monaci che siano in grado di andare nella più profonda meditazione, ma anche di andare al mercato a vendere gli ortaggi che loro stessi hanno coltivato”.
Questo anche per permettere ai gruppi monastici di provvedere, almeno in parte, ai propri bisogni senza dipendere esclusivamente da offerte e sponsorizzazioni.

Con notevole lungimiranza infatti, Vivekananda fin da subito proibì ogni accostamento politico, proprio per poter mantenere la propria indipendenza, fattore che ancora oggi rende il movimento Ramakrishna, seppur chiaramente ispirato all’induismo, apprezzato anche da mussulmani e cristiani, abbastanza numerosi nella città di Kolkata sede storica del movimento.

mercoledì 24 agosto 2016

Le Das Mahavidya, I parte

Le Das Mahavidya sono un gruppo di dieci divinità femminili indù che vengono considerate, come dall’etimologia del nome, “Le Dieci (das) Dee della Grande Saggezza (maha grande, vidya saggezza)”.
Sebbene alcune di queste divinità abbiano origini molto antiche, il concetto delle Das Mahavidya è relativamente recente e legato al periodo della nascita e sviluppo della corrente dello shaktismo, culto di divinità femminili, intorno al X-XII secolo.
Di questo periodo sono i primi testi sacri dove viene esaltato l’aspetto divino femminile come origine di ogni esistenza e nei quali vengono descritte le Das Mahavidya come le dieci forme di conoscenza attraverso le quali è possibile ottenere la conoscenza universale.

Oltre a far parte della corrente dello shaktismo, le dee di questo gruppo sono adorate dai praticanti tantrici, la cui filosofia si differenzia dalle correnti ortodosse, come ad esempio la diffusa vedanta, per l’accettazione della vita umana come reale e non solo illusoria.
Questo ha portato il tantrismo a considerare qualunque esperienza come spunto spirituale per espandere la propria conoscenza, a prescindere dall’eventuale purezza od impurità, altro concetto opposto al culto induista tradizionale che stressa particolarmente proprio su questo punto.
Anzi, per il tantra, più spaventosa e sconvolgente è l’esperienza, maggiore è la conoscenza che se ne  può trarre.
Per questo motivo le divinità tantriche hanno spesso un aspetto considerato terrifico: tra le Das Mahavidya ben 6 hanno caratteristiche che, ad un superficiale esame, potrebbero essere definite addirittura infauste.

Secondo la mitologia shakta, sono almeno due le versioni principali sull’origine delle Das Mahavidya, che compaiono in alcuni testi sacri considerati fondamenali per lo shaktismo.
Nello Shakta Maha-Bhagavata Purana, scritto intorno al X secolo, la loro apparizione deriva dal noto episodio riguardante la morte di Sati, la prima moglie di Shiva (per ulteriori dettagli http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/02/sati.html).
Quando Sati chiese a Shiva di partecipare ad un grande rituale che aveva organizzato il padre di lei ma senza invitare la coppia, egli dapprima rifiutò e per convincerlo Sati si trasformò nelle Das Mahavidya che circondarono Shiva da tutti i lati (gli otto punti cardinali più “sopra” e “sotto”), al ché questi, spaventato e sorpreso, diede il suo consenso.
Nel Devi Bhagavata Purana del XII secolo, le Das Mahavidya nascono invece dal corpo di Shakambari, una forma della dea Durga, che le generò durante una cruenta battaglia contro un esercito di demoni.
Prima di iniziare una breve descrizione degli aspetti più rappresentativi di queste dieci dee, lasciamo la lista dei nomi: Kali, Tara, Tripura Sundari (o Shodashi), Bhuvaneshvari, Bhairavi, Chinnamasta, Dhumavati, Baglamukhi, Matangi e Kamala.

Kali è la prima e più importante tra le dieci Das Mahavidya, tanto che è infatti l’unica che possiede un proprio culto anche al di fuori di questo gruppo.
Iconograficamente è rappresentata da una giovane donna seminuda, con la pelle scura, i capelli arruffati, la lingua estesa all’infuori, una gonna di braccia umana, una collana di teste e quattro braccia di cui almeno due reggono un’arma, una spada o un coltello ricurvo, e un teschio, mentre le altre due formano l’abhaya ed il varada mudra (posizioni delle mani che rappresentano il primo il coraggio, il secondo la benedizione della dea).
Date queste caratteristiche, Kali è considerata una divinità terrifica, seppur i suoi devoti apprezzino anche i suoi tratti più benevoli.
L’origine e l’importanza di Kali va ben oltre alla tradizione delle Das Mahavidya, nota ma pur sempre secondaria, ed è venerata da secoli come l’aspetto femminile divino più potente dell’induismo insieme a Durga, con la quale condivide un gran numero di attributi e qualità.
Per una effettiva descrizione dell’aspetto spirituale di Kali, lasciamo una breve citazione di uno dei suoi più grandi devoti, il santo Sri Ramakrishna:
Kali non è altro che Brahman. Ciò che viene chiamato Brahman in realtà è Kali.
Lei è l’energia primordiale: quando questa energia è inattiva, la chiamo Brahman, quando crea, conserva e distrugge, la chiamo Shakti o Kali.
Brahman e Kali non sono diversi, sono come il fuoco ed il potere di bruciare: quando si pensa al fuoco, si pensa anche alla sua capacità di bruciare.
Se si riconosce Kali, bisogna anche riconoscere Brahman, in quanto Brahman ed il suo potere sono la stessa cosa e quello che io chiamo Shakti o Kali è il Brahman.

La dea Tara ha origini buddiste e venne presumibilmente introdotta nell’induismo attraverso i numerosi e prolifici contatti tra la filosofia tantrica buddista del Tibet e quella tantrica induista dell’India del nord, in particolare dell’area del Bengala.
Iconograficamente assomiglia molto a Kali, dalla quale si differenzia per alcuni piccoli dettagli: Kali ha quasi sempre la lingua protesa all’infuori, Tara veste sempre una pelle di animale (tigre o leopardo) e spesso tiene tra le mani delle forbici, con le quali recide i nostri attaccamenti alla vita fisica, rappresentati nell’induismo dai tre guna, i tre componenti di ogni materia, rajas, attività, sattva, purezza, tamas, oscurità.
L’etimologia del nome significa Colei che permette di attraversare il fiume dell’esistenza, dalla radice sanscrita tar, da cui il verbo hindi tarna, attraversare ed il suo causativo, tarana, far attraversare.

Radice verbale dalla quale deriva anche il termine hindi terna, nuotare, e come per attraversare un fiume a nuoto bisogna spogliarsi dei vestiti, allo stesso modo per attraversare il fiume dell’esistenza e giungere sulle sponde divine bisogna spogliarsi dei tre guna.

lunedì 1 agosto 2016

Campi crematori, II parte

Per terminare la nostra breve panoramica dei campi crematori più importanti dell’India (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/07/campi-crematori-i-parte.html), in questo post tratteremo della città di Gaya, del paesino collinare di Chamunda Devi e del villaggio bengalese di Tarapeeth.

La città di Gaya (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/02/la-citta-di-gaya.html) è da tempo ritenuta un luogo particolarmente propizio per i rituali dedicati ai defunti ed il suo ghat crematorio è particolarmente frequentato.
Poco lontano dall’ingresso del Vishnupad Temple, il tempio più importante di Gaya, si trova un grande campo crematorio situato sulla riva del fiume Falgu.
L’area principale, dove possono essere eseguite 7-8 cremazioni, è protetta da una grande tettoia di metallo ed ospita un paio di piccoli e interessanti santuari, ma molte pire vengono bruciate più informalmente nell’ampio letto del fiume che, essendo stagionale, per la maggior parte dell’anno è asciutto o quasi.
In particolare i pellegrini poveri dei villaggi vicini trovano molto più conveniente portarsi da casa il necessario per i rituali, cioè sacerdote, legna ed offerte, piuttosto che utilizzare i costosi servizi prestati in loco.

Sull’altra sponda del fiume, ai piedi di una verdeggiante collina, si può notare un piccolo complesso di templi ed ostelli per asceti, che non sembra godere di una particolare importanza religiosa, ma offre un’atmosfera tranquilla, dei piacevoli scorci ed un ampio panorama sulla città.
Per raggiungerlo, durante i periodi di secca, si può attraversare il grande e sabbioso letto del fiume e guadare le poche zone dove scorre l’acqua, oppure ci si può servire del lungo ponte che si nota nei pressi.

Tornando nella zona del campo crematorio e risalendo per qualche decina di metri una strada sterrata che procede verso l’interno, si giunge al Mangla Gauri Temple, un importante tempio della tradizione shakta, essendo uno dei 51 shakti peeth, i luoghi dove caddero i pezzi del corpo di Sati, la prima moglie di Shiva (per i dettagli rimandiamo ad un post dedicato all’argomento http://informazioniindiaenepal.blogspot.com/2016/02/sati.html).
In realtà questo tempio non compare nella più accettata lista di questi shakti peeth, ma viene citato in una lista minore di 18, secondo la quale qui caddero i seni della dea.
A parte i pur frequenti periodi di festa, questo tempio è relativamente tranquillo ed essendo la costruzione attuale piuttosto moderna ed anonima non offre nessun particolare spunto architettonico, ma è un ottimo esempio della tipica atmosfera dei templi dedicati alle divinità femminili, come la tipologia delle offerte, gli incensi, i fiori ed il colore rosso predominante in quanto favorito della dea.
La vicinanza al campo crematorio può essere casuale ma sicuramente apprezzata dai devoti di divinità femminili tantriche.

Chamunda Devi è il nome di un aspetto particolarmente terrifico della dea Kali, alla quale è dedicato un importante tempio situato sulle colline pre-himalayane dello stato dell’Himachal Pradesh.
Nonostante il paesino sia composto essenzialmente dal complesso religioso, negozi votivi, ostelli ed alberghi per i pellegrini, il campo crematorio situato sugli ampi ghat del torrente che scorre nei suoi pressi è piuttosto importante poiché funge da secoli come punto di riferimento per gli altri piccoli paesi del distretto e di quelli limitrofi.
L’ampia area adibita allo scopo è stata recentemente cementificata e seppur dal punto di vista estetico il risultato sia piuttosto scarso, le ampie tettoie e le numerose panchine sembrano poter offrire un minimo di comfort a coloro che assistono alle cremazioni.
Nel caso in cui si tratti solo di una cerimonia è anche possibile che la pira venga allestita in un’altra zona più raccolta proprio nei pressi del tempio, mentre il grande ghat crematorio è situato sull’altra sponda del fiume che scorre a qualche decina di metri.

Il campo crematorio di Tarapeeth, un piccolo paesino della grande pianura bengalese a circa 230 chilometri a nord di Kolkata, è probabilmente più importante dal punto di vista religioso di quanto non lo sia a livello pratico.
Le cremazioni infatti sono piuttosto rare ma è noto per la presenza, oltre che dell’importante tempio dedicato alla dea Tara, di un piccolo boschetto frequentato da praticanti tantrici che hanno costruito alcune capanne, circa una ventina, dove trascorrono le giornate, e soprattutto le nottate, indaffarati nei loro particolarissimi rituali.
Seppur oggiogiorno la zona inizi a sembrare quasi un’attrazione turistica per i ricchi bengalesi che provengono da Kolkata, è anche vero che questa tradizione è ormai consolidata da più di un secolo e nella sua stranezza viene accettata ed in molti casi devotamente rispettata.

Caratteristici, ad esempio, sono i piccoli altari situati all’interno di quasi tutte le capanne, formati da cumuli di fango, sui quali sono incastonati degli scheletri umani, spesso in file da 3, 2 e 1 per formare delle piramidi, o più precisamente dei triangoli con la punta in su, che nel tantrismo rappresentano il passaggio dal duale all’Uno.

giovedì 21 luglio 2016

Campi crematori, I parte

Dopo aver affrontato l’aspetto pratico e ritualistico delle cerimonie funebri indù (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/05/i-riti-funebri-dellinduismo.html), proponiamo una breve panoramica di quelli che sono i campi crematori più attivi del subcontinente indiano.
Cremation in Varanasi.jpgPrima però vogliamo notare che questi luoghi hanno anche una notevole importanza spirituale, in particolare per i seguaci della filosofia tantrica.
Il motivo principale è che i campi crematori sono i luoghi preferiti dal dio Shiva e la dea Kali, divinità tantriche per eccellenza, quindi, per i loro devoti, sono i posti dove è più facile entrare in loro contatto, o più precisamente con le energie che questi rappresentano.
Inoltre, per coloro che seguono le pratiche più estreme, come gli aghori (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/05/la-setta-tantrica-aghora.html), che eseguono rituali dove si fa uso di ossa, teschi e cadaveri, i campi crematori hanno anche la funzione pratica di permettergli di trovare gli “articoli” a loro necessari.
Chiaramente questi rituali non sono molto comuni ed i rari praticanti stanno ben attenti a farli al riparo da occhi indiscreti, ad esempio effettuandoli di notte, ma già nel tardo pomeriggio nei pressi dei campi crematori talvolta si possono incontrare strani personaggi vestiti di nero che si aggirano tra le pire; e che magari aspettano qualche momento propizio per bere un po’ di alcohol da un teschio.
Venenedo alla nostra breve carrellata, in questo post tratteremo della città di Benares ed il ghat crematorio di Pashupatinath in Nepal, in un post successivo di quello della città di Gaya, del paesino montano di Chamunda Devi e del villaggio bengalese Tarapeeth.

Com’è piuttosto noto, la città sacra di Varanasi è per gli indù il luogo ideale dove morire, essere cremati ed avere le proprie ceneri sparse nel Gange.
Teoricamente tutti i sette chilometri di lungofiume compresi tra i due piccoli affluenti, il Varuna a nord e l’Assi a sud (da cui il nome Varanasi, per dettagli http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/05/i-nomi-di-varanasi.html), sono considerati luoghi propizi per le cremazioni e vi sono evidenze storiche che in passato avvenissero un po’ ovunque, mentre al giorno d’oggi sono limitate a due zone, presso il Manikarnika Ghat e l’Harichandra Ghat.
Al Manikarnika, che è il più importante dei due, le cremazioni avvengono pressoché costantemente, sia nella piccola area presso il fiume, sia su delle terrazze costruite appositamente attorno alle torri di due templi che invadono la zona.
La continua fuliggine delle pire ha ormai colorato di nero gran parte degli edifici limitrofi, rendendo l’atmosfera alquanto lugubre, quindi perfettamente in sintonia con ciò che rappresenta.
Allo stesso tempo si può anche apprezzare una vaga tranquillità, se non altro in confronto ad altri ghat o i vicoli che si trovano alle sue spalle, seppur nei periodi di maggior affluenza turistica, specialmente alla mattina, siano presenti in zona numerose false guide talvolta piuttosto insistenti e nella maggior parte dei casi inutili.

L’Harichandra Ghat è oggi meno frequentato, seppur pare che sia un luogo più antico del Manikarnika come campo crematorio.
Qui le cremazioni non si susseguono proprio costantemente anche se, nei momenti in cui il clima è particolarmente ostile, a Gennaio per il freddo e Maggio-Giugno per il caldo, capita spesso vi siano anche 5-6 pire accese.
Grazie alla collocazione in un’area leggermente più spaziosa, l’atmosfera dell’Harichandra Ghat è più piacevole e tranquilla che al Manikarnika, seppur la grande costruzione in metallo arruginito che ospita l’utilissimo crematorio elettrico rovini leggermente l’aspetto estetico.
Crematorio elettrico che sembra stia piano-piano diventando sempre più popolare per due importanti motivi: primo l’aspetto economico, visto che costa circa un terzo delle spese per la pira di legno; secondo per motivi ecologici, cioè un minor impatto sull’inquinamento del già disastrato Gange (com’è purtroppo accettabile, in realtà in India il concetto di ecologia non è molto diffuso, ma grazie alla sua sacralità, il Gange usufruisce di un occhio di riguardo).

Dopo la città di Varanasi, probabilmente il campo crematorio più frequentato è quello di Pashupatinath (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/07/il-tempio-di-pashupatinath.html), una grande area sacra al dio Shiva come Signore, nath, degli animali, pashu, situata alla periferia di Kathmandu, nei pressi dell’aereporto internazionale.
L’area adibita alle cremazioni, situata sulle rive di un fiumiciattolo sacro che scorre dietro al sacrissimo tempio di Shiva Pashupatinath, può essere facilmente divisa in due parti: la zona più settentrionale proprio ai piedi del muro posteriore del tempio ed un’altra più grande a sud, oltre i due ponticelli in pietra.
La zona nord è composta da un piccolo ghat (gradini per accedere ai fiumi) riservato alle cremazioni degli appartenenti alla casta dei bramini (sacerdoti) ed alle più importanti personalità nepalesi.
L’accesso a quest’area pare essere vietata alle caste inferiori, tra cui gli stranieri, ma è possibile assistere agli elaborati rituali sui grandi scaloni situati sulla riva opposta del fiume.
La zona sud per i comuni mortali è decisamente più ampia, con i ghat che occupano circa una cinquantina di metri di scalini, e sui quali sono situate 7-8 piattaforme per le cremazioni, di cui almeno 2-3 quasi sempre in funzione.
Anche in questo caso è possibile assistere ai rituali dai ghat della sponda opposta del piccolo fiume, oppure da una terrazza situata quasi sopra alle cremazioni, oppure ancora mischiandosi con discrezione tra i parenti dei defunti e gli addetti.
Al contrario di quanto succede nei ghat di Varanasi, dove le fotografie sono proibite (o concesse solo pagando delle laute mazzette ai responsabili delle cremazioni), a Pashupatinath non vi è nessuna restrizione di sorta, anche se chiaramente si suppone venga utilizzato un minimo di tatto.

Questo è dovuto alla maggior tolleranza dei nepalesi ed alla loro gentile natura, ma anche perché per accedere all’area di Pashupatinath i turisti stranieri devono pagare un esoso biglietto d’ingresso, quindi gli viene concessa una certa libertà.

lunedì 27 giugno 2016

Breve cenno ai siddhi

La parola sanscrita siddhi, già ricca di molteplici significati, in un contesto religioso indù viene usata per definire qualunque abilità soprannaturale, in pratica la capacità di compiere miracoli.
Questa si può ottenere sostanzialmente in due modi: attraverso la devozione verso Dio o una divinità, oppure praticando rituali “magici”.
Il primo metodo è sicuramente quello più elevato, grazie alla devozione infatti è possibile ridurre il proprio ego per permettere a Dio stesso di operare al suo posto.
Il mutamento dell’individuo è tale che per lui le leggi della natura perdono significato, come travolte dalla potenza dell’amore di Dio.
I miracoli della tradizione cristiana, a partire da Gesù, fanno tutti parte di questa categoria.
Quando Gesù guardava un malato era Dio-padre che guardava Dio-figlio e non potendo sopportare un figlio soffrire, la forza del Suo amore faceva sì che il malato guarisse.

Al contrario, ottenere i siddhi attraverso la magia ha, in genere, scopi molto egoistici.
I manuali tantrici descrivono innumerevoli rituali per ottenere successo, soldi, figli, salute, nonché per ostacolare gli altri, causandogli problemi, malattie e perfino la morte.
La limitazione di questo tipo di superpoteri, oltre che morale, è data anche dal fatto che essi vanno raggiunti uno alla volta, attraverso lunghi e complicati rituali, mentre con la devozione e la susseguente purificazione dell’ego non vi è limite alle capacità che si possono ottenere.
Certo l’abilità di guarire i malati o resuscitare i morti richiede un particolare livello di purificazione e di identificazione con Dio, ma esistono anche altri siddhi, che potremmo definire minori, ottenibili attraverso pratiche molto più “semplici”.

Semplici, chiaramente, dal punto di vista dell’apprendimento del processo ma pur sempre difficilissimi nell’applicazione.
Ad esempio, in India, capita spesso di sentir dire che quando una persona dice sempre la verità, dopo un po’ quello che dice si avvera.
Il concetto d’altronde sembra logico, seppur sia altrettanto evidente quanto sia decisamente arduo dire sempre la verità.
La difficoltà più grande è quindi tenere sotto stretto controllo l’ego, dato che quando non si dice la verità in genere è per fini egoistici.

Discorso molto simile può essere fatto anche per un altro super-potere molto “popolare”: la capacità di predire il futuro.
Per ottenere la quale bisogna “semplicemente” accettare sempre quello che ci riserva il destino.
In questo modo, col tempo, si dovrebbe arrivare a conoscere i meccanismi del fato, come esso opera, per cui risulterà piuttosto naturale capire cosa succederà.

Anche in questo caso è evidente come alla base vi debba essere una completa fiducia in Dio e un perfetto controllo dell’ego.

lunedì 20 giugno 2016

Il poema epico Ramcharitmanas

Il Ramcharitmanas è un poema epico indiano in cui vengono narrate le vicende più importanti della vita del dio indù Rama.
Venne composto verso la fine del XVI secolo dal poeta e santo Goswami Tulsidas, considerato uno dei primi e più importanti autori della letterattura hindi, seppur il Ramcharitmanas sia precisamente composto in awadhi, una delle due principali lingue locali da cui si sviluppò l’hindi moderna.
Tulsidas non scelse per caso questa lingua (ancora oggi parlata da circa 38 milioni di abitanti tra il nord dell’India ed il sud del Nepal), invece del sanscrito, considerato fino ad allora l’unica lingua in cui comporre testi religiosi, ma col preciso scopo di cercare di diffondere, finalmente, i precetti spirituali anche alle persone meno istruite.
Questo chiaramente non era ben visto dai bramini ortodossi della sacra città di Varanasi, dove Tulsidas trascorse gran parte della sua vita, i quali per molto tempo non accettarono il valore religioso della sua opera.
Secondo la leggenda, i suoi oppositori cambiarono definitivamente opinione grazie ad un curioso episodio che pare essersi verificato ripetutamente.
Per dimostrare il proprio disprezzo verso Tulsidas e dare poca visibilità al Ramcharitmanas, quando alla sera chiudevano la stanza che conservava i testi sacri, i bramini ortodossi erano soliti mettere l’opera di Tulsidas in fondo alla pila, ma quando riaprivano la stanza il giorno dopo lo trovavano magicamente in cima, come se una forza divina lo imponesse per essere il primo e più importante testo da leggersi.

Metricamente il poema è formato da chaupai (quartine), separate da doha (distici), ma sono presenti anche altre forme, soprattutto per le invocazioni, spesso in sanscrito, all’inizio delle 7 sezioni principali.
Strutturalmente infatti il Ramcharitmanas è diviso in 7 kand, dove vengono descritti particolari momenti della vita di Rama: ad esempio, la prima sezione è chiamata Balkand e narra dei primi anni di vita del dio, da bal, che significa bambino.
Un’altra caratteristica di questo vasto poema epico, dalla quale se ne ricavano interessanti riflessioni, è che non si tratta di un’opera originale, bensì di una rivisitazione del Ramayana scritto in sanscrito dal poeta Valmiki tra il VI e III secolo a.C..
Oltre a numerose modifiche nei dettagli della storia, con tagli e aggiunte da altre tradizioni, la differenza principale tra le due opere è che nel Ramayana viene dato maggior risalto all’aspetto divino dell’uomo Rama, quindi al suo lato spirituale, mentre nel Ramcharitmanas l’attenzione è concentrata sull’aspetto umano del dio Rama, quindi alle vicende materiali della sua vita (lo stesso titolo significa il ritratto, charit, di Rama come uomo, manas).
Questo permette al lettore una più facile identificazione che potrebbe essere uno dei tanti motivi per cui questo poema ebbe da subito un enorme successo e viene ancora oggi ampiamente letto, studiato e discusso.

Purtroppo però una completa identificazione con Rama è molto difficile visto che nell’opera di Tulsidas viene considerato come l’essere umano ideale in ogni suo ruolo, di figlio, fratello, marito, padre, principe, re, amico, guerriero, asceta ed altri ancora.
In realtà in qualche raro episodio il suo comportamento non è proprio ineccepibile: ad esempio, per uccidere un demone usa un sotterfugio molto poco elegante, giustificandosi poi quasi con un macchiavellico “il fine giustifica i mezzi”, un atteggiamento decisamente poco divino.
Bisogna però ricordare che nonostante tutto Rama è comunque un uomo e fa parte della naturale perfezione umana cedere ogni tanto a qualche debolezza.

Infine, altro motivo della popolarità del Ramcharitmanas, Tulsidas scrisse il poema in modo che fosse possibile musicarlo e cantarlo secondo semplici principi della musica classica indiana.
Sebbene questa caratteristica sia comune a molti testi sacri indù, essendo scritta in awadhi invece del sanscrito, l’opera di Tulsidas risulta decisamente più facile da capire e da pronunciare per l’indiano medio.
In occasione di particolari festività, nei templi dedicati a Rama o al suo fido Hanuman, vengono spesso organizzate delle semplici ma sentite esecuzioni di circa una settimana, durante la quale, piccoli gruppi di musicisti, musicano e cantano tutta l’opera per circa 8-10 ore al giorno.

Nonostante la nota devozione degli indiani, al giorno d’oggi è difficile che molte persone possano dedicare ben 9 giorni a questa attività (che tra l’altro, alla lunga, potrebbe rivelarsi leggermente noiosa), per cui torna particolarmente utile la divisione in kand, grazie alla quale i devoti possono concentrare la propria attenzione sugli avvenimenti a loro più graditi.