mercoledì 8 marzo 2017

Breve cenno al politico A.B. Vajpayee

Ab vajpayee.jpgAtal Bihari Vajpayee (1924-...) è un ex-politico indiano eletto per ben tre volte Primo Ministro del paese, tra il 1996 ed il 2004, come leader del Bharatiya Janata Party (BJP), partito creatosi nel 1980 da una scissione del Janata Party, da lui stesso precedentemente fondato.
Seppur la matrice nazionalista indù del BJP possa incutere una certa apprensione in un paese come l’India (a maggioranza induista ma costituzionalmente laico e che ospita quindi persone appartenenti a vari credi religiosi), la progressiva ascesa del partito, dovuta in gran parte alla figura di Atal Bihari Vajpayee, è stata fondamentale per la crescita politica del paese, legata per vari motivi politici, ma anche sentimentali, al Partito del Congresso, che purtroppo, conscio di questo vantaggio, si è spesso abbandonato ad un lassismo di cui l’India non ha di certo bisogno.

Il primo brevissimo assaggio di Vajpayee alla carica di Primo Ministro ci fu nel 1996, quando il BJP, sfruttando a dovere il crescente sentimento nazionalistico, emerse come il maggior partito alle elezioni generali di quell’anno.
L’allora Presidente della Repubblica S.D. Sharma invitò quindi Vajpayee a formare il Governo, ma a causa dell’inesperienza del BJP e del mancato appoggio da parte dei partiti di maggioranza, tenne la carica per soli 13 giorni prima di essere costretto a rassegnare le dimissioni.

A causa dell’instabilità politica del paese, anche i due successivi governi della coalizione United Front crollarono dopo pochi mesi e nelle elezioni generali del 1998 vinse la National Democratic Alliance (NDA) sotto la guida del BJP di Vajpayee, in grado questa volta di creare un blocco politico più efficiente.
Nonostante questo, dopo circa 13 mesi, a causa del mancato appoggio di uno strategico alleato, il BJP perse la maggioranza in Parlamento e la successiva mozione di fiducia, seppur per un solo voto.
Anche l’Opposizione non aveva però i numeri per formare un nuovo governo, così venne sciolta la Lok Sabha (la Camera Bassa) ed indette nuove elezioni, lasciando nel frattempo Vajpayee come Primo Ministro.

In questo secondo mandato, Vajpayee fu piuttosto impegnato a dare una dimostrazione di forza dell’India nelle relazioni conflittuali con il Pakistan, cavalcando ancora l’onda nazionalistica.
Nel Maggio del 1998, appena un mese dopo la formazione del Governo Vajpayee, l’India condusse ben cinque test nucleari nel deserto del Rajasthan, alle quali il Pakistan rispose appena due settimane dopo, conducendo i propri test ed entrando a far parte del gruppo di nazioni in possesso di armi nucleari.
La mossa di Vajpayee non fu quindi molto utile dal punto di vista bellico ed attirò sull’India numerose critiche internazionali, ma ebbe un buon successo in patria, con manifestazioni di giubilo in tutto il paese.
Oltre a questo, Vajpayee cercò di migliorare, almeno apparentemente, il dialogo con il Pakistan per avviare un processo di pace che sfociò in un’altra operazione molto populista, come l’introduzione di un servizio di autobus tra Delhi e Lahore.
L’impegno politico verso la pace fu comunque molto dubbio, visto che, nonostante la tanto pubblicizzata Dichiarazione di Lahore del Febbraio 1999, a Maggio-Giugno dello stesso anno India e Pakistan si scontreranno nella Guerra di Kargil.
La risposta del Governo Vajpayee fu comunque pronta e decisa, e l’attacco pakistano fu sventato senza troppe apprensioni, aumentando ancora la popolarità del BJP, che alle successive elezioni tenute sempre nel 1999 conquistò 303 seggi sui 543 disponibili e ad Ottobre Vajpayee venne eletto Primo Ministro per la terza volta.

Il terzo mandato durò tutti i cinque anni previsti, durante i quali Vajpayee si distinse per le numerose riforme economiche ed un attivo impegno nel promuovere la trasparenza all’interno degli organi governativi.
Purtroppo però il crescente nazionalismo indù all’interno del BJP, promosso o se non altro appoggiato da Vajpayee stesso, portò a varie crisi nei difficili rapporti tra induisti e mussulmani, che sfociarono nei disordini del 2002 durante i quali morirono circa un migliaio di persone.
Noto fu un commento particolarmente infelice di Vajpayee che disse “Ovunque i mussulmani sono in grande numero, non vogliono vivere pacificamente”, che seppur tratto fuori dal contesto, non era comunque un commento consono al Primo Ministro di un paese dove i fedeli islamici sono circa il 14%.

Probabilmente questi furono alcuni dei motivi per cui, alle successive elezioni del 2004, inaspettatamente, la coalizione capitanata dal BJP perse la metà dei seggi e venne sconfitta dall’UPA, la coalizione del Partito del Congresso.
Questo decretò la fine della carriera politica di Vajpayee, anche a causa dell’avanzata età (nel 2004 aveva già 80 anni) e di alcuni problemi di salute.

Nel 2009 venne colpito da un infarto che ne compromise l’uso della parola e lo costrinse su una sedia a rotelle; da allora è stato raramente visto in pubblico.

martedì 7 marzo 2017

Breve cenno alla politica Indira Gandhi

Indira Gandhi con il padre Nehru ed i figli Rajiv e Sanjay
Indira Gandhi (1917-1984) è stata una politica indiana, Primo Ministro del paese dal 1966 al 1977 e dal 1980 fino al suo assassinio nel 1984.
La sua figura è stata piuttosto controversa a causa della sua politica molto dura, sfociata nel drammatico periodo, dal 1975 al 1977, del cosiddetto Stato d’Emergenza, durante il quale Indira Gandhi assunse poteri dittatoriali, e successivamente negli avvenimenti che porteranno alla sua morte.
Altra critica molto grave è quella di essere stata l’artefice dell’introduzione del nepotismo all’interno della politica e delle istituzioni indiane, pratica ancora oggi molto diffusa, basti pensare che suo nipote Rahul Gandhi è il leader del Partito del Congresso.
Ovviamente l’autoritarismo di Indira Gandhi ebbe anche alcuni lati positivi, con l’implementazione di numerose riforme economiche che ebbero un buon successo, raggiungendo gli obiettivi prefissati, e dando a livello internazionale un’immagine dell’India forte e decisa, come le complicate relazioni internazionali del periodo richiedevano.

Figlia del noto politico Jawaharlal Nehru (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2017/03/breve-cenno-al-politico-jawaharlal-nehru.html), Indira studiò nei migliori istituti indiani prima di recarsi in Inghilterra a completare gli studi presso l’Università di Oxford.
Sebbene non riuscì a laurearsi, per problemi di salute e complicazioni legate allo scoppio della II Guerra Mondiale, il periodo inglese fu importante a livello personale, in quanto conobbe Feroze Gandhi (nessuna parentela col più noto Mohandas Gandhi), che diventerà suo futuro marito.

Tornata in India, negli anni ‘50 Indira divenne la segretaria personale non ufficiale di suo padre, durante i ben 17 anni durante i quali fu Primo Ministro dell’India.
Alla morte di Nehru nel 1964, Indira divenne membro della Camera Alta del Parlamento Indiano e Ministro dell’Informazione, nel gabinetto del nuovo Primo Ministro Lal Bahadur Shastri.
Nel 1966 però Shastri morì all’improvviso, il Partito del Congresso indisse delle elezioni interne che videro Indira Gandhi sconfiggere Morarji Desai e quindi eletta Primo Ministro.
Durante questo primo mandato dal 1966 al 1971, Indira cercò di migliorare le alleanze politiche del partito e di centralizzare i poteri e le influenze dello stato.
In particolare tolse ogni tipo di privilegio alle vecchie dinastie regnanti, che in molti casi ricevevano ancora cospiqui vitalizi dal Governo Indiano, e soprattutto nazionalizzò ben 14 delle più grandi banche del paese, una manovra che le fece guadagnare elogi anche da parte dei suoi avversari politici.

Alle elezioni del 1971, grazie allo slogan “Garibi Hatao” (Eradichiamo la povertà), Indira Gandhi ed il Partito del Congresso vinsero facilmente le elezioni, iniziando effettivamente un ampio programma contro la povertà, ma anche con il velato scopo di fornire ad Indira un vasto appoggio politico.
Appoggio che Indira Gandhi fu comunque in grado di trovare di lì a poco con la Guerra Indo-Pakistana del 1971, che portò alla formazione del Bangladesh, durante la quale la leader di ferro, al contrario di quanto fece suo padre durante la crisi con la Cina negli anni ’60, mostrò forza e tempismo che risultarono decisivi nella vittoria dell’India.
I primi problemi inziarono ad affiorare nel 1973, anche a causa della crisi petrolifera mondiale, che colpì piuttosto duramente l’economia indiana.
Quindi nel 1975 il Tribunale di Allahabad dichiarò nulla l’elezione di Indira Gandhi alla Lok Sabha (Camera Bassa del Parlamento Indiano), a causa di numerose irregolarità come l’uso di fondi e risorse dello stato per il partito.
Nonostante venne in seguito condannata per questi motivi, rifiutò di dimettersi dalla carica di Primo Ministro, grazie all’appoggio incondizionato che ricevette all’interno del partito e dagli stessi elettori.
Al contrario, l’Opposizione cercò in tutti i modi di far crollare il governo, raggiungendo però un risultato contrario, in quanto, per placare le manifestazioni di protesta che aumentavano in tutto il paese, Indira Gandhi chiese all’allora presidente Ali Fakhruddin Ahmed di dichiarare lo Stato d’Emergenza.
In questo modo Indira Gandhi accentrò ancora di più i poteri, grazie alla pratica del Rule by Decree, che le permetteva, tramite il compiacente Presidente della Repubblica, di emanare leggi bypassando il Parlamento.
In questo modo molti leader dell’Opposizione vennero arrestati e nei due stati indiani dove regnavano, Gujarat e Tamil Nadu, venne decretato il President’s Rule, finendo sotto il diretto controllo del Governo e quindi del Partito del Congresso.
Altro particolare ben poco positivo del periodo dell’Emergenza fu l’entrata in politica del figlio giovane di Indira Gandhi, Sanjay Gandhi, il quale, pur non coprendo nessuna carica istituzionale, guadagnò un sempre maggior potere, grazie anche ad una particolare relazione personale con la madre, sulla quale pare avesse un totale controllo.

Dopo aver esteso lo Stato d’Emergenza per ben due volte, nel 1977 Indira, convinta di aver guadagnato abbastanza popolarità, indisse le elezioni, che inaspettatamente videro però la vittoria della coalizione  dell’Opposizione, capitanata dal Janata Party.
Indira e Sanjay Gandhi persero il loro posto in Parlamento ed il partito del Congresso passò dai 350 posti delle precedenti elezioni a soli 153.
Venendo meno peso e protezione politica, Indira venne messa sotto processo ed arrestata, sulla base di numerosi reati comunque non facilmente dimostrabili.
Il nuovo Governo intanto dimostrò fin da subito che in realtà l’unico punto in comune della coalizione era l’odio verso Indira Gandhi e ben presto iniziò a vacillare, permettendo ad Indira ed al Partito del Congresso di poter barattare la fine dei guai giudiziari della famiglia Gandhi con un maggior appoggio politico.
Questo non venne accettato, il Governò crollò già nell’Agosto del 1979 ed alle successive elezioni del 1980, Indira Gandhi ed il Partito del Congresso stravinsero e tornarono al potere.

L’euforia per la vittoria politica durò però molto poco: il 23 Giugno 1980, Sanjay Gandhi, mentre effettuava alcune manovre acrobatiche con il suo aereo, perse il controllo del mezzo e si schiantò al suolo, uccidendo entrambi gli occupanti del veivolo.
Questo fu un duro colpo per il Partito, del quale Sanjay ormai stava diventando il leader, ed anche personale per Indira, che comunque, diventata quasi paranoica nel fidarsi solo di persone a lei vicine, si consolò obbligando il figlio maggiore Rajiv a lasciare la sua carriera di pilota commerciale per l’Air India ed entrare in politica, continuando la tradizione nepotista famigliare.
Ma la fine politica e personale di Indira Gandhi non era lontana: a causa di infiltrazioni terroristiche sempre più marcate, il Governo Indiano entrò in conflitto con autorità politiche e religiose Sikh che porteranno all’occupazione armata del Tempio d’Oro di Amritsar da parte delle frange più violente, al quale Indira Gandhi, con l’ormai noto pugno di ferro, rispose inviando l’esercito che con un’azione particolarmente cruenta liberò il tempio uccidendo brutalmente gran parte dei miliziani.

Questo avvenne il 6 Giugno del 1984 e cinque mesi dopo, il 31 Ottobre, mentre passeggiava nel giardino della residenza del Primo Ministro, Indira Gandhi venne assassinata da due guardie del corpo sikh, che le spararono ripetutamente con le pistole d’ordinanza.

lunedì 6 marzo 2017

Il linguaggio ulatbamsi del poeta Kabir

Come accennato in un precedente post introduttivo (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/02/il-santo-kabir_22.html), il santo-poeta Kabir fu un illetterato, come ammesso da lui stesso in un suo noto componimento “Io non tocco inchiostro o carta, queste mani non hanno mai tenuto una penna, la grandezza delle quattro ere, Kabir la racconta solo con la bocca”.
Le sue opere furono quindi redatte dai suoi discepoli e nonostante possano essere state talvolta travisate, mostrano chiaramente la complessità e la perizia linguistica del poeta.
Tra le tante caratteristiche peculiari della poetica di Kabir, notevole è l’utilizzo della tecnica detta ulatbamsi, letteralmente linguaggio sottosopra o capovolto.
Si tratta di un linguaggio dove le normali situazioni vengono invertite, creando un effetto paradossale piuttosto intrigante, poiché al di là dell’apparente assurdità, nascondono in realtà significati molto profondi.

La loro interpretazione è quindi molto difficile e spesso neppure univoca, ma affidata in gran parte all’intuizione dei lettori.
Gli studiosi stessi infatti, dopo aver cercato per secoli di estrarne i significati attraverso lo studio dei concetti esoterici per spiegarne le metafore, sono sempre più propensi a favorire invece il diretto intuito risvegliato dalla lettura di queste enigmatiche poesie.
In generale infatti lo scopo di Kabir spesso è proprio quello di provocare il lettore, incuriosirlo e spingerlo a cercare di capire, con la propria testa, almeno qualcuno degli insegnamenti esposti.

Bisogna anche notare però un aspetto più leggero, se vogliamo ludico, dietro alle poesie di Kabir che possono essere ascritte alla categoria ulatbamsi.
A conferma di questo, oggigiorno una delle reazioni più comuni tra gli indiani di cultura che si trovano davanti ad uno di questi componimenti è semplicemente la risata, come capita solitamente di fronte a situazioni paradossali che appaiono ridicole.

Uno degli esempi più noti è il componimento sabda 52 (le poesie di Kabir non hanno titolo quindi sono state numerate):

Pensa a questo, conoscitore di Brahma,
Sta scrosciando e scrosciando, il tuono sta rombando,
ma non cade neppure una goccia.
Un elefante è incatenato al piede di una formica,
una pecora mangia un lupo,
un pesce salta fuori dall’oceano
e costruisce una casa sulla spiaggia.
Rane e serpenti giacciono insieme,
un gatto partorisce un cane,
il leone trema per paura dello sciacallo,
queste meraviglie non si possono raccontare.
Chi riesce a rintracciare il cervo del dubbio
dentro alla foresta? L’arcere prende la mira,
gli alberi bruciano in mezzo al mare,
un pesce gioca a fare il cacciatore.
O che meravigliosa conoscenza!
Se qualcuno potesse sentire,
volerebbe in cielo senza bisogno di ali
e vivrebbe, non morirebbe, così dice Kabir.

Altrettanto noto, significativo ed enigmatico è il componimento sabda 55:

Fratello, guarda cosa dà conforto all’uomo,
è una storia che non si può raccontare.
Il leone e la tigre sono soggiogati all’aratro,
seminando riso in un campo arido.
L’orso selvatico sta strappando l’erba,
il caprone manda avanti la fattoria.
La capra femmina ha sposato un leone,
mentre la mucca cantava canzoni da matrimonio.
La dote era un’antilope,
la damigella d’onore una lucertola.
Il corvo lavò tutto il bucato
mentre l’airone digrignava i denti.
La mosca si rasò la testa urlando
“Devo unirmi alla festa di matrimonio!”
Kabir dice,
riesci a capire questa poesia?
Se ci riesci, ti chiamerò,
studioso, genio,
devoto.

sabato 4 marzo 2017

Il racconto "Thakurda", II parte

Cercando di analizzare il mio passato stato mentale, penso che ci fosse anche un’altra più profonda ragione dietro al mio astio nei confronti di Kailas Babu.
Sebbene fossi il figlio di una persona ricca, passai tutti i miei esami nel tempo stabilito e nonostante fossi giovane non sprecavo le mie giornate indulgendo in piccoli piaceri o in cattive compagnie. Perfino dopo la morte dei miei genitori, non avevo l’ambizione di diventare il capo-famiglia. Riguardo il mio aspetto, dire che ero bello sarebbe presuntuoso, ma non sarebbe falso, così il mio valore sul mercato matrimoniale del Bengala era certamente alto ed ero ben deciso ad approfittarne: la bella ed istruita figlia unica di un uomo ricco, questo era ciò che volevo.

Arrivavano proposte di tutti i tipi, con offerte di doti tra le 10 e le 20 mila rupie, io le pesavo con cura ed obiettività, ma nessuna mi sembrava molto attraente. E mi trovai ad essere d’accordo con Bhavabhuti (antico scrittore indiano), che scrisse “Chissà se nascerà un mio pari? Il mondo è grande e la vita lunga”, e mi chiedevo se un simile articolo si sarebbe mai trovato entro i modesti confini del Bengala.

Genitori esagerati cantavano le mie lodi e mi facevano varie offerte e questo (a prescindere che la loro figlia mi piacesse o no) lo trovavo per me molto congeniale. Una persona decente come me, meritava le loro offerte! Nelle sacre scritture si legge che sia che le divinità concedano i loro favori, sia che non lo facciano, si irritano se non ricevono le dovute offerte: regolari offerte anche a me facevano venire questi elevati ideali.

Ho già accennato al fatto che Thakurda aveva solo una nipote, che io avevo visto spesso, ma non consideravo bella. Quindi non avevo mai pensato di sposarla. Comunque, mi aspettavo che Kailas Babu, direttamente o attraverso qualche intermediario, mi avrebbe fatto un’offerta con in mente il matrimonio di sua nipote, anche solo semplicemente perché ero un buon partito. Ma non lo fece e sentii dire da alcuni suoi amici che i Babus di Nayanjor per nessun motivo fanno la prima mossa, e perfino se questo avrebbe significato che sua nipote sarebbe rimasta nubile, Kailas Babu non avrebbe mai infranto questa regola. Mi sentivo molto offeso da questo e la mia rabbia durò a lungo e solo la mia buona educazione mi fece stare tranquillo a riguardo.

Il mio carattere però era tale che nella mia arrabbiatura c’era anche una scintilla di umorismo, come i lampi sono legati al tuono. Non potevo offendere direttamente quel vecchio, ma ero tentato da un simpatico piano. Ho già descritto come le persone venissero fuori con ogni sorta di bugia per cercare di assecondarlo. Vicino a noi abitava un Magistrato che spesso diceva “Thakurda, tutte le volte che incontro il Governatore, mi chiede sempre dei Babus di Nayanjor. Dice che i Rajas di Burdwan ed i Babus di Nayanjor sono le uniche vere famiglie nobili del Bengala”. Thakurda era molto felice di sentire questo e a sua volta, quando incontrava il Magistrato, gli chiedeva tra mille amenità “Come sta il Governatore? E sua moglie? E i loro bambini?”. Aveva intenzione di fare visita al Governatore, uno di quei giorni, ma il Magistrato sapeva che molti Governatori sarebbero andati e venuti prima che la famosa carrozza a quattro cavalli di Nayanjor sarebbe stata pronta per la visita.

Una mattina andai da Kailas Babu e prendendolo in disparte gli dissi “Thakurda, ieri sono andato a trovare il Governatore ed iniziò a parlare dei Babus di Nayanjor, così gli dissi che Kailas Babu di Nayanjor viveva a Calcutta. Era dispiaciuto di non saperlo e per non essere ancora venuto a trovarvi, così mi ha detto che sarebbe venuto oggi pomeriggio”.

Chiunque altro avrebbe intuito l’assurdità della faccenda e perfino Kailas Babu ne avrebbe riso se fosse successo a qualcun altro, ma riguardo alla sua famiglia non dubitò la notizia neppure per un attimo. Ed era allo stesso tempo felice e scontento: dove avrebbe fatto sedere il Governatore? Come avrebbe dovuto dargli il benvenuto? Come avrebbe potuto mantenere alto l’onore di Nayanjor? Non ne aveva la più pallida idea, in più non sapeva l’inglese (al tempo i Governatori erano britannici), quindi ci sarebbe stato qualche problema nella conversazione.
“Non vi preoccupate,” gli dissi “avrà un interprete, ma il Governatore si è raccomandato che non sia presente nessun altro”.

Nel pomeriggio, quando la maggior parte degli abitanti dell’area erano al lavoro nei loro uffici, o a casa a fare la siesta, una carrozza con due uomini si fermò davanti alla residenza di Kailas Babu. Un valletto in livrea annunciò “Sua Eccellenza, il Governatore”. Thakurda era pronto: vestito con i vecchi pantaloni ed il turbante, ed il servo Ganesha con i suoi vestiti ordinari. Appena sentì l’annuncio, Ganesha uscì dalla porta, trafelato e tremante, e dopo essersi ripetutamente inchinato, fece entrare un mio vecchio amico vestito con abiti inglesi.

Dopo aver steso il prezioso scialle sopra una sedia, Kailas Babu vi fece accomodare il finto Governatore ed iniziò un lungo ed umile discorso in urdu. Quindi presentò, sul piattino d’oro, uno dei pochi cimeli di famiglia che gli erano rimasti: una pila di monete d’oro dell’era Moghul. Ganesha nel frattempo era in piedi lì vicino pronto con la profumiera ed il vasetto di brillantina.

Kailas Babu ripetutamente espresse il suo dispiacere che Sua Eccellenza non era andato a visitarlo nella sua casa di Nayanjor, dove avrebbe potuto offrigli una migliore ospitalità; a Calcutta era come in esilio, un pesce fuor d’acqua, non aveva potuto organizzarsi propriamente ed altre scuse.

Il mio amico, sotto al suo cappello, scrollò la testa gravemente; secondo l’etichetta inglese in realtà avrebbe dovuto toliersi il cappello una volta entrato, ma cercava di rimanere il più coperto possibile per evitare di poter essere riconosciuto. In effetti, nessuno tranne Kailas Babu ed il suo infatutato domestico avrebbe creduto al travestimento del giovane bengalese neppure per un attimo.

Dopo una decina di minuti, il mio amico fece un inchino ed uscì. Il valletto, ben istruito, mise il piatto con la pila di monete d’oro nella carrozza e prese lo scialle dalla sedia; quindi si avvicinò a Ganesha e con naturalezza afferrò la profumiera ed il vasetto di brillantina. Kailas Babu non disse nulla, pensando che quello fosse il comportamento abituale di un Governatore, mentre io, che avevo osservato la scena da una stanza attigua, mi stavo facendo esplodere le costole cercando di soffocare le risate.
Alla fine, non potendo più resistere, mi diressi in un’altra stanza più lontana, ma appena scoppiai a ridere, notai una ragazza che piangeva sdraiata su un lettino. Quando mi vide si alzò e con i suoi occhi neri lucidi e fiammeggianti mi disse “Che cosa ti ha mai fatto mio nonno? Perché sei venuto a prenderlo in giro? Perché sei venuto?”. Quindi non potendo più resistere, si coprì il viso con il sari e scoppiò di nuovo a piangere.

Accidenti alla mia voglia di ridere! Tutto questo tempo non mi era neppure passato per la testa che non c’era solo dell’umorismo in quello che stavo facendo. Ma ora capii che avevo toccato un punto dolente e la rivoltante crudeltà delle mie azioni era stata scoperta. Scappai da quella casa, umiliato e pieno di vergogna, come un cane bastonato. Che male mi aveva mai fatto quel pover’uomo? La sua innocente presunzione non aveva mai fatto del male a nessuno, perché invece la mia presunzione era stata così cattiva?

I miei occhi si aprirono anche su un’altra cosa: per molto tempo avevo pensato a Kusum come ad un oggetto in mostra su uno scaffale, finché non avesse attratto l’attenzione di un uomo non sposato. Era lì perché io non la volevo: che la prenda chiunque la vuole, pensavo.
Ora finalmente avevo capito che in quella casa c’era una ragazza con un cuore, un cuore le cui emozioni spaziavano su una terra misteriosa: a est l’imponderabile passato, ad ovest lo sconosciuto futuro.
Una persona con un cuore simile, merita di essere scelta per le dimensioni della sua dote o la forma del suo naso e dei suoi occhi?

Non dormii per tutta la notte. Il giorno dopo mi intrufolai in casa di Kailas Babu come un ladro, portando tutte le cose di valore che avevamo sottratto al vecchio, pensando di restituirle al servo senza dire nulla.
Mentre lo cercavo, sentii nonno e nipote che parlottavano da qualche parte dentro alla casa e la ragazza che stava dicendo con dolce affetto “Nonno, cosa ti ha detto ieri il Governatore?”. Thakurda si lanciò quindi nella ripetizione del supposto appassionato panegirico che il Governatore aveva fatto sull’antica casata di Nayanjor. La ragazza ascoltò tutto con molta attenzione.

I miei occhi si riempirono di lacrime di fronte alla tenerezza ed al materno inganno che questa giovane ragazza usava con il suo anziano guardiano. Rimasi seduto in silenzio per un po’ di tempo, quando Thakurda finì la sua storia e se ne andò, mi diressi dalla ragazza con le cose che avevo rubato, le misi di fronte ai suoi piedi e me ne andai senza dire una parola.

Quando vidi di nuovo il vecchio, lo salutai con molto rispetto, inchinandomi e toccandogli i piedi, cosa che prima, seguendo costumi moderni, non avevo mai fatto e probabilmente Thakurda pensò che questo improvviso rispetto fosse dovuto alla visita del Governatore. Lui così iniziò a raccontarmi come era andata ed io lo ascoltai con piacere. Anche le altre persone presenti capirono che era stata tutta una messinscena, ma accettarono felicemente il racconto di Thakurda.

Quando tutti se ne furono andati, nervosamente ed umilmente, feci la mia proposta: seppur il mio lignaggio non era neppure paragonabile a quello dei Babu di Nayanjor, ma...
Quando finiii il vecchio mi strinse al suo petto e disse con gioia “Sono un pover’uomo, non avrei mai immaginato di avere una fortuna simile, amico mio. La mia Kusum deve aver guadagnato grandi meriti dal paradiso se tu ora ci favorisci in questo modo”, e mentre parlava i suoi occhi diventarono umidi.
Questa fu la prima volta che Kailas Babu dimenticò i suoi doveri nei confronti dei suoi nobili antenati ed ammise di essere povero, e che non avrebbe recato nessun danno ai Babus di Nayanjor accettare me.

Avevo architettato di prendere in giro il vecchio, mentre lui, con il cuore e l’anima, vedeva me come il migliore sposo per sua nipote.

venerdì 3 marzo 2017

Il racconto "Thakurda", I parte

Il termine bengalese thakurda, che dà il titolo a questo racconto di Tagore, significa letteralmente signor nonno ed è una forma onorofica con la quale vengono chiamate persone anziane degne di particolare rispetto.
Thakur, anche nella lingua hindi, significa originariamente idolo, divinità e per esteso agli esseri umani signore, padrone, capo, persona di rango e quindi viene usata come titolo onorifico e forma di rispetto.
Curiosamente da questo termine deriva anche il nome stesso dell’autore Rabindranath Tagore, che è la forma anglicizzata del bengalese Ravindranatha Thakura.
In questo racconto, thakurda è riferito al protagonista principale, Kailaschandra Raychaudhuri, un nobile ormai decaduto.
Libera traduzione divisa in due parti.

La famiglia reale di Nayanjor una volta era considerata una dinastia di veri gentlemen, “Babus”, un titolo che a quei tempi non era così facile da ottenere.
Oggi le persone vengono chiamate “Raja” o “Raybahadur” con tanto di canti, balli, offerte e adulazione, ma una volta gli sforzi bisognava farli prima di ricevere degli appellativi così altisonanti.
I “Babus” di Nayanjor erano soliti tagliare gli orli dei loro vestiti di mussolina (un tessuto molto leggero simile alla garza, tipico di Dacca) perché erano troppo ruvidi per la loro pelle aristocratica; spendevano delle fortune per sposare i loro figli ed in una particolare occasione, si dice fossero riusciti a trasformare la notte in giorno, non solo per la quantità di lampade e lumi, ma addirittura facendo piovere decorazioni d’argento per simulare i raggi del sole. Una tale grandezza non poteva ovviamente durare a lungo e passare agli eredi, e come l’olio di una lampada venne bruciata in fretta.
Il nostro amico Kailaschandra Raychaudhuri era un rampollo, ormai consumato, dei famosi Babu di Nayanjor. Alla sua nascita la lampada aveva già quasi finito tutto l’olio, con la morte di suo padre venne fatto scoppiettare ancora in un’ultima esibizione di eccessi per il funerale, quindi si spense completamente. I beni patrimoniali furono venduti per pagare i debiti e quello che avanzò era troppo poco per tenere alto il nome della famiglia. Così Kailas Babu lasciò Nayanjor insieme al figlio e venne a Calcutta, ma presto anche il figlio abbandonò l’esistenza di questo mondo per l’al di là, lasciandogli una nipotina.

Noi eravamo vicini di casa di Kailas Babu, ma la nostra storia era completamente diversa. Mio padre aveva guadagnato la sua ricchezza con i suoi sforzi, contando ogni paisa (centesimo di rupia), economizzando perfino sulla lunghezza del suo dhoti (lungo drappo usato per coprire le gambe degli uomini) e non aveva mai aspirato a diventare un “Babu”. Come suo unico figlio gli ero molto grato ed ero orgoglioso di aver potuto ottenere una certa educazione e non mi dovevo sforzare troppo a tenere la testa alta. È meglio ereditare dei buoni del tesoro in una scatola di metallo che un magazzino di glorie ancestrali ormai vuoto.

Probabilmente è per questo motivo che mi irritavo quando Kailas Babu cercava di usare grandi crediti dell’ormai fallita banca dei suoi antenati! Mi sembrava che in qualche modo disprezzasse mio padre per essersi guadagnato i suoi soldi. Mi faceva infuriare: chi era lui per disprezzarci? Un uomo che ha fatto tanti sacrifici, resistito alle tentazioni, senza il desiderio di diventare famoso, che grazie alla propria attenzione, intelligenza e capacità era riuscito ad abbattere ogni ostacolo, sfruttando ogni piccola chance per costruire il suo gruzzolo con le sue stesse mani, no, non può essere disprezzato solo perché non porta il suo dhoti sotto alle ginocchia!

Al tempo ero giovane, per questo reagivo così, ma ora sono vecchio e non mi importa più, sto bene e non mi manca niente. Se un uomo che non ha nulla trae piacere a sbeffeggiare gli altri, a me non costa nulla, e il poveretto forse trova da questo un po’ di conforto.
Quello che mi colpiva, poi, era che nessuno pensava che Kailas Babu fosse irritante, solo io. Egli aveva infatti una strana e rara innocenza ed era completamente coinvolto nelle attività e nelle sfere affettive dei suoi vicini. Sorrideva a tutti, dal più giovane al più anziano, e provava un genuino piacere ad informarsi gentilmente su ciascuno, chiunque e dovunque fosse. Ad ogni incontro si lanciava in una serie di domande “Come stai? Come sta Shashi? Tuo padre sta bene? Ho sentito che il figlio di Madhu aveva la febbre, si è ripreso? È da molto che non vedo Harisharan Babu, è stato malato? E come sta Rakhal? A casa stanno tutti bene?” e così via.

Era anche sempre molto ben vestito. Non aveva molti abiti ma tutti i giorni li arieggiava al sole: il gilé, lo scialle e la camicia – insieme con la federa, il materasso e l’antico copriletto – venivano spazzolati ed appesi ad un filo, quindi piegati e posti con cura dentro all’armadio. Quando lo si incontrava sembrava sempre vestito per la domenica. La sua stanza, per quanto poco arredata era immacolata e tutto sommato sembrava stare meglio di quanto non fosse in realtà. Per mancanza di domestici, chiudeva la porta della sua camera, piegava con cura il suo dhoti e stirava il suo scialle e la sua camicia. Aveva perso i grandi possedimenti della sua famiglia, ma in qualche modo era riuscito a salvare dalle fauci della povertà una preziosa profumiera, un vasetto di brillantina, un piattino d’oro, una pipa d’argento, un costoso scialle, un paio di pantaloni vecchio stile ed un turbante. Se capitava l’occasione, li tirava fuori per far rivivere la gloria e la fama mondiale dei Babus di Nayanjor.

Per quanto gentile e caro, talvolta poteva essere presuntuoso, ma solo come segno di lealtà verso i suo avi. La gente lo assecondava e lo trovava molto affascinante. Lo chiamavano “Thakurda” – signor nonno – e si radunavano spesso a casa sua. Ma, col timore che il costo del tabacco fosse troppo alto per i suoi scarsi mezzi, qualcuno lo portava e diceva “Thakurda assaggiate questo, è ottimo!”. Lui faceva qualche tiro e diceva “Niente male, davvero niente male”, quindi iniziava a parlare di tabacchi pregiati e magari chiedeva se qualcuno voleva provarli. Ma dire di sì voleva dire andare in cerca di fantomatiche chiavi o sentire che quel birbante del servo Ganesha chissà dove l’aveva messo – accuse che Ganesha accettava serenamente – finché qualcuno diceva “Non vi preoccupate, Thakurda, sarebbe stato troppo per noi, questo va benissimo”.
Thakurda sorrideva e non ripeteva l’offerta. Quando la gente si alzava per andarsene talvolta gli diceva “Quand’è che vieni e mangiamo insieme?”
“Quando volete”, gli rispondevano.
“Va bene, aspettiamo che piova un poco e faccia più fresco, non possiamo abbuffarci con questo caldo”.
Quando arrivavano le piogge, nessuno gli ricordava la sua promessa e se per caso qualcuno tornava sull’argomento, tutti dicevano “Meglio aspettare che passino le piogge”.

I suoi amici erano d’accordo che non si addiceva a lui vivere in un posto così piccolo e che per lui era di certo una dura prova doversi abituare, ma era così difficile trovare un luogo decente a Calcutta! Ci saranno voluti 5-6 anni per trovare una buona casa in affitto.
“Non vi preoccupate amici”, diceva Thakurda, “è un piacere vivere vicino a voi. Ho una grande casa a Nayanjor ma non ci sto bene là”.
Sono sicuro che Thakurda sapeva che tutti avevano capito qual era la sua vera situazione e quando lui pretendeva che l’ormai defunta casata di Nayanjor esistesse ancora e tutti gli davano corda, sapeva nel suo cuore che questo mutuale inganno era semplicemente un’espressione di amicizia.

Ma io trovavo tutto questo disgustoso! Quando uno è giovane vorrebbe calpestare la vanità, seppur innocua, e la stupidità, come peccati meno giustificabili di altri molto più seri. Kailas Babu non era stupido, tutti ascoltavano i suoi consigli, ma riguardo alla gloria di Nayanjor perdeva la testa. Le persone gli volevano troppo bene per obiettare alle insensatezze che diceva, così lui non aveva freni, e se qualcuno decantava Nayanjor, lui si beveva tutto, senza sospettare per un attimo che altri avrebbero potuto dubitarne.

Spesso ho desiderato di poter aprire con un paio di cannonate la vecchia e falsa fortezza nella quale viveva, che lui credeva sarebbe durata per sempre. Se un cacciatore vede un uccello comodamente posato su un ramo vicino, vorrà sparargli; se un ragazzo vede una pietra in bilico su un dirupo, vorrà mandarla giù con un calcio. Dare l’ultima spinta ad una cosa che sta cadendo ma che ancora resiste, dà molta soddisfazione ed attira il plauso degli astanti. Le bugie di Kailas Babu erano così semplici e poco credibili che danzavano di fronte ai cannoni della verità con i quali li avrei volentieri distrutti; solo la mia pigrizia ed il rispetto per le convenzioni mi trattenevano.

giovedì 2 marzo 2017

Breve cenno al politico Jawaharlal Nehru

Jnehru.jpgJawaharlal Nehru (1889-1964) è stato un politico indiano, noto per aver tenuto la carica di Primo Ministro per ben 17 anni, dall’indipendenza dell’India nel 1947, fino alla sua morte.
Data la lunga carriera ai vertici della politica del paese, la figura di Nehru riveste una notevole importanza nelle formazione dell’India moderna, insieme al suo mentore e collaboratore Mohandas Gandhi.

Nato in una facoltosa famiglia di Allahabad, nello stato dell’Uttar Pradesh, Jawaharlal Nehru studiò in Inghilterra, prima presso il Trinity College di Cambridge, dove si laureò in giurisprudenza, quindi fece tirocinio all’Inner Temple di Londra, dove ottenne la licenza di avvocato.
Nel 1912 tornò in India, per lavorare presso il Tribunale di Allahabad, ma ben presto il suo interesse si spostò dalla giurisprudenza alla politica.
Grazie alla spiccata intelligenza, alla notevole cultura e ad un certo carisma, in pochi anni Nehru raggiunse i vertici del partito del Congresso, che sotto la guida sua e di Gandhi divenne ben presto il partito più importante del paese.
Questo fino al 1942 quando, forse avventatamente, il Partito del Congresso lanciò il movimento “Quit India” in protesta contro i britannici, per velocizzare la loro dipartita.
Il risultato più grande però fu che i vertici del partito, compresi Gandhi e Nehru, vennero arrestati e passarono i successivi 2-3 anni entrando ed uscendo di prigione.
Quando Nehru venne definitivamente liberato nel 1945, il quadro politico dell’India era completamente cambiato.
Il Partito del Congresso, decimato dagli arresti dei britannici, era ormai allo sbando e la maggior forza politica del paese era la Muslim League, guidata da Ali Jinnah, ex-collega di Nehru al Congresso, che seguiva una politica separatista e spingeva verso la divisione del subcontinente su base religiosa.

Se la definitiva dipartita degli inglesi può essere vista, almeno in parte, come una vittoria della politica gandhiana e di Nehru, la susseguente divisione rappresenta invece la loro più cocente sconfitta.
Nonostante questo, Nehru ottenne l’incarico di Primo Ministro della neo-nata India, carica che terrà con discrete fortune per 17 anni fino alla morte nel 1964.
Data l’importanza storica del periodo, chiaramente la politica di Nehru ha influito notevolmente sulla formazione dell’India e tutto sommato si rivelò un leader attento ma non troppo autoritario.
Altra caratteristica personale che influì positivamente sulla sua politica e sorprendentemente comune a gran parte della classe politicia indiana di quel tempo, fu il suo agnosticismo che gli permise una visione obiettiva delle dinamiche religiose e soprattutto di creare un paese laico.

Economicamente, le sue riforme per migliorare e valorizzare le finanze locali furono all’inizio piuttosto efficienti, ma nel tempo non furono adeguatamente implementate ed aggiornate, perdendo parte della loro efficienza.
Bisogna anche notare che la crescita intorno al 4-5%, seppur rispettabile, ed alla pari al tempo con quella della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, non poteva certo competere con il miracolo economico che stava invece avvenendo in Giappone, Germania, Francia ed Italia.
Tra le cause maggiori vi erano i salari bassi e la velocissima crescita della popolazione, due problemi che Nehru ed il suo partito non furono in grado di risolvere e forse nemmeno ad attenuare.

In politica estera, Nehru affiancò l’India agli stati non-allineati, di cui divenne uno dei maggiori esponenti, prendendo una posizione di neutralità durante la guerra fredda.
In questo modo, grazie anche all’approccio tendenzialmente pacifista molto apprezzato a livello internazionale, l’India ebbe modo di ricevere investimenti ed aiuti, tanto dagli americani quanto dai russi.
La critica più grande sulla politica estera di Nehru è rivolta alla cattiva gestione della crisi con la Cina, che portò ad una breve guerra nel 1962.
In particolare Nehru, un po’ ingenuamente, si fidò troppo della controparte cinese, decisamente più smaliziata, e rispose tardivamente all’attacco militare, seppur in realtà alla fine del conflitto l’India non ebbe grandi perdite e fu essenzialmente una sconfitta politica.
Oltretutto sia la classe politica che quella militare impararono la lezione, dimostrando alcuni anni dopo notevoli prontezza e fermezza nelle relazioni conflittuali con il Pakistan.


Alla sua morte, come nel caso di altri due grandi politici indiani, Gandhi ed Ambedkar, a Nehru vennero dedicate strade, piazze, monumenti, istituti, associazioni ed una delle rare festività laiche del paese, il 14 Novembre, giorno della sua nascita, che in India viene festeggiato come “La Giornata dei Bambini”, per la passione che Nehru ha sempre mostrato verso i piccoli indiani.

mercoledì 1 marzo 2017

Il racconto Il manichino del Capo della Polizia

Il manichino del Capo della Polizia è un breve racconto umoristico di Harishankar Parsai, in cui viene presa bonariamente in giro la polizia.
Verso la fine viene fatto riferimento alla Ram Lila, una lunga rappresentazione folkloristica delle vicende del dio Rama, che solitamente termina il giorno della festa di Dushera, bruciando un manichino del demone a dieci teste Ravana.

In un piccolo regno indiano c’era un città sulle cui persone gravavano notevoli ingiustizie da parte della polizia, così queste decisero che avrebbero eretto un manichino del Capo della Polizia e gli avrebbero dato fuoco (una forma di protesta comune nel subcontinente indiano anche al giorno d’oggi).
Il manichino venne costruito molto robusto e con una faccia spaventosa.
Ma in quei giorni entrò in vigore l’atto 144 (una legge temporanea che vieta ogni tipo di protesta), così la polizia confiscò il manichino.
Ora però la polizia aveva un problema, cosa farne?
I poliziotti chiesero quindi ad un loro superiore “Capo, fino a quando dovremmo conservare il manichino? Dovremmo bruciarlo o distruggerlo?”.
Il superiore rispose “Ma come ragionate? È il manichino del Capo, come potremmo bruciarlo o distruggerlo? Volete perdere il lavoro?”.


In quel periodo era la stagione della Ram Lila ed un altro superiore della polizia ebbe una trovata. Chiamò gli organizzatori della Lila gli disse “Voi, a Dushera, avrete bisogno di un manichino di Ravana da bruciare, vero? Prendete questo, gli mancano solo nove teste, aggiungetele!”.