martedì 24 maggio 2016

La politica Sonia Gandhi

Sonia GandhiSonia Gandhi (1946-...) è una politica indiana, di origini italiane, dal 1998 a capo del Partito del Congresso, una delle fazioni politiche più importanti del paese.

Nata con il nome di Antonia Maino in provincia di Vicenza, trascorse gran parte della giovinezza ad Orbassano, vicino a Torino, dove il padre possedeva una ditta di costruzioni.
Successivamente, nel 1964, si trasferì a Cambridge, per studiare inglese presso la Bell National Trust, dove nel 1965 conoscerà Rajiv Gandhi, secondogenito dell’allora Primo Ministro indiano Indira Gandhi.
Dopo il matrimonio, nel 1968, seguendo i costumi tradizionali indù, si trasferì in casa della potente suocera ed assunse il nome di Sonia Gandhi.
All’inizio la coppia non era interessata alla politica: Rajiv intraprese una carriera di pilota di aerei presso l’Air India, mentre Sonia si dedicava all’apprendimento della complessa cultura indiana e a crescere i due figli, Rahul, nato nel 1970 e Priyanka, nata nel 1972.
Alcuni anni dopo però una serie di tragici eventi sconvolsero la famiglia ed avvicinarono forzatamente prima Rajiv e poi Sonia ad entrare in politica.

Nel Giugno del 1980, in un incidente aereo morì Sanjiv Gandhi, fratello maggiore di Rajiv, sul quale gravava invece l’eredità politica della famiglia, spingendo quindi Rajiv a compiere i primi passi, anche per aiutare la madre che nel 1977 aveva perso la carica di Primo Ministro.
Tornata al potere Indira Gandhi, nell’Ottobre del 1984 venne assassinata da due guardie del corpo Sikh, in risposta al pugno di ferro che Indira aveva usato per reprimere una rivolta Sikh (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/03/breve-storia-della-religione-sikh.html), aprendo quindi, seppur tragicamente, le porte alla carica di Primo Ministro a Rajiv, che fu infatti ufficialmente eletto già il 31 Dicembre dello stesso anno.
Sonia al tempo sembrava sempre disinteressata ad un’attiva carriera politica, sebbene l’essere diventata la First Lady indiana può essere considerato un ulteriore passo in quella direzione.

Nonostante le aspettative, giustamente rivolte verso un giovane (40 anni) e brillante leader come Rajiv, il suo mandato fu caratterizzato da vari scandali e controversie, tali che lo porteranno a perdere le successive elezioni del 1989.
Deciso a riprendere il potere in vista del nuovo turno elettorale del 1991, il 21 Maggio di quell’anno, durante un comizio in una cittadina a circa 40 chilometri da Chennai, Rajiv Gandhi venne ucciso da una potente esplosione causata da una kamikaze appartenente al LTTE, il gruppo armato rivoluzionario Tamil che combatteva in Sri Lanka e contro il quale Rajiv aveva intrapreso una politica piuttosto aggressiva.
Come accadde per il marito alla morte della madre, dopo questo tragico evento venne proposta la carica di Primo Ministro a Sonia Gandhi, la quale però rifiutò, cercando di tenere, comprensibilmente dopo l’assassinio di suocera e marito, un basso profilo.
Perso il proprio carismatico leader, il Partito del Congresso iniziò una fase di declino che lo porterà infatti ad essere sconfitto alle elezioni del 1996.

Dopo quest’ultimo episodio, nel 1997 Sonia Gandhi decise quindi di entrare definitivamente in politica, diventando già nel 1998 capo del Partito.
Nel Maggio del 1999, iniziarono le prime critiche, rivolte non tanto alle sue capacità, quanto alle origini straniere, mal digerite non solo dai partiti avversari, su tutti il nazionalista BJP, ma anche da tre alti dirigenti del Congresso stesso.
A queste Sonia rispose con molto acume offrendo le proprie dimissioni da leader del Congresso, che furono respinte e scatenarono invece un’ondata di protesta verso i tre ribelli che vennero espulsi dal partito a furor di popolo.
Guadagnato così il rispetto della classe regnante, sempre nel 1999 Sonia Gandhi divenne il leader della coalizione all’opposizione del Governo, guidato invece dalla NDA (National Democratic Alliance) comandato dal partito BJP.
Dopo aver proposto una coraggiosa mozione di sfiducia contro il Primo Ministro Atal Bihari Vajpayee nel 2003, per le elezioni dell’anno successivo Sonia Gandhi lanciò una vasta campagna nazionale, cercando di focalizzarsi sul cosiddetto aam admi, l’uomo comune (letteralmente uomo-mango, dalla comune reperibilità in India del frutto), in contrapposizione al pomposo slogan dell’NDA “India’s shining”, l’India sta splendendo.
Come capo della coalizione UPA (United Progressive Alliance), dopo aver vinto sorprendentemente le elezioni, Sonia Gandhi, secondo la prassi politica indiana, venne invitata dal Presidente della Repubblica, allora il professor Abdul Kalam (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/03/il-professor-abdul-kalam_11.html), per essere investita della carica di Primo Ministro.

Questo però già da giorni aveva di nuovo creato delle forti e clamorose proteste da parte dalla coalizione avversaria NDA, sempre rivolte verso le origini straniere di Sonia.
Furono anche avanzati dei possibili vizi legali che potessero proibire una tale eventualità, cioè che la costituzione indiana non prevedesse che il Primo Ministro potesse avere origini straniere, né che lo prevedesse la costituzione italiana (scusa per poter applicare un principio di non-reciprocità), teorie rivelatisi entrambe errate.
Per risolvere la questione, Sonia Gandhi, sorprendendo tutti, rinunciò alla carica, per la quale propose invece Manmohan Singh, già da anni membro del Governo e del Partito nelle vesti di Ministro delle Finanze ed economista.
In questo modo spense le proteste, continuando ad essere, seppur nell’ombra, la leader politica indiscussa del paese, visto che Manmohan Singh, all’interno del partito, si trovava effettivamente sotto il suo controllo.

La scelta di affidare il paese ad un economista, più che ad un politico, si rivelò dapprima piuttosto azzeccata anche per poter portare avanti le già avviate riforme economiche, ma col tempo un leader eccessivamente temperato, anche a causa della non giovane età, si rivelò controproducente nel cercare di arginare le critiche e gli attacchi dell’opposizione.
Questo fu una delle causa della completa sconfitta del Partito del Congresso e dell’UPA alle elezioni del 2014, alla quale bisogna raggiungere anche la popolarità raggiunta dal leader del BJP Narendra Modi.
Popolarità che purtroppo Sonia Gandhi, nonostante un’indubbia attenzione in proposito, non è mai riuscita a creare attorno ai figli, in particolare a Rahul, sul quale dovrebbero cadere le responsabilità politiche della famiglia.
Nonostante la nobile genealogia, Rahul Gandhi sembra infatti privo di un qualsivoglia carisma politico che ormai, superati i quarant’anni, dovrebbe aver già sviluppato.

Oltre a questo parziale insuccesso, tra le controversie più significative che hanno segnato e stanno segnando la carriera di Sonia Gandhi ve ne sono almeno due che meritano una citazione.
Il primo è il cosiddeto “Scandalo Bofors”, su presunte tangenti versate dalla Bofors, ditta d’armi svedese, ad alti funzionari del Governo Indiano e dell’Esercito, per ottenere un contratto di vendita di armamentario bellico.
Il coinvolgimento di Sonia Gandhi è dovuto all’essere stata amica di Ottavio Quattrocchi, l’imprenditore italiano considerato l’intermediario della transazione illecita.
Nonostante al termine del lungo procedimento giudiziario non sia mai stato provato legalmente il reato di corruzione, questo scandalo influì notevolmente ad aggravare la già nota fama del Partito del Congresso, e quindi dei suoi leader, come “paladini” della corruzione.

Un’altra piccola controversia personale che ha coinvolto Sonia Gandhi riguarda la sua effettiva cittadinanza, che venne anche tirata in ballo per fini politici.
Nel 1983 Sonia rinunciò alla cittadinanza italiana per prendere quella indiana, restituendo il proprio passaporto all’Ambasciata Italiana di Delhi, in quanto né l’Italia né l’India prevedevano al tempo al doppia cittadinanza.
In India il divieto permane tuttora, ma la legge italiana lo permette, dal 1992, e non è ben chiaro se Sonia Gandhi si sia avvalsa del diritto di riprendere anche il suo vecchio status.


Per finire con una piccola curiosità, Sonia Gandhi è conosciuta non solo per le sue capacità politiche, che da molti anni la vedono tra i primi posti nelle classifiche delle donne più potenti del pianeta, ma anche per l’eleganza, vestendo con grazia splendidi sari, che l’anno fatta comparire anche nelle liste riservate alle donne pubbliche più eleganti.

lunedì 23 maggio 2016

Akbar, Birbal e l'asino del lavandaio

Akbar1.jpgUn giorno l’imperatore Akbar si recò al fiume a fare il bagno in compagnia dei due figli e del fido Birbal.
Giunti sulla riva, Akbar ed i figli si spogliarono e chiesero a Birbal di prendersi cura dei loro vestiti.
Birbal quindi, aspettando che finissero di fare il bagno, si trovò in piedi vicino all’acqua a sorreggere i loro vestiti sulle spalle, immagine che spinse Akbar a prendersi un po’ gioco di lui “Birbal, sembra che tu stia portando il carico dell’asino del lavandaio!”.
Birbal gli rispose prontamente “No, mio Signore, quello del lavandaio porta solo il carico di un asino, io sto reggendo quello di tre asini!”.

Sorpreso dalla prontezza, sagacia e coraggio, Akbar rimase senza parole...

sabato 21 maggio 2016

Akbar, Birbal e la lista di ciechi

Emperor Akbar, Los Angeles County Museum of Art.jpgUn giorno l’Imperatore Akbar chiese al suo fidato Ministro Birbal se per caso sapesse quale fosse il numero di ciechi che abitavano il suo impero.
Birbal ci pensò un momento, quindi chiese ad Akbar una settimana di tempo, dopo la quale sarebbe stato in grado di soddisfare la curiosità dell’imperatore.
Il giorno dopo Birbal si recò al mercato con una piccola cassetta di attrezzi, si sedette per terra e cominciò a riparare scarpe.
I passanti rimasero molto sorpresi di vedergli fare un simile lavoro e molti iniziarono a chiedergli “Birbal, cosa stai facendo?”.
Quando qualcuno gli poneva questa domanda, Birbal interrompeva il lavoro, scriveva qualcosa su un taccuino, quindi riprendeva a riparare scarpe.
Dopo una settimana, anche Akbar si recò al mercato e quando lo vide gli fece la stessa domanda, alla quale Birbal non rispose, ma scrisse qualcosa sul taccuino.
Il giorno dopo si recò a Corte e consegnò i suoi appunti ad Akbar.
Leggendoli Akbar scoprì che anche lui era stato messo nella lista dei ciechi e molto irritato chiese a Birbal spiegazioni.
Questi rispose “Come tutte le altre persone, anche Voi, Mio Signore, mi avete visto che riparavo scarpe, eppure mi avete chiesto cosa stessi facendo. Per questo motivo ho dovuto includere anche il Vostro nome!”.

Akbar scoppiò a ridere, riconoscendo ancora una volta la sagacia del suo fido consigliere.

sabato 14 maggio 2016

La Banaras Hindu University

Itbhu front.jpgLa Banaras Hindu University fu fondata nel 1916 da Pandit Madan Mohan Malviya, un attivista indù, con lo scopo di preservare e promuovere la cultura e le tradizioni induiste, delle quali la città santa di Varanasi  (chiamata anche Benares o Banaras) ne è da sempre ritenuta la capitale.
Dato l’iniziale successo, dovuto in gran parte a generosi aiuti finanziari privati, l’istituto crebbe molto rapidamente, come anche il suo grande e verdeggiante campus, e al giorno d’oggi è una delle università asiatiche col maggior numero di iscritti.
Questo in gran parte grazie alla buona nomea accademica che si è fatta nel corso degli anni seppur, recentemente, con la fondazione di nuove università, anche private, la BHU (noto acronimo per l’istituto) ha perso parte dei suoi primati e, oggigiorno, le uniche facoltà che eccellono, per altro solo a livello nazionale, sono Medicina e Arti Figurate.

La causa è dovuta al fatto che la qualità dell’istruzione impartita varia enormemente tra le varie facoltà, i singoli dipartimenti all’interno di esse, i corsi e, non ultimo in ordine d’importanza, i professori.
Ad esempio, come già accennato, la Facoltà di Medicina è ancora oggi una delle migliori del paese, grazie al fatto che riceve annualmente sovvenzioni speciali dal Governo Centrale di Delhi, addirittura, pare, dall’Ufficio dello stesso Presidente della Repubblica, per cui l’insegnamento impartito risulta essere di buona qualità.
La sezione cittadina del The Times of India riporta spesso piccole nuove scoperte provenienti dai discreti laboratori della facoltà, senza dimenticare che la stessa gestisce uno dei migliori ospedali della città.

Di tutt’altro livello sono invece la maggior parte dei corsi dedicati alle lingue che non sembrano godere di particolare attenzione da parte dei professori, i quali tendono ad essere poco interessati alle lezioni.
La nostra personale esperienza quinquennale al Dipartimento di Hindi, uno dei più frequentati dagli studenti stranieri, e biennale presso il Dipartimento di Nepali, la riassumiamo spesso con queste poche semplici ma purtroppo veritiere parole “I professori non vengono mai”.
A questo vanno aggiunte le numerose festività che riempiono il calendario indiano e che a Varanasi, città sacra per eccellenza, vengono osservate tutte molto piamente e in certi periodi cadono festività praticamente ogni settimana.
Addirittura, in passato, l’acronimo BHU veniva ironicamente tradotto Banaras Holiday University, di per sé indicativo sulla serietà dell’istituto e seppur negli ultimi anni siano state ridotte, ciò è avvenuto semplicemente perché è stato aggiunto il Sabato come secondo giorno festivo settimanale.

Certo quest’attitudine molto rilassata favorisce un’atmosfera completamente “stress-free” e i professori, nonostante la scarsa voglia di insegnare, sono quasi sempre gentili, affabili e simpatici, seppur questo non aiuti molto un serio apprendimento.
I corsi oltretutto sono anche ben strutturati, gli esami non semplici e giudicati piuttosto severamente, quindi sarebbe sia interessante che utile se qualcuno si degnasse anche di spiegarli.
Ovviamente i professori a capo dei singoli corsi, in prossimità degli esami, cercano di aiutare a risolvere eventuali problemi e lacune, ma il lavoro e la responsabilità cadono esclusivamente sulle spalle degli studenti.
Che di per sé non è sbagliato, visto che si tratta di corsi universitari, ma spesso si fa molta fatica perfino ad ottenere i testi su cui studiare, che nella maggior parte dei casi sono composti da sbiadite fotocopie degli anni precedenti che vengono tramandate da studenti e professori come reliquie storiche.
E non sono rari i casi in cui, pochi giorni prima dell’esame, spunti del nuovo materiale che i professori avevano dimenticato o che semplicemente ignoravano; fenomeno che accade con costanza sia nel Dipartimento di Hindi che in quello di Filosofie Orientali.

C’è da dire che almeno gli studenti stranieri, rispetto agli indiani, non hanno grossi problemi riguardo l’ammissione visto che il numero dei posti disponibili per loro in ogni corso è quasi sempre maggiore di quello degli aspiranti (in media una ventina di posti e solo 4-5 studenti), per cui non è richiesto nessun esame d’ammissione, la quale si ottiene invece attraverso lunghe, complicate ed estenuanti pratiche burocratiche.
Al contrario, gli studenti indiani sono sottoposti a test d’entrata estremamente selettivi: nel 2013 agli esami d’ammissione per gli ambitissimi corsi di medicina hanno partecipato circa 50.000 aspiranti per soli 84 posti disponibili.

Oltre all’aspetto accademico, il campus della BHU è molto popolare tra gli abitanti della città per alcuni validi motivi.
Intanto, come già accennato, la presenza del miglior ospedale della città, secondo, il moderno tempio di Kashi Vshwanath, costruito sullo stile originale del tempio che si trovava in centro città e fu distrutto dagli invasori mussulmani.
Il museo dell’università non risulta particolarmente interessante, a causa della scarsa manutenzione e delle anonime collezioni, a parte alcune antiche sculture rinvenute nella zona.

Probabilmente l’attrazione principale è il campus stesso: seppur un paio di arterie possano essere piuttosto trafficate, poiché vengono utilizzate per connettere la periferia con il centro città, la maggior parte dei viali sono piuttosto tranquilli in un contesto molto verdeggiante, tanto da poter essere considerato anche un interessante spot per il birdwatching.

venerdì 13 maggio 2016

Akbar, Birbal e la dolce risposta

Portrait of Akbar by Manohar.jpgUno dei passatempi preferiti dell'Imperatore Akbar era porre inusuali domande ai suoi consiglieri, per testare la loro conoscenza e capacità di improvvisazione.
Un giorno entrò a Corte, si sedette sul trono e chiese ai cortigiani presenti “Quale punizione dovrebbe ricevere una persona che mi tirasse i baffi?”.
Il primo rispose “Dovrebbe essere frustato!”.
Un altro disse “Dovrebbe essere impiccato!”.
Un terzo indignato esclamò “Dovrebbe essere decapitato!”.
Quindi Akbar, molto soddisfatto, si girò verso Birbal “E tu cosa pensi?”.
Birbal rimase un momento in silenzio, quindi rispose “Mio Signore, credo che bisognerebbe offrirgli dei dolci!”.
Akbar, sorpreso ed irritato, sbottò “Ma sei impazzito? Ti rendi conto di cosa stai dicendo?”.
Birbal con molto calma gli disse “Mio Signore, non sono impazzito e so perfettamente cosa sto dicendo”.
“Allora come ti permetti di parlare in questo modo?”, continuò Akbar iniziando a mostrare una certa irritazione.
“Mio Signore – rispose Birbal – l’unica persona che si potrebbe permettere di compiere un simile gesto è il vostro amato nipotino!”.

giovedì 12 maggio 2016

Parabola del taglialegna e la tigre

Panthera tigris tigris.jpgUn giorno un asceta aghori decise di praticare shava sadhana, un rituale tantrico in cui il praticante medita seduto sopra ad un cadavere.
Naturalmente non poteva farlo in città perché la gente si sarebbe scandalizzata, l’avrebbe accusato di magia nera e probabilmente l’avrebbe anche assalito.
Per evitare tutto questo, si procurò un cadavere, lo portò con sé nella giungla più profonda, vi si sedette sopra e cominciò a fare il suo japa (ripetizione di mantra).
Mentre era impegnato nella sua meditazione, passò lì vicino un taglialegna il quale, vedendo l’aghori ed il cadavere, si spaventò e si arrampicò su un albero.
Stando nascosto sull’albero, il taglialegna udì il mantra che l’aghori stava ripetendo; questi lo stava ripetendo a voce alta per migliorare la sua pronuncia, il ché provava che era ancora un asceta immaturo perché un vero aghori non pronuncia mai un mantra, ma lo ripete mentalmente.
Improvvisamente infatti apparve una tigre, si avvicinò alle spalle dell’aghori in meditazione e con una zampata lo uccise.
Subito cominciò a bere il sangue che sgorgava a fiotti, abitudine tipica delle tigri, ma mentre stava ancora appagando la sua sete di sangue, la tigre fu impaurita da un rumore proveniente da alcuni cespugli e scappò via.

Il taglialegna fu molto incuriosito dalla scena e, pur sapendo che una tigre torna sempre dalla sua preda, scese dall’albero per investigare da vicino e pensò “Perché non dovrei provare anch’io?”.
Così sedette sul cadavere ancora fresco dell’aghori e cominciò a ripetere il mantra che aveva sentito recitare dall’asceta.
Dopo poche ripetizioni la divinità, Madre Kali, apparve improvvisamente davanti a lui, dicendogli “Chiedimi un dono!”.
Il taglialegna Le disse “Maa, io ho fatto questo solo per curiosità».
Lei rispose “È lo stesso, quel che importa è che Io sono venuta da te: chiedimi qualcosa”.
Lui Le disse “Va bene, dimmi allora quale legge afferma che questo individuo non doveva avere successo neppure dopo aver praticato lunghe austerità, mentre io, che sono solo un taglialegna, l’ho realizzato in pochi secondi”.
Maa sorrise e disse “Chiudi gli occhi”.
E quando lo fece il taglialegna vide che aveva praticato questo stesso rituale per le ultime dieci nascite.
Quindi Maa gli disse “Ora capisci? Se non l’avessi fatto prima, come avresti potuto ricordare il mantra? Come avresti potuto sviluppare il coraggio di tentare il shava sadhana sapendo che la tigre sarebbe potuta tornare da un momento all’altro?
Ero Io la tigre che ha ucciso quell’aghori, l’ho fatto venire qui perché sapevo che tu saresti passato e avresti aspettato.
Ti avevo dato l’intelligenza per ricordare il mantra e fare il rituale, per ottenere i siddhi (superpoteri) ti mancavano soltanto poche ripetizioni del mantra dalla tua vita passata ed ora ce l’hai fatta.
Questo aghori invece deve ancora passare per altre due vite prima di ottenere un’opportunità come questa. Adesso chiedimi qualcosa!”.

Il taglialegna, con le lacrime agli occhi, rispose “A questo punto, l’unica cosa che desidero è che tu mi tenga per sempre davanti a Te”.

mercoledì 11 maggio 2016

Breve introduzione al cinema di Bollywood

File:Lage raho munna bhai.JPG
Locandina del film Lage Raho Munna Bhai
(Copyright: Eros International, Vinod Chopra Production) 
Moderni e attivi studi cinematografici sono presenti in molte grandi città indiane, quali ad esempio Kolkata e Chennai, ma la capitale del cinema indiano è sicuramente Mumbai.
Negli studi situati a nord della città, chiamati notoriamente Bollywood, vengono prodotti i film che rappresentano il main-stream indiano, principalmente per motivi linguistici.
Nonostante la lingua di Mumbai sia la marathi, la lingua di Bollywood è infatti l’hindi, di gran lunga l’idioma più diffuso in India.
Dato l’ampissimo bacino di spettatori, molti di questi film raggiungono un enorme successo commerciale sebbene, per i gusti occidentali, le classiche pellicole bollywoodiane risultino essere poco appetibili, per numerosi motivi: le trame, spesso simili tra loro e piuttosto scontate; i personaggi, eccessivamente stereotipati; gli attori, poco convincenti; e la presenza di frequenti e spesso lunghi stacchi musicali conditi da balletti ben poco artistici.
Pur correndo il deprecabile rischio di categorizzare, e nonostante oggigiorno vengano prodotti film di sempre più vario genere, quelli di maggior successo possono essere divisi in due sole tipologie: commedie con argomento la famiglia, che possono essere tragiche, romantiche o comiche, e film d’azione militar-polizieschi, anch’essi variamente tragici, romantici o comici.
Questo chiaramente per seguire i gusti del pubblico cinematografico indiano composto soprattutto da persone d’età compresa tra i 20 e i 40 anni.

Nonostante questa introduzione del cinema bollywoodiano sia decisamente negativa, ed almeno in parte confermata dal suo completo insuccesso nelle più importanti manifestazioni cinematografiche mondiali dove viene da sempre completamente ignorato, vi sono però anche dei buoni motivi per cui uno spettatore occidentale può trovare interessante guardare almeno qualcuno dei film prodotti da Bollywood.
Ad esempio, sono chiaramente numerosissimi gli spunti per un’analisi culturale e sociale dell’India e dei suoi abitanti, dipinti entrambi in modo “buonista” e/o stereotipato ma pur sempre tratto dalla realtà.
Altro interessante aspetto è sicuramente quello scenografico, sia nel caso di paesaggi esterni, che date le bellezze naturali di molte zone dell’India risultano spesso particolarmente piacevoli, ma anche degli interni, di palazzi, abitazioni e templi, che offrono la possibilità di conoscere tradizioni e abitudini indiane di vario tipo.

Pur non avendo nessun personale interesse per i film di Bollywood, per motivi puramente linguistici, cioè fare pratica con l’hindi, abbiamo avuto modo in passato di vedere alcuni dei maggiori successi, dei quali offriamo una brevissima lista composta da tre pellicole particolarmente interessanti, in ordine cronologico inverso dal più recente al più vecchio: Once Upon a Time in Mumbaai, 3 Idiot, Lage Raho Munna Bhai.

OUTM (in italiano “C’era una volta a Mumbai”, di leoniana ispirazione), uscito nel 2010, è vagamente tratto dalla vita di Haji Mastan, protagonista principale del film dove viene chiamato Sultan Mirza, e di Ibrahim Deawoo, chiamato Shoaib Khan, due notissimi criminali, padroni della malavita di Mumbai.
Sultan Mirza è interpretato da uno stranamente convincente Ajay Devgan, noto soprattutto per ruoli da eroe in film d’azione, e risulta essere un personaggio in stile “criminale-gentleman” dotato anche di una lieve ma apprezzabile ironia, spesso tristemente assente nel cinema indiano.
Il personaggio di Shoaib Khan è invece interpretato da Emraan Hashmi la cui naturale espressività indisponente si sposa alla perfezione con il carattere del personaggio, senza contare che Ibrahim Deawoo, il vero criminale al quale è ispirato, è considerato da anni in India il pericolo pubblico numero 1.
La scenografia della città di Mumbai, e in parte Delhi, può essere interessante, almeno per chi non le conoscesse, seppur tra le critiche al film c’è proprio quella di non essere riuscito a rendere bene l’atmosfera e l’’ambientazione della malavita di Mumbai degli anni ’70.

3 Idiot (uscito nel Natale 2009) è un film che vede protagonista uno dei più seguiti attori indiani, Amir Khan, noto per interpretare spesso ruoli piuttosto originali con risultati apprezzabili.
La storia si svolge intorno a tre studenti che si incontrano in un prestigioso istituto di ingegneria, dove sviluppano una stretta amicizia che li vedrà riunirsi molti anni dopo.
L’aspetto importante di questo film, mostrato soprattutto nella prima parte, è una dichiarata denuncia verso la piega che sta prendendo oggigiorno l’istruzione in India, che spesso, in nome di una sempre crescente efficienza, produce studenti più simili a macchine che non ad ingegneri.
A proposito di questo, nel film viene anche toccato lo spinoso argomento dell’elevato numero di suicidi da parte di studenti indiani di tutte le età.
Il personaggio principale, interpretato da Amir Khan, cerca appunto di dimostrare, con successo, che pensare “out of the box” (al di fuori degli schemi) sia spesso utile quanto l’apprendere le nozioni accademiche, e seppur talvolta il personaggio sia forzatamente geniale, sono numerosi anche i momenti originali e divertenti.
La scenografia assume una certa rilevanza nella seconda parte, quando il trio si incontra dopo molti anni nel remoto stato del Ladhak, in una zona nota per gli stupendi paesaggi di alta montagna.
Purtroppo però, la patetica storia d’amore ed i già citati aberranti video musicali, rendono il tutto piuttosto indigesto a più ricercati gusti occidentali.

Lage Raho Munna Bhai (“Continua così fratello Munna”), uscito nel 2006, è considerato il capolavoro interpretativo di Sanjay Dutt, figlio d’arte ma attore apprezzato, il quale ha attraversato diversi periodi difficili a causa di numerosi soggiorni in prigione, di cui uno proprio poco prima dell’uscita di questo film, per aver comprato illegalmente delle armi che erano state utilizzate in un attentato terroristico.
Commedia per la famiglia, la principale caratteristica di questa pellicola è che il personaggio principale, un boss mafioso di Mumbai, inizia ad avere delle visioni dello spirito di Gandhi, col quale interagisce amabilmente, e comincia quindi ad adottare i principi tipici gandhiani, ricerca della verità e non violenza, per aiutare la gente comune a risolvere i propri problemi. 
Seppur il film scada spesso nel patetico, in particolare la relazione romantica tra il protagonista e una conduttrice radiofonica, molto originale è l’idea di base che offre spunti impegnati ma anche comici.
Oltretutto l’argomento gandhiano in India è difficile da trattare senza creare controversie, ma questo film ha ricevuto solo critiche positive, perfino dal Primo Ministro Manmohan Singh, nonché dai discendenti di Gandhi stesso, spesso restii ad esporsi in queste delicate questioni, dichiaratisi estremamente soddisfatti di come siano stati sviluppati i principi del loro antenato.
Altro importante riconoscimento, LRMB è stato il primo film indiano, e forse al momento ancora l’unico, ad essere trasmesso durante una conferenza dell’ONU, dove riscosse un sentito successo.

Come si è potuto notare, in questa breve descrizione di tre grandi successi bollywoodiani, non abbiamo menzionato i registi, non per dimenticanza o per un’avversione personale verso di loro, ma perché in India si tende a dare più importanza, come abbiamo fatto anche noi in questo articolo, agli attori e alle storie dei film.

Bisogna però notare che 3 Idiot e Lage Raho Munna Bhai sono stati entrambi diretti da Rajkumar Hirani sicuramente un regista originale e come tale molto apprezzato da critica e pubblico.