mercoledì 12 luglio 2017

I danni del terremoto 2015 e la ricostruzione

Dopo aver trascorso quasi due mesi a Kathmandu e nei suoi dintorni, ci siamo potuti fare un’idea abbastanza precisa di quelli che sono stati i danni del terremoto del 2015 e l’attuale stato dei lavori di ricostruzione.
Come accennato in un precedente post riguardo i danni al patrimonio artistico della città (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2017/05/danni-del-terremoto-2015-alla-piazza.html), le costruzioni più antiche sono quelle che sono state maggiormente danneggiate: nella zona vecchia di Kathmandu non c’è stradina o vicolo dove non siano presenti palazzine sorrette da pali di ferro o legno.
Numerosi sono anche i “buchi”, causati da completi crolli, seppur ci sembra che molti non siano stati distrutti direttamente dal terremoto, ma si tratta di abbattimenti di palazzi pericolanti che vengono ricostruiti.

Purtroppo se è comunque vero che nella capitale molti edifici pubblici ed abitazioni si sono salvati, lo stesso non si può dire dei numerosi piccoli paesi di cui è costellata la Valle di Kathmandu.
In particolare, come abbiamo avuto modo di raccontare nei post riguardanti il trekking dell’Helambu (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2017/06/il-trekking-dellhelambu-informazioni.html), la maggior parte dei paesi della regione dell’Helambu e del vicino Langtang , appena a nord della Valle e nei pressi delle zone interessate dalle numerosissime scosse d’assestamento, sono stati quasi rasi al suolo.

Riguardo l’avanzamento delle opere di ricostruzione dobbiamo dire che, se non proprio spedite, proseguono costanti e su ampio raggio.
Nonostante il terremoto infatti, l’economia nepalese da circa 4-5 anni, grazie ad una vaga stabilità politica, sta conoscendo una buona crescita, attorno al 5%, favorita anche dall’ancor maggior sviluppo che stanno avendo l’India e la Cina, da sempre i maggiori partner commerciali del Nepal.
Chiaramente non si possono vedere lati positivi in una tragedia come quella del terremoto nepalese, però ci siamo resi conto che in molti casi, usando il buon senso ed un minimo di risorse, può essere visto come un’opportunità per migliorare le cose.
Ad esempio, molti crolli hanno interessato costruzioni da tempo dilapidate, lasciando al momento dei grandi ed apprezzati spazi in zone cronicamente congestionate.

Come testimonianza personale possiamo portare la parte terminale della nota Freak Street, da sempre trafficata a causa di un piccolo incrocio dopo il quale la via principale si riduceva ad uno stretto budello tra alcuni negozi ed un muro di mattoni, che proteggeva un vecchio palazzone mezzo distrutto ed occupato dall’esercito.
Il terremoto ne ha fatto crollare definitivamente una grande porzione, oltre al muretto di mattoni, che è stato ricostruito allargando la strada e rendendo l’incrocio decisamente più scorrevole e quasi irriconoscibile.

Anche le frane, che hanno ostruito lunghi tratti di strade, hanno creato degli spazi prima inesistenti, che ora possono essere sfruttati per allargare le carreggiate e permettere in quei punti il comodo passaggio di due mezzi.
Perfino lo stadio cittadino, che oltre ad aver subito notevoli danni venne utilizzato a lungo come accampamento d’emergenza, sta iniziando ad essere interessato da vari lavori, tra cui l’apprezzabile costruzione di una copertura sopra alle gradinate che compongono circa i due/terzi degli spalti.

Oltre a questo, possiamo anche felicemente notare come molte delle opere di ricostruzione, seppur chiaramente, ed auspicatamente, seguendo tecniche e materiali migliori, stanno seguendo il semplice ma gradevole stile tradizionale, costituito da muri con mattoni a vista e finestre di legno riccamente scolpite.

Ovviamente c’è ancora molto da fare, ma sembra che ci siano tutti i presupposti per poter cancellare al più presto almeno alcune delle drammatiche testimonianze della grave tragedia.

giovedì 6 luglio 2017

Breve cenno al poema epico Mahabharata

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I Pandava a sinistra ed i Kaurava a destra, schierati sul campo di battaglia di Krukshetra
Il Mahabharata è, insieme con il Ramayana, uno dei due antichi poemi epici più importanti per l’induismo.
Come il Ramayana tratta le vicende del dio Rama (settima incarnazione di Vishnu), il Mahabharata descrive la vita di Krishna (ottava incarazione di Vishnu), in particolare gli avvenimenti legati alla diatriba all’interno della dinastia Bharata tra i principi Pandava ed i loro cugini Kaurava.

Con un corpo di ben 100 mila distici, quindi 200 mila versi, il Mahabharata viene viene considerato la più lunga opera letteraria al mondo, che corrisponde all’incirca a dieci volte la lunghezza dell’Iliade e dell’Odissea messe insieme.
Nonostante la tradizione veda nel mitico santo Vyasa l’autore di tutto il testo, si tratta invece di una versione amplificata nell’arco dei secoli, da numerosi scittori, di un testo precedente chiamato Jaya (Vittoria), composto attorno al IV secolo a.C. da circa 8.000 versi.
Successivamente venne riconosciuta una versione “intermedia” chiamata Bharata (Storia della dinastia Bharata) che raggiungeva più o meno i 24 mila versi, quindi si arrivò alla versione definitiva Mahabharata (La grade storia dei Bharata), completata attorno al IV secolo d.C..

Dal punto di vista prettamente letterario, il Mahabharata è un’opera piuttosto caotica e confusa, sia per quanto riguarda i contenuti che lo stile.
A causa delle continue aggiunte e delle numerosissime digressioni la trama risulta essere ben poco lineare, mentre lo stile risente dell’influenza dei vari autori che hanno composto l’opera, usando comunque sempre un linguaggio piuttosto aulico e pomposo.
Anche storicamente il Mahabharata risulta essere ben poco affidabile, descrivendo avvenimenti talmente antichi che raramente possono essere confermati da altri testi.
A questo bisogna aggiungere, come previdibile ed in parte giustificabile, la visione romanzata degli eventi; recentemente gli studiosi stanno mettendo in dubbio addirittura la Battaglia di Kurukshetra, lo scontro finale tra i due rami della dinastia Bharata.
Le stime sugli eserciti impegnati che si possono trovare nel Mahabharata sono chiaramente esagerate, ma è pur vero che molto probabilmente si trattò di una delle prime guerre del subcontinente indiano (in particolare la regione tra i fiumi Gange e Yamuna) dove non si affrontarono due soli eserciti, bensì due coalizioni di più regni.

Se letterariamente e storicamente il Mahabharata presenta alcune gravi lacune, i campi dove eccelle sono quelo religioso, culturale e spirituale.
Non è un’esagerazione affermare che non esista divinità, personaggio, luogo e avvenimento mitologico indù, per quanto secondario e misconosciuto, che non sia trattato nel Mahabharata.
L’eccessiva vastità, che come abbiamo visto è più un limite che un beneficio dal punto di vista prettamente letterario, diventa invece il punto di forza dal punto di vista culturale.
Spiritualmente infine, il Mahabharata espone alcuni dei concetti più importanti dell’induismo come il dharma, l’etica, la moksha, liberazione, e soprattutto il karma, l’azione.
In particolare la sezione chiamata Bhagavadgita, nel sesto dei 18 capitoli in cui è suddivisa l’opera, descrive in maniera molto semplice e chiara quelli che sono i principi di una vita giusta secondo l’etica indù.
Il principe Arjuna, terzo dei cinque fratelli Pandava, trovandosi sul campo della Battaglia di Kurukshetra con gli eserciti schierati pronti ad iniziare la guerra, viene preso da un grande senso di rimorso a combattere contro i suoi stessi cugini e sembra quasi intenzionato ad abbandonare la lotta.
In suo soccorso venne Krishna, che in quel momento aveva preso le sembianze del cocchiero di Arjuna, il quale gli spiega che quello è il suo karma (che in questo caso potremmo tradurre con dovere), contro il quale non può fare nulla: i cugini Kaurava vogliono usurpare il trono e come comandante dell’esercito è compito di Arjuna fermarli.

L’unico modo per non essere influenzato dalle azioni che compirà è non identificarsi con queste, senza sviluppare attaccamento verso di esse e soprattutto senza aspettarsi nessun frutto o vantaggio.

mercoledì 5 luglio 2017

Il thali, varianti regionali

Un thali del Bengala
Come accennato in un precedente post d’introduzione generale (http://informazioniindiaenepal.blogspot.com/2017/06/il-thali.html), il thali ha una vastissima diffusione geografica, motivo per cui ne esistono numerose versioni.
Tra le varianti regionali le più caratteristiche, cui faremo un breve accenno, sono quelle del Gujarat, del Punjab, del Bengala, dell’India del sud e del Nepal.

Il Gujarat è la roccaforte del thali per almeno due buoni motivi.
Innanzitutto è uno dei pochi posti rimasti dove il thali viene servito fino a sazietà dei clienti, con i ristoranti che servono cibo a ciclo continuo.
Altro motivo del successo dei thali del Gujarat è la peculiarità della cucina gujarati che si distingue abbastanza chiaramente dagli altri stati dell’India del nord.
Grazie alla ricchezza culturale ha infatti subito numerose influenze che hanno col tempo caratterizzato anche la cucina.
Ad esempio l’influenza della cultura jaina ha favorito il diffuso vegetarianesimo ed un uso più moderato di spezie sostituito da latticini che rendono alcuni piatti quasi dolciastri, seppur sempre molto piccanti.
Il lungo periodo sotto regnanti mussulmani ha favorito invece la diffusione del pane, nonostante il Gujarat sia piuttosto caldo ed il clima favorisca la coltivazione del riso rispetto ai farinacei.

La cucina punjabi è ormai conosciuta in tutto il mondo per i ricchi piatti a base di legumi e carne, e l’uso del formo tandoori.
In particolare un thali del Punjab potrebbe essere considerato il migliore per quanto riguarda quelli non-vegetariani.
L’utilizzo del forno tandoori è intanto garanzia di ottimi chapati e naan, con il pane di gran lunga preferito al riso.
Come dal, il Punjab è noto per la versione chiamata dal-makhani, letteralmente lenticchie al burro, decisamente più ricco e saporito del dal plain che viene solitamente servito nei thali indiani.
Tra le pietanze è lecito aspettarsi del pollo tandoori o qualche spiedino, ma sono molto diffusi anche sostanziosi curry a base di pollo o montone.

Anche la regione del Bengala può vantare una peculiare cucina, la cui caratteristica è data dall’ampio consumo di pesce, estremamente abbondante sia in mare che nei numerosi corsi d’acqua che compongono il delta fluviale più grande al mondo (per ulteriori dettagli http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2017/07/la-regione-del-bengala.html).
Nonostante la lunga dominazione mussulmana, a causa del clima e del territorio decisamente più favorevoli alla coltivazione di riso che di farinacei, il pane non è molto diffuso ed i thali del Bengala prevedono solitamente solo riso.
Il dal non presenta particolari caratteristiche, mentre tra le verdure si può notare un forte utilizzo di melanzane.
I piatti a base di pesce tipici bengalesi sono davvero numerosissimi, grazie, come già accennato, all’abbondanza di specie disponibili sia d’acqua dolce che salata.
Nella maggior parte dei casi si tratta di brodini o sughi speziati che accompagnano varie parti di pesce, ma è anche comune semplicemente fritto.
Il bengala è noto anche per i dolci, tra cui il tradizionale rasgulla, una pallina di semolino e formaggio a fiocchi imbevuta in sciroppo di zucchero, che ci si aspetterebbe servito in un thali tipico del Bengala.

Un thali nepalese
La cultura del sud dell’India è leggermente diversa da quella del nord e come tale lo è anche la sua cucina.
Dato il clima caldo e umido, il riso è favorito al pane, ed è molto usata anche la sua farina, in genere insieme a quella di lenticchie.
Anche l’uso di spezie è leggermente inferiore, mentre si segnala l’apprezzato utilizzo di olio di cocco.
Come in Bengala, anche nelle regioni costiere del sud dell’India viene consumato molto pesce, grazie alla notevole pescosità sia del Mare Arabico a ovest che dell’Oceano Indiano a est.
Altra particolarità del thali del sud è di essere spesso servito su grandi foglie di banano e consumato con le mani.
Quest’ultima pratica resiste ancora in molte parti del subcontinente ma sta lentamente sparendo, visto che nei locali pubblici risulta poco comoda e poco elegante, e l’alternativa è un semplice cucchiaio.

Il thali in Nepal viene chiamato dal-bhat-tarkari, lenticchie, riso e verdure, spesso abbreviato in dal-bhat, ma talvolta anche detto sempicemente khana, cibo.
Rispetto al vicino nord dell’India, il thali nepalese è leggermente più consistente e saporito, seppur meno vario, visto che si presenta pressoché identico in tutto il paese.
Nonostante la discreta produzione di farinacei, in Nepal il companatico è il riso, probabilmente per questioni economiche e forse anche storiche, non essendo mai stato conquistato dai mussulmani che favorivano la diffusione del pane.
Il riso comunque può essere sia il comune basmati o altre tipologie importate dall’India, ma spesso se ne trovano anche di qualità locali piuttosto apprezzate.
Il dal nepalese è solitamente più denso e gustoso di quello liscio servito nei thali indiani, grazie all’abbondante produzione di legumi.
Le pietanze di verdure sono solitamente due: patate speziate e verdure a foglia saltate.
Le uniche varianti di un certo rilievo sono divise su base etnica, con i thali newari e quelli thakali.
I newari, l’etnia originaria della Valle di Kathmandu, sebbene abbiano perso il potere politico da molti secoli, continuano ad essere tra le etnie più ricche e la loro cucina si distingue per l’abbondante uso di carne; in un thali newari ci si può quindi aspettare anche una pietanza non-vegetariana, come ad esempio il chunla, carne di bufalo tritata e speziata.

I thakali sono invece un’etnica originaria delle colline e montagne della zona di Pokhara ed hanno una cucina particolarmente varia grazie all’abbondanza di ottimi prodotti collinari, ma anche di altra provenienza, essendo in molti casi dediti al commercio ed avendo quindi la possibilità di ottenere merci d’importazione.

lunedì 3 luglio 2017

La regione del Bengala

Immagine satellitare del delta del Gange-Brahmaputra
Il Bengala è una regione storico-geografica che corrisponde attualmente al Bangladesh ed allo stato indiano del Bengala Occidentale.
Geograficamente il territorio è in gran parte occupato da quello che viene considerato il più vasto delta fluviale al mondo, frutto dell’incontro del Gange e del Brahmaputra.
L’abbondanza d’acqua, unita alle annuali piogge monsoniche, causa spesso devastanti inondazioni, basti pensare che durante un monsone di media portata circa il 50-60% del territorio del Bangladesh viene sommerso.
A questo bisogna aggiungere i più rari, ma ancor più temibili, cicloni, che risalgono l’Oceano Indiano toccando terra con effetti catastrofici; uno dei più gravi disastri naturali nella storia dell’uomo avvenne nel 1970 con il ciclone Bhola che causò la morte di centinaia di migliaia di persone, con stime che variano dai 250 mila al mezzo milione.

Uno dei motivi delle numerose vittime degli allagamenti del Bengala è dovuto ad un altro record di questa regione, cioè l’altissima densità, che raggiunge i circa 900 abitanti per chilometro quadrato; per fare un paragone, in Italia, la cui densità abitativa è considerata medio-alta, si ferma attorno ai 200.
Questo è dovuto al fatto che nonostante le condizioni climatiche siano alquanto difficili, anche il caldo e l’umidità possono raggiungere livelli umanamente quasi insopportabili, i terreni coltivabili sono particolarmente fertili e produttivi, creando una situazione semi-paradossale, ma non rara nel subcontinente indiano, visto che le stesse dinamiche si presentano anche nella regione del Terai, la parte settentrionale della pianure gangetica al confine tra India e Nepal (per ulteriori dettagli rimandiamo ad un post sui bacini idrici nepalesi http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2017/06/i-fiumi-del-nepal-ii-parte.html).
Nonostante questa forte antropizzazione, il territorio del Bengala ospita ancora vaste aree incontaminate, in particolare l’ampia zona costiera, detta Sunderbans, che ospita la più grande foresta di mangrovie al mondo, nota per l’elevato numero di tigri panthera tigris tigris, chiamata non a caso, in quasi tutte le lingue, tigre del bengala.
Supportando una sana popolazione di maxi-predatori, i Sunderbans ospitano quindi anche un gran numero di ungulati, preda preferita delle tigri, ma sono molto abbondanti anche i rettili e gli uccelli; il mare antistante è popolato invece da numerose specie di cetacei, come la balenottera di Eden, la pseduorca, la neofocena e varie specie di delfini.

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Dettagli delle decorazioni in terracotta di un tempio di Murshidabad in India
Storicamente la regione del Bengala è stata a lungo governata da piccoli regni indù e buddisti, fino alla conquista da parte dei mussulmani nel 1203.
Trovandosi però ai margini dei territori del Sultanato di Delhi, che governava su gran parte del nord dell’India, il Bengala riuscì ben presto a guadagnare l’indipendenza con la formazione del Sultanato del Bengala che regnerà su questa regione dal 1342 al 1576 (esclusi i 17 anni, tra 1538 ed il 1555, durante i quali il nord dell’India venne conquistato dall’afghano Sher Shah Suri).
Nel 1576 l’ultimo sultano venne sconfitto dall’esercito dell’Imperatore Akbar ed il Bengala divenne una delle province dell’Impero Moghul, pur mantenendo una certa autonomia.

Con il declino della dinastia Moghul, iniziato con la morte dell’ultimo grande imperatore Aurangzeb nel 1707, il Bengala attirò le attenzioni delle potenze coloniali europee, che culminarono con la Battaglia di Plassey (160 km a nord di Kolkata) nel 1757 tra i britannici ed una coalizione tra il Nababbo del Bengala ed i francesi, che vide la definitiva vittoria degli inglesi.
Per i successivi due secoli la regione diventerà uno dei fiori all’occhiello del vastissimo Impero Britannico, con la città di Calcutta che durante il XIX verrà considerata una delle più ricche e prospere al mondo.
Anche culturalmente l’nfluenza inglese fu tutto sommato positiva, ampliando ulteriormente le vedute della già progressista intellighenzia bengalese.
La quale successivamente diventerà uno degli acerrimi nemici dell’occupazione del subcontinente da parte dei britannici ed il movimento indipendentista indiano vedrà nel Bengala una delle sue più agguerrite roccaforti.

Purtroppo la meritata indipendenza venne seguita dalla poco lungimirante divisione dell’India su base religiosa, con la formazione del Pakistan diviso in Occidentale (l’attuale Pakistan) ed Orientale (oggigiorno Bangladesh).
Seppur gli episodi di violenza non abbiano raggiunto i tristemente noti livelli del confine occidentale, anche in Bengala questo creò una catastrofica crisi umanitaria, seguita da circa un ventennio di contrasti ed incertezza politica.
Nel 1971 infine, la Guerra di Liberazione del Bangladesh portò all’indipendenza dal Pakistan Occidentale ed alla formazione dell’attuale Bangladesh.

Dal punto di vista artistico-culturale, la regione del Bengala, grazie al ricco passato, si distingue abbastanza facilmente dal resto del nord dell’India.
La lingua più diffusa e componente fondamentale dell’unità culturale bengalese è il bengali, parlato da più di 250 milioni di persone e quindi 7ima lingua più diffusa al mondo.
Il più noto esponente della lingua bengali è sicuramente Rabindranath Tagore (Premio Nobel per la letteratura nel 1913 http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2017/02/breve-introduzione-allo-scrittore.html), uomo d’ampie vedute ma legato strettamente alle proprie origini ed alla propria terra.
Architettonicamente lo stile bengalese si distingue sia nella costruzione di moschee che di templi induisti.
Lo stile mussulmano sviluppatosi in Bengala prevede la costruzione di grandi moschee in mattoni e terracotta, secondo il diffuso uso locale, che permettavano decorazioni particolarmente elaborate.
I migliori esempi si possono osservare nella città di Bagerhat in Bangladesh, chiamata la Città delle Moschee e protetta dall’UNESCO, dove sorgono addirittura più di 300 luoghi di culto islamici, costruiti in gran parte intorno al XV-XVI secolo.

L’architettura dei templi induisti bengalesi si può osservare più facilmente nel versante indiano, la cui campagna è letteralmente costellata di antichi luoghi sacri, che spesso ospitano templi di notevole valore artistico.
Lo stile bengalese si distingue, come quello delle moschee, per l’uso di mattoni e terracotta, che favorirono elaborate decorazioni, seppur, a causa del clima e della deperibilità dei materiali, sono pochi gli esempi antichi sopravvissuti al giorno d’oggi.
Più facilmente apprezzabile è invece la struttura generale di questi templi, muniti di originali e caratteristici tetti tondeggianti, divisi talvolta in più sezioni, due o quattro, e più raramente addirittura otto, con la sovrapposizione di due tetti da quattro.
Un altro stile abbastanza diffuso e tipico del Bengala, chiamato deul, prevede invece i santuari formati da una costruzione quadrata a un piano, con una torre che spunta dal centro, con le versioni più elaborate che prevedono anche quattro torri più piccole agli angoli, stile chiamato panchratna, cinque torri (letteralmente gemme, ratna), o addirittura otto torri, su due livelli, chiamato navratna, nove torri.

Ultima curiosità architettonica, il termine bungalow deriva dalla lingua gujarati e significa letteralmente bengalese, riferito alle costruzioni tipiche del Bengala, munite di un solo piano ed un’ampia veranda.

sabato 1 luglio 2017

Le statue più alte dell'India, III parte

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La statua di Shiva di Murdeshwar
La quarta statua più alta dell’India raggiunge i 38 metri ed è dedicata al Buddha.
Seppur da molti secoli il buddismo sia poco praticato nel sud dell’India, storicamente ebbe un notevole successo, fino a circa il VII/VIII secolo, in gran parte grazie agli sforzi dell’antico imperatore Ashoka, il cui regno, nel III secolo a.C., occupava quasi tutto il subcontinente indiano.
Tra le roccaforti, vi era la cittadina di Amaravathi, in Andhra Pradesh, dove ancora oggi si possono osservare le rovine di un antico stupa, fatto edificare da Ashoka, in uno stile simile a quello del paesino di Sanchi (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/08/luoghi-sacri-buddisti-ix-parte-sanchi.html), e dove è stata costruita la statua del Dhyani Buddha.
In cemento e pietra, rappresenta il Buddha seduto in meditazione (dhyana), con i palmi delle mani in grembo rivolti verso l’alto.
La sua costruzione è piuttosto recente, venne terminata nel 2006, ed all’interno ospita un museo dove sono raccolti alcuni antichi reperti ritrovati in zona.
Al momento la colorazione è di un anonimo grigio cemento, ma è possibile che in futuro venga dipinta, come capita solitamente alle statue del Buddha.

Anche la quinta statua più alta dell’India è di matrice buddista e si trova presso il sacro Lago di Rewalsar, nello stato montano dell’Himachal Pradesh, poco lontano dalla cittadina di Mandi (http://informazioniindiaenepal.blogspot.com/2016/02/mandi.html).
Alta 37,5 metri e terminata nel 2012, rappresenta Padmasmbhava, noto anche come Guru Rinpoche, un maestro buddista indiano dell’VIII secolo.
Seduto a gambe incrociate e vestito con un’elaborata tunica marrone, mentre la pelle è dorata, ha il polso destro appoggiato al ginocchio, con la mano che forma il karana mudra (simile al gesto delle corna) e regge un piccolo vajra, simbolo della folgore.
Il braccio sinistro è poggiato sulla rispettiva gamba e la mano regge una coppa, mentre sulla spalla è appoggiato un kathvanga, un bastone tipico del tantrismo buddista sormontato da alcuni teschi.
Situata in posizione scenografica sul costone di una collina che domina il piccolo lago sacro, la sua costruzione è stata a lungo opposta e criticata per motivi ecologici, visto l’ampio disboscamento, ma alla fine hanno purtroppo prevalso gli interessi religiosi.

Al sesto posto tra le statue più alte dell’India (al Giugno 2017), troviamo una rappresentazione di Shiva, di 37 metri, situata nella cittadina di Murdeshwar, nello stato del Karnataka.
Seduto in posizione yogica, il dio è rappresentato con 4 braccia, con la destra posteriore che regge un tridente e quella anteriore protesa in avanti, con la mano che forma il vitarka mudra, simile al gesto dell’ok con il palmo rivolto verso l’esterno.
Il braccio posteriore sinistro regge un damaru, un piccolo tamburo, mentre quello anteriore è proteso in avanti con la mano rivolta in basso vicinoail piede, nel gesto chiamato bhumisparsa mudra.
Il colore della statua è grigio argentato, ma alcuni ornamenti di Shiva sono dorati, come il grande serpente al collo, i due più piccoli attorno alle braccia e due bracciali.
La posizione è piuttosto singolare, trovandosi sulla cima di una piccola collina, probabilmente artificiale, su un piccolo istmo proteso nel Mare Arabico.
Lo sguardo di Shiva è diretto verso il vicino tempio di Murdeshwar, dotato di un altissimo gopuram, torre tipica dei templi induisti del sud in stile dravidico, di ben 12 piani, all’interno del quale è stato installato un ascensore per permettere ai fedeli di salire sulla cima e poter ammirare, oltre al panorama, i dettagli della grande statua di Shiva.

L’ultima delle sette statue più alte dell’India è di nuovo di matrice buddista e come quella edificata presso il Lago di Rewalsar è dedicata a Padmasambhava o Guru Rinpoche.
Situata nella cittadina di Namchi, nello stato montano del Sikkim, è alta 36 metri e rappresenta il riverito maestro buddista in una posa identica a quella di Rewalsar, seppur non sia una vera e propria copia, anche perché venne terminata alcuni anni prima, nel 2004.
Rispetto alla sua sorella, la statua di Padmasambhava di Namchi è dotata di una gradevole colorazione rosa dato dalla lunga tunica e dal copricapo, mentre viso e mani sono dorate.

Molto decorata e colorata è anche la costruzione rettangolare sulla quale sorge la statua, poggiata su un piedistallo a forma di fiore di loto.

venerdì 30 giugno 2017

Le statue più alte dell’India, II parte

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La statua di Thiruvalluvar a Kanyakumari
Dopo una breve introduzione generale (http://informazioniindiaenepal.blogspot.com/2017/06/le-statue-piu-alte-dellindia-i-parte.html), entriamo nel dettaglio delle statue più alte dell’India, descrivendo brevemente le prime 3: Paritala Anjaneya Temple in Andhra Pradesh, Thiruvalluvar Statue in Tamil Nadu e Buddha Tathagata in Sikkim.

Attualmente la statua più dell’India forma il Paritala Anjaneya Temple, dal nome del villaggio nel quale sorge, Paritala, a circa 30 km dalla città di Vijayawada in Andhra Pradesh, e dal matronimico del dio scimmia Hanuman, figlio di Anjana, al quale è dedicato il tempio.
Alta ben 41 metri, venne completata nel 2003 e rappresenta Hanuman in piedi, con il braccio destro piegato ad angolo retto ed il palmo della mano rivolto verso l’esterno a formare l’abhaya mudra, gesto che nella cultura induista e buddista rappresenta rassicurazione e protezione, mentre il braccio sinistro è poggiato alla sua tipica clava che giunge fino a terra; tra le decorazioni che lo vestono, si può notare la grande collana e l’elaborata corona.
Il risultato finale è piuttosto gradevole, ma essendo costruita in cemento, il colore è un anonimo grigio chiaro.

Le seconda statua più alta dell’India si trova in Tamil Nadu, rappresenta il poeta di lingua tamil Thiruvalluvar (IV-I secolo a.C.) ed è alta ben 40,6 metri.
Costruita tra il 1990 ed il 1999 in cemento e granito, rappresenta Thiruvalluvar in piedi, vestito con un lungo drappo e con i fianchi leggermenti inclinati a sinistra, in una posa che ricorda quella di Shiva Nataraja, Signore della Danza.
Il braccio destro è proteso in avanti, con la mano che forma il varuna mudra, gesto che si forma con il pollice e l’indice che si toccano sul palmo e le altre tre dita protese verso l’alto.
Il braccio sinistro invece è piegato al petto e la mano regge due tavolette che anticamente servivano come quaderni per scrivervi.
Oltre al buon risultato artistico, la statua di Thiruvalluvar vanta anche una spettacolare collocazione, trovandosi su un isolotto a poche centinaia di metri dalla punta più meridionale della penisola indiana, vicino ad un’altra rocca dove sorge invece un monumento in onore del santo Vivekananda (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/10/breve-cenno-sri-ramakrishna-e-swami.html).

Il Sikkim è uno stato montano considerato una delle roccaforti del buddismo a sud dell’Himalaya.
Nei pressi della città di Ravangla, tra il 2006 ed il 2013 è stato costruito un parco, poco originalmente chiamato Buddha Park, che ospita una statua del Buddha alta ben 39 metri.
Costruita in cemento e pietra, rappresenta il Buddha seduto, con una tunica sulla spalla sinistra e le braccia al petto con le mani che formano un non ben precisato mudra.
Il Buddha è seduto sopra ad un fiore di loto, posizionato su una gigantesca ed elaborata costruzione quadrata che funge da piedistallo, sulla cima di una piccola collina artificiale, con le vette himalayane sullo sfondo.
Molto gradevole è anche la colorazione con la corona blu, il corpo dorato e la tunica amaranto.

Talvolta questa statua viene chiamata Tathagata Tsal, da tathagata epiteto che il Buddha usava per riferirsi a se stesso e dal volutamente ambiguo significato, che può essere tradotto sia come “Colui che così viene”, ma anche come “Colui che così va”.

giovedì 29 giugno 2017

Le statue più alte dell'India, I parte

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Dimensioni di alcune note statue, compreso il basamento: Buddha Vairochana di Lushan (153m), Statua della Libertà (93m), Statua della Madre Russia (85m), Cristo Redentore (38m), David di Michelangelo (5,17m)

Stando alla lista delle statue più alte al mondo presente nella versione inglese di Wikipedia (https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_tallest_statues), attualmente ne esistono circa 130 che superano la considerevole altezza di 30 metri.
La maggior parte si trovano in Asia, di cui in particolare ben 36 in Cina, 22 in India e 21 in Giappone.
Escluse rare eccezioni, si tratta di costruzioni piuttosto recenti, a causa del fatto che per edificare monumenti di tali ciclopiche dimensioni, oltre alle capacità artistiche sono necessarie avanzate conoscenze ingegneristiche.
Ad esempio, la statua più alta al giorno d’oggi, ben 128 metri, rappresenta il Buddha Vairochana e si trova presso la città di Lushan in Cina, dove venne completata nel 2002.

Sebbene l’India possa vantare un elevato numero di statue di ragguardevoli dimensioni, al momento nessuna raggiunge tali altezze e l’attuale record indiano si ferma ai 41 metri di una statua del dio scimmia Hanuman, terminata nel 2003 presso la città di Vijayawada.
La situazione dovrebbe comunque cambiare entro i prossimi 2-3 anni quando verrà terminata la Shivaji Smarak, una scultura del guerriero maratha Shivaji, in costruzione su un’isolotto della Baia di Mumbai, che dovrebbe raggiungere addirittura i 210 metri.

In attesa del completamento di questa gigantesca opera, e di altre di minori dimensioni in costruzione o progettazione, proponiamo una breve panoramica delle 7 statue indiane più alte al Giugno 2017.
Nominalmente e geograficamente, queste sono: la già citata statua di Hanuman di Vijayawada, chiamata Paritala Anjaneya, di 41 metri; la statua del poeta tamil Tiruvalluvar, su un isolotto di fronte a Kanyakumari, il punto più meridionale della penisola indiana, alta ben 40.6 metri; nei pressi della città di Ravangla, nello stato montano del Sikkim, è presente una statua del Buddha, chiamata Tathagata Tsal, alta 39 metri; anche nello stato meridionale dell’Andhra Pradesh, presso il villaggio di Amaravathi, è stata costruita una gigantesca statua del Buddha di 38 metri; sempre di matrice buddista è anche la quinta statua indiana più alta, di 37.5 metri, raffigurante Padmasambhava, o Guru Rinpoche, un maestro buddista dell’VIII secolo, costruita presso il sacro Lago di Rewalsar, nello stato montano dell’Himachal Pradesh; la statua di Shiva vicino al tempio di Murdeshwar, nello stato meridionale del Karnataka, raggiunge un’altezza di 37 metri; infine, la settima ed ultima della nostra panoramica è di nuovo buddista e dedicata a Padmasambhava, ed è situata presso la cittadina di Namchi nello stato del Sikkim.

Prima di entrare nei dettagli, una breve considerazione di tipo morale-umanistico.
Come accennato anche in un precedente post sulla statua di Shiva Kailashnath Mahadev costruita recentemente in Nepal (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2017/06/la-statua-di-kailashnath-mahadev.html), è lecito, e forse doveroso, chiedersi quali siano i reali benefici che ne possono trarre società ancora alle prese con enormi difficoltà economiche.
Probabilmente molto pochi e solo parziali, essendo prima di tutto spinte dagli interessi di chi possiede potere e risorse: le statue indiane che decriveremo sono state costruite tra il 1999 ed il 2013, quindi sotto differenti governi ed influenze politiche, ma i biechi motivi sono identici.

A questo bisogna anche aggiungere un ancor più grave fattore, acuito dai recenti progressi dell’economia indiana, cioè il costante aumento di un ormai anacronistico sentimento patriotico, cavalcato a meraviglia dal sempre crescente nazionalismo indiano, in particolare di matrice induista.
Non a caso, la già citata statua che diventerà la più alta al mondo (sigh!), sarà dedicata a Shivaji (1627-1680), guerriero fondatore del breve Impero Maratha (1674-1818), che trascorse la propria vita a combattere contro l’Impero Moghul e considerato, giustamente, un eroe induista; purtroppo però la sua figura è stata recentemente rivista, fino a farne il precursore del nazionalismo indiano, come se questo fosse un merito...

(Se questa critica può sembrare severa, proponiamo un semplice paragone: cosa penserebbero gli italiani se il governo decidesse di costruire una gigantesca statua di Garibaldi? Con tutto il rispetto per l’eroe dei due mondi, sarebbe semplicemente ridicolo!)

mercoledì 28 giugno 2017

Il thali

Chennai Veg Thali.JPG
Alcune tipologie di thali
Il significato originale del termine indiano thali è piatto, nel senso di stoviglia, esteso poi ad indicare il tipico pasto dell’India, ma anche del Nepal e del Bangladesh, formato da riso e/o pane, lenticchie e verdure.
Data la vastissima diffusione geografica, esistono innumerevoli versioni del thali, cui bisogna aggiungere anche le differenze dovute al tipo di locale in cui vengono serviti.
Ad esempio, anche nella stessa città, il thali di un economico dhaba (tavola calda) e quello del ristorante di un albergo di medio-alto livello sono molto diversi.
In particolare le differenze riguardano la qualità degli ingredienti, la cura nel cucinarli ed il numero di pietanze, contorni e condimenti che vengono proposti.

Un thali di media qualità è composto solitamente da almeno 7-8 elementi.
Il companatico è una montagna di riso in bianco, ma nell’India del nord comprende anche pane, solitamente il classico chapati, ma anche puri, pane fritto.
Il dal servito nei thali è un semplice brodo di lenticchie a base di cumino, curcuma, aglio e zenzero, ma nei migliori locali può essere sostituito da altre preparazioni a base di lenticchie leggermente più appetitose, come il dal fried (saltato in padella) o il dal makhani (in un ricco sugo a base di burro).
In Nepal invece, grazie all’abbondanza di legumi, il dal è quasi sempre composto da più tipi di lenticchie, diventando più saporito e consistente.
Le portate principali sono almeno due: un curry di verdure asciutto, solitamente a base di patate, fagiolini ed ortaggi a foglia, ed uno più liquido, magari a base di ricotta nei thali un minimo più ricercati, mentre nel caso di quelli non-vegetariani si tratta di un curry di pollo o montone.

Come contorno, sempre presenti sono alcune fettine di verdure crude, daikon, cetrioli, carote, cipolle e pomodoro, in ordine dalla più economica e quindi reperibile.
Spesso presente e sempre apprezzata è una papad, una piadina sottile e croccante a base di farine di lenticchie e pepe nero, servita come snack.
Venendo ai condimenti, immancabili sono alcuni pezzettini di pickle, talvolta sostituiti o con l’aggiunta di qualche cucchiaiata di achar.
I pickle sono dei sottolio piccanti a base di verdura o frutta; in India i più diffusi sono di fettine di mango acerbi che, oltre a sposarsi bene dal punto di vista della consistenza e del sapore, sono estremamente economici visto che il paese produce più manghi di quanti ne possa ragionevolmente consumare.
Infine, come dolce, viene quasi sempre servito un po’ di dahin (yoghurt), talvolta con l’aggiunta di zucchero, soprattutto nel caso non sia molto fresco ed inizi ad essere acidognolo.

Nei locali più economici, dove il thali è formato da un numero minore di componenti, solitamente viene servito in dei grossi vassoi, quadrati o rotondi, muniti di scomparti separati, di cui uno più grande per il riso ed altri più piccoli per pietanze, contorni e condimenti.
Nei ristoranti che servono thali più ricchi, vengono invece proposti su dei grandi piatti rotondi, muniti di alti bordi, sui quali vengono posati i componenti del thali più asciutti, cioè il riso al centro con la papad ed ai lati uno dei due curry, i pickle e l’achar, mentre dal, il secondo curry e lo yoghurt vengono serviti in coppini separati.
Per questioni di praticità dei camerieri, anche questi coppini sono posizionati nel grando piatto rotondo, ma una volta portato al tavolo vanno tolti per lasciare più spazio per condire il riso.

Seppur non esistano regole precise ed ognuno è libero di consumare il thali come più gli aggrada, solitamente si inizia con il pane, o il riso, ed il curry più ricco, quindi si condisce del riso con il dal e vi si mischiano le verdure asciutte, e si procede in questo modo alternando ogni tanto qualche pezzetto di verdura cruda e di papad, per prendere una pausa, e spiluccando magari un po’ di pickle ed achar.
Fino ad un recente passato, uno dei motivi del successo del thali era l’essere servito fino a sazietà, con i camerieri che giravano tra i tavoli muniti di pentole ed altri contenitori, per rifornire continuamente i clienti; oggigiorno i thali sono fissi e gli unici componenti che vengono serviti più di una volta sono riso e dal, ma per una cucchiaiata extra di verdure, bisogna fare affidamento sulle proprie capacità di persuasione e la magnanimità dei camerieri.
Per questo motivo, solitamente si inizia consumando le portate principali con pane e/o riso, ma si conclude con montagne di riso e dal fino a riempimento; data la limitata gamma di sapori, sarebbe tattico tenere un po’ di pickle ed achar.

Lo yoghurt viene spesso tenuto per ultimo per stemperare i forti gusti speziati, ma è anche utile durante il pasto nel caso le pietanze fossero troppo piccanti.

martedì 27 giugno 2017

I fiumi del Nepal, V parte Bacino del Karnali

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Tre esemplari di gaviali insieme ad un coccodrillo palustre sulla riva del Karnali
Il bacino del fiume Karnali comprende numerosi corsi d’acqua che bagnano le regioni più occidentali del Nepal.
Il Karnali, chiamato anche Ghaghara e Sarayu, nasce in Tibet, attraversa longitudinalmente il Nepal (del quale è il fiume più lungo con 507 km), quindi entra in India scorrendo verso sud-est per andare a sfociare nel Gange, nello stato del Bihar.
Gran parte del percorso del Karnali in territorio nepalese avviene attraverso zone ancora scarsamente abitate tra alte montagne e dense foreste, dove il corso del fiume è protetto all’interno di parchi e riserve naturali, che ospitano alcuni degli animali fluviali più rari del subcontinente indiano, come i delfini del Gange ed i gaviali.
Dal confine con l’India fino al Gange invece, il Karnali attraversa zone densamente abitate dove la sua maggior importanza è legata all’agricoltura ed alla fondamentale irrigazione dei campi.
Culturalmente il Ghaghara è noto per attraversare la città sacra indiana di Ayodhya (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/11/la-cittadina-di-ayodhya.html), prendendo il nome di Sarayu.

Partendo dal ghiacciaio Mapchachungo a quasi 4.000 metri di altitudine, il Karnali entra in Nepal passando nei pressi del Parco Nazionale Rara, noto per ospitare l’omonimo lago che è il più esteso del paese.
Continuando in direzione sud, il primo grande tributario destro del Karnali è il fiume Seti, lungo circa 200 km, che ha origine nelle pendici meridionali dell’Himalaya.
Poco dopo, la portata del Karnali aumenta ulteriormente grazie all’incontro con il fiume Bheri, tributario sinistro lungo circa 260 km, originario dell’area del monte Dhaulagiri.
Giunto nelle colline Shivalik, che occupano la fascia centrale del Nepal, il Karnali attraversa il Parco Nazionale Bardia noto per trovarsi in un’area particolarmente indisturbata dell’altrimenti sovrappopolato Terai, la parte settentrionale della pianura gangetica al confine tra Nepal e India.

Entrato in territorio indiano, il Karnali incontra un altro grande affluente destro, il fiume Mahakali, detto anche Sharda.
Originario delle impervie regioni di montagna tra Nepal e Cina, il fiume Mahakali forma per vari tratti il confine tra Nepal ed India, come stabilito dal Trattato di Sugauli, firmato nel 1816 dopo la Guerra Anglo-Nepalese.
Purtroppo però, a causa della presenza di numerosi ruscelli e torrenti che scendono dalle montagne, in alcuni punti è difficile stabilire con precisione l’effettivo corso del Mahakali ed al momento la zona è occupata dall’India ma reclamata dal Nepal.
L’India infatti ha occupato il territorio fino al braccio più orientale del Mahakali, mentre secondo il governo nepalese dovrebbe fermarsi nel punto più occidentale.

Oltre all’importanza politica, come altri corsi d’acqua nepalesi, il Mahakali è interessato da vari progetti per la produzione di energia elettrica, nella prima parte del percorso, e di sbarramenti e canali una volta giunto in pianura, per migliorare l’irrigazione e diminuire i danni delle innondazioni.
Nonostante questo, il Mahakali attraversa alcune delle regioni più selvagge del subcontinente, protette dal Parco Nazionale di Shuklaphanta in Nepal e dal Katarniaghat Wildlife Sanctuary in India.
Altra piccola curiosità naturalistica, le acque del Mahakali, chiamato anche Kali, sono note per ospitare popolazioni di pesci gatto (del genere bagarius, specie bagarius yarrelli), che raggiungono dimensioni tali, oltre i due metri, da essere ritenuti responsabili di alcuni annegamenti avvenuti tra il 1998 ed il 2007.
È possibile che questi pesci siano cresciuti a dismisura nutrendosi dei resti delle pire funerarie e che da questo abbiano quindi sviluppato una particolare preferenza per la carne umana.


Prima di mergere nel Gange, il Karnali viene raggiunto da un ultimo affluente, il fiume Rapti Occidentale che scende dall’Himalaya e forma il confine tra il bacino idrico del fiume Gandaki alla sua sinistra e quello del Karnali a destra.

giovedì 22 giugno 2017

I fiumi del Nepal, IV parte Bacino del Gandaki

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Il fiume Gandaki presso la cittadina montana di Beni
Il Gandaki, chiamato anche Narayani, è uno dei più grandi fiumi del Nepal, che nasce al confine con il Tibet e sfocia, dopo un percorso di 630 km, nel fiume Gange, presso la città di Patna, capitale dello stato indiano del Bihar.
Il suo bacino si trova nel centro-ovest del paese ed è composto, oltre che dal fiume Gandaki da almeno altri 6 corsi d’acqua: il Rahughat Khola, il Myagdi Khola, il Trishuli, il Marshyangdi, il Seti Gandaki ed il Rapti.

L’importanza del Gandaki in Nepal è principalmente naturalistica, attraversando regioni montane di indubbia bellezza e quella che viene considerata la gola più profonda del mondo, detta Kali Gandaki Gorge, dove il fiume scorre tra la montagna del Dhaulagiri, alta 8.167 m, a ovest e l’Annapurna I, alta 8.091 m, a est.
Questa prima parte del percorso è piuttosto nota turisticamente per i trekking attorno al massiccio dell’Annapurna, mentre nelle pianure il Gandaki forma il confine occidentale al grande Chitwan National Park, che ospita alcune delle specie di animali più rare del subcontinente come tigri, rinoceronti e gaviali.
Anche una volta entrato in India il Gandaki attraversa alcune zone forestali di un certo interesse, come l’area del Valmiki National Park in Bihar.

Culturalmente il Gandaki riveste una certa importanza per l’induismo in quanto si ritiene che proprio sulle sponde di questo fiume il saggio e poeta Valmiki scrisse il Ramayana, il poema epico che narra le gesta del dio Rama, ed il cui ashram è stato individuato in Nepal all’interno del Parco Nazionale di Chitwan.
Altra caratteristica naturalistica-cultural-religiosa del fiume Gandaki è la presenza, nel tratto più settentrionale, di numerosi shaligram, pietre tondeggianti di colore scuro che contengono fossili di conchiglie marine, la cui forma viene considerata una rappresentazione aniconica del dio Vishnu. (per ulteriori dettagli rimandiamo ad un post specifico sull’argomento http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/09/breve-cenno-ai-shaligram.html.

Infine, per quanto riguarda l’economia, il Gandaki ha una notevole importanza nella produzione di energia elettrica, soprattutto la prima parte che scorre con maggior ripidità, al momento solo parzialmente sfruttata, ma sono numerosi i progetti al vaglio del governo nepalese; nelle pianure invece i progetti di Nepal ed India sono rivolti a mitigare i danni delle frequenti innondazioni.

Il bacino idrico del Gandaki, infatti, comprende almeno altri 6 corsi d’acqua di una certa entità che contribuiscono ad aumentarne la portata.
Il Rahughat Khola ed il Myagdi Khola sono due torrenti che sgorgano dai ghiacciai del monte Dhaulagiri, che con 8.167 metri è il settimo più alto al mondo, e si uniscono al Gandaki poco oltre le già citate Gole del Gandaki.

Altro importante affluente è il fiume Trishuli, che ha origine in Tibet, quindi entra in Nepal dove scorre grossomodo a metà strada tra Kathmandu e la città di Pokhara, prima di immettersi nel Gandaki presso la cittadina sacra indù di Devghat.
Tra le caratteristiche, il Trishuli è particolarmente apprezzato per il rafting, grazie ad un corso favorevole per quasi tutto l’anno (escluso il periodo dei monsoni) ed alla facile accessibilità.
Sempre nella zona di Devghat, il Trishuli incontra due grandi affluenti: il Marshyangdi, che nasce nel massiccio dell’Annapurna ed il Seti Gandaki, anch’esso originario dell’area dell’Annapurna, ma con un percorso più occidentale.
Anche il Seti Gandaki è piuttosto apprezzato per gli sport acquatici, attraversando la turistica città di Pokhara.


Una volta superate le colline pre-himalayane, il Gandaki entra nella pianura del Terai, dove incontra il fiume Rapti, prima di attraversare il confine indo-nepalese e scorrere in direzione ovest-est, fino a mergere nel Gange, presso la cittadina di Sonepur, nello stato indiano del Bihar.