lunedì 20 giugno 2016

Il poema epico Ramcharitmanas

Il Ramcharitmanas è un poema epico indiano in cui vengono narrate le vicende più importanti della vita del dio indù Rama.
Venne composto verso la fine del XVI secolo dal poeta e santo Goswami Tulsidas, considerato uno dei primi e più importanti autori della letterattura hindi, seppur il Ramcharitmanas sia precisamente composto in awadhi, una delle due principali lingue locali da cui si sviluppò l’hindi moderna.
Tulsidas non scelse per caso questa lingua (ancora oggi parlata da circa 38 milioni di abitanti tra il nord dell’India ed il sud del Nepal), invece del sanscrito, considerato fino ad allora l’unica lingua in cui comporre testi religiosi, ma col preciso scopo di cercare di diffondere, finalmente, i precetti spirituali anche alle persone meno istruite.
Questo chiaramente non era ben visto dai bramini ortodossi della sacra città di Varanasi, dove Tulsidas trascorse gran parte della sua vita, i quali per molto tempo non accettarono il valore religioso della sua opera.
Secondo la leggenda, i suoi oppositori cambiarono definitivamente opinione grazie ad un curioso episodio che pare essersi verificato ripetutamente.
Per dimostrare il proprio disprezzo verso Tulsidas e dare poca visibilità al Ramcharitmanas, quando alla sera chiudevano la stanza che conservava i testi sacri, i bramini ortodossi erano soliti mettere l’opera di Tulsidas in fondo alla pila, ma quando riaprivano la stanza il giorno dopo lo trovavano magicamente in cima, come se una forza divina lo imponesse per essere il primo e più importante testo da leggersi.

Metricamente il poema è formato da chaupai (quartine), separate da doha (distici), ma sono presenti anche altre forme, soprattutto per le invocazioni, spesso in sanscrito, all’inizio delle 7 sezioni principali.
Strutturalmente infatti il Ramcharitmanas è diviso in 7 kand, dove vengono descritti particolari momenti della vita di Rama: ad esempio, la prima sezione è chiamata Balkand e narra dei primi anni di vita del dio, da bal, che significa bambino.
Un’altra caratteristica di questo vasto poema epico, dalla quale se ne ricavano interessanti riflessioni, è che non si tratta di un’opera originale, bensì di una rivisitazione del Ramayana scritto in sanscrito dal poeta Valmiki tra il VI e III secolo a.C..
Oltre a numerose modifiche nei dettagli della storia, con tagli e aggiunte da altre tradizioni, la differenza principale tra le due opere è che nel Ramayana viene dato maggior risalto all’aspetto divino dell’uomo Rama, quindi al suo lato spirituale, mentre nel Ramcharitmanas l’attenzione è concentrata sull’aspetto umano del dio Rama, quindi alle vicende materiali della sua vita (lo stesso titolo significa il ritratto, charit, di Rama come uomo, manas).
Questo permette al lettore una più facile identificazione che potrebbe essere uno dei tanti motivi per cui questo poema ebbe da subito un enorme successo e viene ancora oggi ampiamente letto, studiato e discusso.

Purtroppo però una completa identificazione con Rama è molto difficile visto che nell’opera di Tulsidas viene considerato come l’essere umano ideale in ogni suo ruolo, di figlio, fratello, marito, padre, principe, re, amico, guerriero, asceta ed altri ancora.
In realtà in qualche raro episodio il suo comportamento non è proprio ineccepibile: ad esempio, per uccidere un demone usa un sotterfugio molto poco elegante, giustificandosi poi quasi con un macchiavellico “il fine giustifica i mezzi”, un atteggiamento decisamente poco divino.
Bisogna però ricordare che nonostante tutto Rama è comunque un uomo e fa parte della naturale perfezione umana cedere ogni tanto a qualche debolezza.

Infine, altro motivo della popolarità del Ramcharitmanas, Tulsidas scrisse il poema in modo che fosse possibile musicarlo e cantarlo secondo semplici principi della musica classica indiana.
Sebbene questa caratteristica sia comune a molti testi sacri indù, essendo scritta in awadhi invece del sanscrito, l’opera di Tulsidas risulta decisamente più facile da capire e da pronunciare per l’indiano medio.
In occasione di particolari festività, nei templi dedicati a Rama o al suo fido Hanuman, vengono spesso organizzate delle semplici ma sentite esecuzioni di circa una settimana, durante la quale, piccoli gruppi di musicisti, musicano e cantano tutta l’opera per circa 8-10 ore al giorno.

Nonostante la nota devozione degli indiani, al giorno d’oggi è difficile che molte persone possano dedicare ben 9 giorni a questa attività (che tra l’altro, alla lunga, potrebbe rivelarsi leggermente noiosa), per cui torna particolarmente utile la divisione in kand, grazie alla quale i devoti possono concentrare la propria attenzione sugli avvenimenti a loro più graditi.

domenica 19 giugno 2016

Storia su Tulsidas e lo spirito

Il poeta e santo Tulsidas, durante la sua vita, trascorse molti anni come asceta errante, in cerca della sua adorata divinità, il dio Rama (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/06/le-vicende-della-vita-del-dio-rama.html).
Mentre stava passando un periodo di riposo in un ashram nella foresta, Tulsi aveva preso l’abitudine di versare l’acqua che avanzava dal suo lavaggio mattutino ai piedi di un grande albero.
Dopo quaranta giorni, lo spirito che risiedeva nell’albero gli apparve all’improvviso e gli disse “Grazie, sono molto contento di te. Esprimi un desiderio!”.
Tulsi, spaventato, dapprima cercò di rifiutare “Io non sapevo che tu eri nell’albero, non sapevo che ti stessi compiacendo”.
“Non importa, sono soddisfatto di te. Chiedimi qualcosa!”.
Tulsi allora disse allo spirito “L’unica cosa che voglio è incontrare il dio Rama”.
“Se sapessi dove si trova Rama, sarei là io stesso! – rispose lo spirito – Ma se vuoi posso dirti dove trovare Hanuman (il dio scimmia fedele devoto di Rama http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/02/il-dio-scimmia-hanuman.html) e lui ti dirà come incontrare Rama.
Tutte le sere, al tempio del villaggio qui vicino, si tiene una lettura del Ramayana. Partecipano molte persone, tra cui un gruppo di lebbrosi: Hanuman è il primo di loro che arriva e l’ultimo che se ne va”.
Così, alla sera, Tulsi si recò al tempio del villaggio ad assistere alla lettura e studiò chi poteva essere il lebbroso-Hanuman.
Dopo una settimana, quando fu certo di aver individuato il suo uomo, Tulsi aspettò che tutti se ne andassero, si avvicinò al lebbroso e lo afferrò per un braccio.
Dimenandosi per liberarsi, il lebbroso gli disse “”Cosa stai facendo, pazzo? Vuoi prenderti la mia malattia?”.
Tulsi rispose “Sì, voglio prendere la malattia della devozione. Portami dal signore Rama, se non puoi, posso anche morire, non voglio più vivere”.

Sentendo la parola Rama, Hanuman capì immediatamente e dopo poco tempo Tulsidas finalmente incontrò il suo adorato Rama.

venerdì 17 giugno 2016

La canzone di Bollywood Kabhi Kabhie

Kabhi Kabhie (in italiano “Talvolta”) è un film di Bollywood del 1976, noto per la discreta qualità cinematografica e, soprattutto, per l’ottima colonna sonora.
Sebbene oggigiorno la musica bollywoodiana sia qualitativamente piuttosto bassa e monotona, fino a circa una trentina di anni fa le musiche erano invece decisamente migliori e fungevano spesso, come nel caso di Kabhi Kabhie, come traino per il successo commerciale delle pellicole.
La miglior qualità si deve al fatto che gli artisti di quei tempi avevano spesso ancora profonde radici con le migliori tradizioni sia per quanto riguardava le composizioni, i testi e le interpretazioni.
In particolare la canzone principale del film Kabhi Kabhie mere dil mein (Talvolta nel mio cuore), considerata una delle migliori opere musicali di Bollywood, può essere presa da ottimo esempio, visto che gli autori di musiche e testi, nonché il cantante, hanno vinto il premio di migliori al Filmfare Award, uno dei più importanti riconoscenti cinematografici indiani.

Il noto compositore Khayyam imparò musica a Lahore dal grande Baba Chisti (considerato il padre della musica cinematografica pakistana), prima di trasferirsi nel 1948 a Bombay, dove inizierà la sua prolifica carriera di compositore per i film di Bollywood.
L’autore del testo è Sahir Ludhianvi, un noto poeta indiano che scrisse poesie e testi per canzoni sia in hindi che in urdu.
L’originale di Kabhi Kabhie mere dil mein è una poesia in urdu molto stretto, che l’autore stesso modificò leggermente per essere compresa più facilmente dal pubblico.
Delle tre versioni presenti nel film, la più popolare è quella più lunga, accompagnata dal video dei due protagonisti del film, Amitabh Bachchan e Raakhee, e cantata magistralmente dal grande Mukesh e la squisita Lata Mangeshkar.

Lasciamo di seguito il testo traslato con traduzione ed il link al video di youtube.

Kabhi kabhie mere dil mein
khayal aata hain
Ke jaise tujhko
banaaya gaya hain mere liye
Tu abse pehle
sitaaron mein bas rahi thi kahin
Tujhe zameen pe
bulaaya gaya hain mere liye

Kabhi kabhie mere dil mein
khaayal aata hain
Ke ye badan, ye nigaahen
meri amaanat hain
Ye gesuoon ki
ghani chhaaon hain meri khatir
Ye honth aur
ye baahen meri amaanat hain

Kabhi kabhie mere dil me
khaayal aata hain        
Ke jaise bhajti hain
shehnnaiyan si rahoon mein
Suhaag raath hain
ghunghat uthaa raha hoon main
Simat rahi hain
tu sharma ke apni baahon mein

Kabhi kabhie mere dil mein
khayal aata hain
Ke jaise tu mujhe
chaaeghi umr bhar yoonhi
Uteghi meri taraf
pyar ki nazar yoonhi   
Main jaanta hoon
ke tu gair hai, magar yoonhi   

Kabhi kabhie mere dil mein
khayal aata hain
Talvolta nel mio cuore
sorge un pensiero
Che tu
sia stata creata solo per me
Tu prima d’ora
vivevi da qualche parte tra le stelle
E sei stata chiamata sulla terra
solo per me

Talvolta nel mio cuore
sorge un pensiero
Che questo corpo e questi occhi
sono il mio tesoro
Quest’ombra
sotto i tuoi capelli è solo per me
queste labbra
e queste braccia sono il mio tesoro

Talvolta nel mio cuore
sorge un pensiero
Che sembra che
per le strade si senta lo shennai
Come se fosse la nostra prima notte
di nozze e ti sollevassi il velo
E tu ti lasciassi andare
con timidezza al mio abbraccio

Talvolta nel mio cuore
sorge un pensiero
Che tu mi amerai per sempre
in questo modo
Che il tuo amorevole sguardo sia
sempre rivolto verso di me in questo modo
Lo so che tu non sei per me
ma in ogni modo…

Talvolta nel mio cuore
sorge un pensiero


giovedì 16 giugno 2016

Il parapendio in Nepal

Il parapendio è uno strumento simile al paracadute che permette di praticare la disciplina del volo libero di pendio, sebbene per praticità il nome del mezzo è stato esteso anche alla disciplina.
Questa moderna attività sportiva sta ottenendo un sempre maggior successo grazie a numerosi fattori, non ultimo la possibilità concreta di avvicinare in qualche modo l’uomo al sogno di volare.
Oltre a questo, vanno segnalati i continui progressi in campo tecnologico che permettono la sperimentazione di materiali sempre più affidabili, nonché alcune caratteristiche tecniche che rendono il parapendio uno sport sorprendentemente semplice e sicuro.
In confronto a qualunque tipo di mezzo a motore, per quanto piccolo ed ultraleggero, i vantaggi di non dover dipendere da nessun tipo di carburante e di non creare alcun tipo di inquinamento, neppure quello acustico, sono evidenti, mentre rispetto al paracadutismo e al diffuso banjee-jumping, il parapendio permette un’esperienza meno eccitante ma più simile ad un volo controllato che non ad una semplice caduta.
Rispetto invece alla simile disciplina del deltaplano, che dopo il passato successo sta diventando leggermente obsoleta a causa dell’introduzione di piccoli motori che ne favoriscono la manovrabilità, vi sono dei vantaggi riguardo alla sicurezza, soprattutto nelle laboriose e delicate operazioni di partenza, che nel parapendio possono essere interrotte in qualunque momento, mentre nel deltaplano questo non è possibile, e nel caso di errori le conseguenze possono essere disastrose.

In base alle condizioni atmosferiche, relative ai venti e alle correnti d’aria, il parapendio può essere diviso in due tipologie di volo: dinamico o termico.
Nel primo caso, la forza che consente alla vele di aprirsi e al pilota di planare nell’aria è determinata esclusivamete dal vento che, soffiando in direzione dei pendii dai quali sono previsti i lanci, risale verso l’alto.
Il volo termico, invece, prevede l’utilizzo delle correnti ascensionali calde, esattamente come fanno in natura molti uccelli tra cui, com’è piuttosto noto, i grandi rapaci: specialmente alla mattina, qualche ora dopo il sorgere del sole, i raggi iniziano a scaldare l’aria che si trova nelle pianure poste sotto ai rilievi, ed essendo questa più leggera tende a salire.
Questo sistema di volo è quello preferito dai praticanti poiché permette di volare quasi a tempo indeterminato; unica esigenza è il sole, altrimenti, senza il supporto delle correnti calde ascensionali, si scende in fretta e i voli durano molto poco.

I rischi legati a questa attività, apparentemente e profanamente pericolosissima, sono in realtà molto limitati e determinati in genere da condizioni climatiche avverse, che però possono essere prevedibili e verificabili.
Nel caso del volo termico vi è anche la possibilità di salire troppo in alto e rischiare di avvicinarsi a eventuali cumuli nembi, che di solito provocano imprevedibili cambiamenti nel vento che possono essere alquanto pericolosi; in ogni caso, l’attrezzatura completa prevede un paracadute d’emergenza, da utilizzare proprio se si perdesse il controllo della vela principale.
Terminando l’argomento sicurezza, bisogna notare come, curiosamente all’opposto di quanto si possa pensare di primo acchito, più in alto si vola minori sono i rischi di incidenti, visto che questi aumentano in rapporto alla vicinanza col suolo.

Tra i tanti luoghi dove intrepidi appassionati hanno scoperto le condizioni adatte per praticare questa interessante disciplina, uno dei migliori al mondo è la collina di Sarangkot, situata in posizione dominante sopra il Lago di Pokhara, in Nepal.
Grazie alla posizione ed alla conformazione della valle e delle montagne circostanti, i lanci dalla cima di Sarangkot sono considerati tra i più sicuri e semplici, e chiaramente quelli più panoramici, con il placido lago ai piedi e le cime himalayane alle spalle.
Sebbene la zona sia attrezzata per tale attività da molto tempo, il vero boom del parapendio nepalese sta avvenendo solo da un 4-5 anni, grazie alla rinnovata stabilità politica del Nepal che sta favorendo l’afflusso di turisti stranieri.
Nella zona turistica del lungolago le agenzie che offrono i voli, gestite da nepalesi ma con istruttori occidentali, sono sempre più numerose, visto che il fascino di volare sembra non conoscere confini e attira turisti da tutto il mondo; e grazie al diffuso sistema del volo in tandem, cioè con un istruttore legato alle spalle che si occupa di tutto l’aspetto tecnico, non è neppure necessaria alcuna particolare esperienza.

Tutto sembrerebbe perfetto quindi, se non fosse per il vistoso e spiacevole aumento di grandi jeep, minivan e taxi che portano i volatori in cima alla collina e poi li vanno a recuperare quando atterrano, in genere a nord del lago.
Ciò che colpisce è il paradosso che questo fenomeno crea, visto che il parapendio dovrebbe essere il mezzo di trasporto ecologico per eccellenza, ma se prima e dopo il lancio servono dei potenti mezzi a motore (l’attrezzatura infatti è piuttosto voluminosa), questo presupposto crolla miseramente.
Sebbene sia forse prematuro parlare di danni all’ambiente, già ora si può facilmente notare dal lungolago di Pokhara come la collina di Sarangkot abbia perso in più punti la copertura della vegetazione.
Il fatto che recentemente, sempre tra queste colline, siano stati trovati altri punti favorevoli alla pratica del parapendio, sembra un altro indice del forse eccessivo sfruttamento.
Oltretutto nessuno sembra rendersene minimamente conto: gli stranieri sono troppo concentrati a godersi l’esperienza ed i nepalesi a trarne i maggiori profitti economici.

Rimpiangiamo di non aver affrontato l’argomento con il nostro amico Phil, un inglese da molti anni appassionato di parapendio, che citiamo non solo per l’amicizia, ma per dargli credito di essere stato la fonte attendibile delle notizie tecniche che abbiamo riportato.

Parabola sul dio Indra, il karma ed il pappagallo

Conoscere il karma vuol dire conoscere il fato, sebbene il fato non sia così facile da conoscere, visto che, stando alla seguente storiella, perfino le divinità fanno fatica a comprenderlo.
Indra, il Re degli Dei, aveva un pappagallo domestico.
Un giorno pensò “Prima o poi il mio bellissimo pappagallo morirà. Quando succederà?”.
Quest’idea si insinuò a tal punto nella mente di Indra che decise di andare a chiederlo al dio Brahma, il Creatore.
Egli però rispose “Mi spiace, Indra, ma io sono solo il Creatore, non conosco cose come la morte. Ma ora mi hai incuriosito, andiamo a chiedere a Vishnu, il Conservatore”.
Ma anche Vishnu rispose “Io sono solo il Conservatore, non so nulla sulla distruzione, per questo dobbiamo andare da Shiva, il Distruttore”.
Così si recarono da Shiva, il quale rispose “Sebbene sia vero che sono il Distruttore, io non faccio nulla di mia volontà, seguo solo il Fato. Quando nel destino di qualcuno è scritto che è arrivata la sua ora, io vado a prenderlo. Se vogliamo sapere quando il pappagallo morirà, dobbiamo andare da Vidhata (la personificazione del fato)”.

Indra, il pappagallo, Brahma, Vishnu e Shiva si recarono quindi da Vidhata e appena furono ammessi alla sua presenza posero la loro domanda sul pappagallo.
Vidhata li squadrò per un attimo e disse “Guardate nella gabbia”.
All’interno, sul fondo, giaceva il pappagallo, morto.
Scioccati, i quattro Dei chiesero spiegazione.
Vidhata disse “Era scritto che l’uccello sarebbe morto quando lui, Indra, Brahma, Vishnu e Shiva si sarebbero incontrati con me nello stesso momento. Questo era l’unico modo in cui sarebbero stati soddisfatti i prerequisiti per la sua morte. Siccome era arrivata l’ora del pappagallo tu Indra ti sei posto quella domanda e sei venuto fin qui per saperne la risposta; se tu avessi ignorato quella domanda, il pappagallo sarebbe ancora vivo”.
Indra e la Trinità impararono quindi una buona lezione ma dovettero tornare a casa senza pappagallo.

Da un punto di vista mitologico Indra è il Re degli Dei ma nel contesto del corpo umano egli rappresenta indriya, gli organi di senso.
Quello che fanno continuamente gli organi di senso è porsi domande, sono sempre alla ricerca di qualcosa da sentire, toccare, vedere, annusare e gustare.

Porsi domande è quindi quello che fanno per natura, ma se Indra fosse stato in grado di controllare la sua natura, si sarebbe chiesto perché si era posto quella domanda e probabilmente avrebbe conservato ancora a lungo il suo bel pappagallo.

mercoledì 15 giugno 2016

Birbal rovescia le parti

Akbar the Great Mogul, 1542-1605 (1917) (14773023132).jpgUn giorno l’imperatore Akbar si svegliò di soprassalto a causa di uno strano sogno e chiamò subito Birbal e gli altri cortigiani per raccontarglielo.
Il sogno iniziava con Akbar e Birbal i quali, camminando l’uno verso l’altro durante una buia notte senza luna, si scontrarono tra loro e caddero.
“Per mia fortuna,” disse l’Imperatore, “caddi in una vasca di payasam (uno dei nomi del risolatte tipico del subcontinente). Ma, sapete dov’è caduto Birbal?”.
“Dove, Sua Altezza?”, chiesero i cortigiani.
“In una fogna!”.
La Corte echeggiò di risate ed Akbar stesso fu molto contento di essere riuscito, per una volta, a prendersi gioco del sagace Birbal, il quale apparentemente non ebbe nessuna reazione.
Infine, quando le risate cessarono, questi disse “Sua Maestà, stranamente anch’io ho fatto lo stesso sogno ma, rispetto a Voi, ho dormito fino alla fine. Quando Voi usciste dalla vasca di payasam ed io dalla fogna, scoprimmo che non c’era acqua per lavarci, così, sa cosa fecimo?”.
“Cosa?”, chiese Akbar, già temendo la risposta.
“Ci leccammo l’un l’altro!”.

Akbar divenne rosso dalla vergogna e si promise di non provare mai più ad avere la meglio su Birbal...

lunedì 13 giugno 2016

Le vicende della vita del dio Rama

Unknown Indian - Rama, Lakshmana, and Sita Cooking and Eating in the Wilderness - Google Art Project.jpgSri Ramachandra, comunemente abbreviato in Rama, è la settima incarnazione del dio indù Vishnu.
Le vicende della sua vita sono narrate in numerosi testi sacri, su tutti il Ramayana, scritto in sanscrito dal poeta Valmiki nel VI-III secolo a.C. ed il Ramcharitmanas, scritto nel XV secolo in lingua awadhi (una “proto-hindi”) dal poeta Goswami Tulsidas.
L’importanza culturale della figura di Rama è notevole, tanto che anche a noi, scrivendo alcuni articoli, capita spesso di fare qualche cenno alle sue imprese, di solito piuttosto fugacemente per cercare di non essere eccessivamente prolissi.
È quindi forse il caso di dedicare un post specifico alla vita di Rama, citando quelli che sono gli avvenimenti più importanti.

Dasaratha era il re di Ayodhya ed aveva tre mogli: Kausalya, dalla quale ebbe Rama e Shanta; Kaikey, che diede alla luce Bharat; e Sumitra, madre di Lakshman e Shatrughna.
Giunto ormai in età avanzata, Dasaratha decise di abdicare in favore dell’amato primogenito il principe Rama, ma pochi giorni prima dell’incoronazione, la seconda moglie Kaikey, si recò dal re e gli chiese di poter esprimere un desiderio che lui le aveva accordato anni prima per averlo aiutato in una difficile situazione.
Così obbligò Dasaratha a mandare Rama in esilio nella foresta per 14 anni ed eleggere re suo figlio Bharat.
Non potendo rimangiarsi la parola data, addolorato Dasaratha chiamò Rama e lo mise a conoscenza della situazione.
Questi, dimostrando come sempre le sue elevate qualità morali, non solo non protestò, ma consolò il padre dicendogli che il responsabile era lui stesso, che aveva accettato la carica senza pensare che questo avrebbe potuto infastidire la matrigna Kaikey.

Quindi Rama, insieme alla moglie Sita e al fratellastro Lakshman, si diresse nella foresta, lasciando il regno di Ayodhya in uno stato di profonda depressione.
Addirittura Dasaratha morirà di crepacuore poco tempo dopo, mentre Bharat non si sedette mai sul trono, ma depose ai suoi piedi un paio di vecchi sandali di Rama, in segno di rispetto; lui si fece costruire una capanna vicino al palazzo reale, dalla quale governerà conducendo una vita sostanzialmente ascetica.
I primi 13 anni e mezzo dell’esilio di Rama passarono piuttosto tranquillamente: trovato un posto ideale dove sistemarsi, i tre trascorrevano le giornate a meditare, cacciare, conversare, incontrare saggi ed eremiti, ed uccidere l’occasionale demone.

Qualche mese prima della scadenza dei 14 anni però, il re dei demoni Ravana, istigato dalla sorella Shurpanakha, posò gli occhi su Sita, se ne invaghì e decise quindi di rapirla.
Per fare questo usò un semplice stratagemma: come prima cosa costrinse lo zio Maricha ad assumere le sembianze di un meraviglioso cervo dorato, quindi lo mandò a pascolare nei pressi della capanna di Rama.
Sita, appena vide quel meraviglioso animale, chiese a Rama di catturarlo, quindi questi, nonostante i dubbi del fratello Lakshman, si inoltrò nella foresta.
Dopo pochi minuti, Sita e Lakshman sentirono un grido di aiuto, che sembrava provenire da Rama, così anche Lakshman lasciò Sita e preoccupato si mise alla sua ricerca.
In realtà quel grido era stato un’illusione di Maricha (che Rama aveva appena colpito a morte con una freccia), proprio per permettere a Ravana di approfittare dell’assenza dei fratelli per recarsi nella loro capanna e rapire Sita.

Una volta scoperto l’inganno, Rama e Lakshman si mettono alla ricerca di Sita aiutati da vari personaggi, tra cui Jambavan, il re degli orsi, e soprattutto Hanuman, il re delle scimmie.
Questi, con il suo esercito di primati, inizia a setacciare ovunque finché non raggiunge la punta più meridionale dell’India e scopre che Sita si trova prigioniera del demone Ravana nell’Isola di Lanka.
Per attraversare lo specchio d’acqua che separa Lanka dal continente, Hanuman assunse una forma gigantesca e con un semplice balzo arrivò sull’isola, quindi prese la forma di un piccolo insetto volante ed iniziò a perlustrare la città in cerca di Sita.
Una volta trovata, in un giardino del palazzo reale di Ravana, assunse le forma di un bramino e rivelò a Sita di essere stato mandato da suo marito Rama che si stava preparando per venirla a salvare.

Prima di tornare da Rama a dargli la buona notizia, già che era lì, Hanuman decise di dare una prima lezione a Ravana: riprese le sue sembianze scimmiesche ed iniziò a distruggere gli alberi e le piante del giardino, finché non arrivarono due guardie che lo arrestarono, lo legarono e lo portarono al cospetto di Ravana.
Lì Hanuman, mostrando una sicumera ai limiti della superbia, umilia ed offende Ravana e tesse le lodi di Rama, al punto che il re dei demoni, spazientito, decide di dare fuoco alla sua coda.
Ma non appena la punta della coda di Hanuman iniziò a bruciare, questi assunse di nuovo una forma gigantesca, si liberò dalla corda che l’avvolgeva ed iniziò a saltare sui tetti della città incendiandola completamente.

Tornato da Rama e raccontatagli la vicenda, iniziarono quindi i preparativi per l’assalto a Lanka.
Giunti di fronte all’isola, di nuovo si presentò il problema di attraversare il mare, che venne risolto dagli eserciti di scimmie e orsi, che iniziarono a gettare grandi massi nell’acqua fino a creare un ponte.
Piccola digressione: questo semplice episodio mitologico, oggigiorno è fonte di notevoli controversie legate al cosiddetto Adam’s Bridge, una serie di dune di sabbia sommerse che uniscono l’Isola di Lanka con la terraferma.
A causa di questa particolare conformazione orografica, le navi che devono recarsi da una parte all’altra della penisola indiana, giunti in quest’area non possono continuare a costeggiare il subcontinente, ma sono costrette a compiere una lunga deviazione e passare all’esterno dello Sri Lanka.
Con la fine della guerra civile nell’isola e lo stabilizzarsi dei rapporti politici ed economici con l’India, si è quindi pensato di eliminare almeno in parte l’Adam’s Bridge per permettere il passaggio delle navi, progetto molto semplice ed intelligente ma opposto con forza dalla maggioranza degli indù, purtroppo anche supposti scienziati  e studiosi, che affermano essere i resti del Ram Setu, il ponte costruito da Rama.

Una volta giunti a Lanka scoppia una cruenta guerra che teminerà, in maniera piuttosto prevedibile, con uno scontro tra Rama e Ravana, che chiaramente verrà sconfitto e ucciso.
Molto toccante, nella versione del Ramayana sanscrito del poeta Valmiki, è la morte di Ravana: riconoscendo al demone la sua notevole conoscenza, Rama gli chiese di diventare suo discepolo, cosa che chiaramente Ravana accettò, poco prima di spirare tra le sue braccia.
Conclusa vittoriosamente la campagna militare, non c’era però molto tempo da perdere visto che stavano scadendo i 14 anni di esilio e Bharat aveva già fatto sapere che se Rama non fosse tornato si sarebbe suicidato.
Utilizzando una sorta di carro volante, ovviamente riescono ad arrivare in tempo, la città di Ayodhya esplode di gioia ed iniziano i preparativi per l’incoronazione di Rama.
Purtroppo però il supplizio di Sita non era ancora finito...
Secondo i costumi induisti, avendo Sita trascorso del tempo in casa di un altro uomo, Rama dovette sottoporla alla prova del fuoco, per essere sicuro della sua fedeltà.
Chiaramente Rama sapeva benissimo come stavano le cose, ma fu obbligato per dare il buon esempio ai suoi sudditi, che già vociferavano contro di lui se non l’avesse sottoposta ad alcun test.

Sita senza protestare minimamente entrò quindi nel fuoco, rimanendo illesa grazie alla sua castità (il nome Sita stesso potrebbe significare “fresca”), ma fu piuttosto delusa e lasciò Ayodhya per tornare dalla sua famiglia.