venerdì 15 luglio 2016

Lo stupa di Bodhnath

ボダナート(Boudhanath)ブッダアイImg292.jpgLo stupa di Bodhnath è il luogo di culto buddista più importante della Valle di Kathmandu.
Seppur anche nei pressi della collina che ospita l’importante e panoramico stupa di Swayambunath vi sia un’attiva comunità religiosa buddista, storicamente è Bodhnath ad essere il fulcro nevralgico della cultura buddisto-tibetana nella valle.
La priorità gli è data dalla posizione, considerata per secoli il convenzionale punto di partenza per i lunghi e difficili viaggi verso Lhasa, in Tibet, e chiaramente il punto di arrivo per gli altrettanto difficili viaggi nella direzione opposta, e proprio presso questo santuario venivano effettuati gli ultimi rituali protettivi prima di partire, nonché quelli di ringraziamento una volta arrivati.

Il gigantesco stupa di Bodhnath, che dà il nome a tutto il quartiere limitrofo alla periferia nord di Kathmandu e popolato prevalentemente da buddisti tibetani, si trova in mezzo ad un’area di congestionati vicoli ed occupa quasi del tutto una piazza delimitata da negozi di souvenir tibetani di tutti i tipi.
Nonostante questo, l’atmosfera, al di fuori della tarda mattinata e il primo pomeriggio quando la zona è invasa da turisti stranieri, è molto piacevole, con anziani signore e signori buddisti che, vestiti in maniera tradizionale, girano intorno allo stupa ripetendo mantra e roteando le loro piccole ruote della preghiera.
Altra caratteristica di questo stupa è la possibilità di salirvi sopra, chiaramente senza scarpe e girando in senso orario, per godere di una meravigliosa, quasi mistica, atmosfera ed il panorama, che spazia dal disordinato agglomerato urbano, alle ordinatissime cime innevate delle montagne.
Nel trafficato ma suggestivo complesso di vicoli attorno allo stupa si possono notare, oltre agli onnipresenti negozi di souvenir (soprattutto gioielli, maschere, statue, thangka e tappeti), numerosi semplici ristorantini, che servono prevalentemente zuppe tibetane e momo (raviolini al vapore), nonché alcuni interessanti gompa, monasteri.
In genere la parte visitabile, come sempre scalzi,  di questi luoghi di culto è lo stanzone centrale che viene utilizzato per le preghiere pubbliche: al centro, sulla parete opposta all’entrata, si trova di solito l’altare che ospita la statua principale del Buddha, quasi sempre fiancheggiata da numerose statue più piccole, insieme a fiori, incensi e vari attrezzi articoli durante i complessi rituali.
I muri interni sono spesso coperti da dipinti coloratissimi, rappresentanti la mitologia buddista o episodi della vita del Buddha, in un trionfo di colori vivaci, profumo d’incenso e spesso un’ipnotica quanto suggestiva musica di sottofondo.

P.S. Purtroppo il terremoto del 2015 ha danneggiato la punta dello stupa e molte delle costruzioni nei suoi paraggi.

Il pinnacolo, con la base quadrata in muratura dove sono dipinti gli occhi del Buddha e sopra i quali si trova la punta piramidale a tredici piani che rappresentano gli stadi per raggiungere la perfezione, è stato prontamente sostituito mentre per la completa ristrutturazione degli altri edifici bisognerà aspettare ancora un po’ di tempo.

giovedì 14 luglio 2016

Akbar, Birbal e la potenza della luna

Un giorno Birbal si trovava in Persia, invitato dal re in persona.
Numerose feste vennero celebrate in suo onore e gli furono presentati vari doni.
La sera prima di partire per tornare a casa, un nobile chiese a Birbal come avrebbe paragonato il re di Persia con il suo.
“Il vostro re è come la luna piena”, rispose, “mentre il mio può essere paragonato ad un quarto di luna”.
I persiani furono molto contenti, ma quando tornò a casa, Birbal scoprì che Akbar sapeva già dell’episodio ed era furioso.
“Come puoi sminuire il tuo stesso re?”, chiese Akbar, “Sei un traditore!”.
“No, Sua Maestà”, disse Birbal, “Non vi ho sminuito. La luna piena decresce e sparisce, mentre il quarto di luna aumenta la sua potenza. In questo modo ho proclamato al mondo che il Vostro potere cresce di giorno in giorno, mentre quello del re di Persia sta declinando”.

mercoledì 13 luglio 2016

Il terremoto nepalese del 2015

USAID DART Searches Collapsed Structures in Nepal (17136525160).jpgPoco più di un anno fa il Nepal, per l’esattezza il 25 Aprile 2015, è stato colpito da una violenta scossa di terremoto intorno all’ottavo grado della scala Richter, seguita da un lungo “sciame” di scosse di assestamento, tra cui un’altra potentissima, il 12 Maggio, di circa 7.3 gradi.
L’epicentro del primo terremoto è stato individuato presso la piccola città di Gorkha, situata a circa 80-90 chilometri a ovest di Kathmandu, più o meno a metà strada tra la capitale nepalese e Pokhara, rinomata località turistica situata molto suggestivamente sulle sponde di un lago ai piedi dell’Himalaya.
Le scosse successive si sono invece verificate proprio nei pressi della Valle di Kathmandu che ha subito quindi i maggiori effetti di tutto il fenomeno sismico che ha interessato il Nepal per mesi e che ancora oggi stenta a cessare con sporadiche scosse intorno ai 4 gradi della scala Richter, quindi ampiamente avvertibili non solo dai sismografi ma anche dalla gente comune.
Gli effetti sono stati particolarmente devastanti nella Valle di Kathmandu a causa dell’urbanizzazione ma anche della conformazione del terreno, creatosi circa un millennio fa, quando un altro fenomeno sismico formò una spaccatura tra le colline a sud della valle, facendo defluire l’acqua che al tempo la ricopriva formando un gigantesco lago.
Grazie a questa particolare conformazione, il terreno di tutta questa grande area è ancora oggi estremamente fertile, fattore che anche storicamente favorì i primi e prolifici insediamenti umani, ma allo stesso tempo si rivela controproducente in caso di terremoti, poiché un terreno così soffice tende ad espandere le onde sismiche.
Al contrario, la città di Pokhara, per esempio, pur trovandosi alla stessa distanza dalla prima forte scossa, ha subito un danno molto minore, grazie al fatto che, essendo situata vicino alle montagne, il sottosuolo è costituito in gran parte da dure rocce che tendono a rallentare e diminuire gli effetti delle onde sismiche.

I danni sono stati molto ingenti, sia per quanto riguarda le vite umane, le infrastrutture ed i numerosi monumenti artistici della Valle di Kathmandu.
La prima scossa ha causato poco meno di 9 mila vittime, mentre le seconda 218, di cui la grande maggioranza nei distretti della capitale o in quelli adiacenti.
Le già disastrate strade nepalesi hanno subito un duro colpo a causa delle numerose frane che oltre agli incidenti ed i danni hanno interrotto per giorni, talvolta per settimane, le vie di comunicazione.
I problemi più grandi hanno interessato quindi i numerosi paesini sparsi tra le colline, già normalmente difficili da raggiungere, ed in molti casi pressoché rasi al suolo dalle varie scosse.
La risposta del governo nepalese è stata chiaramente lenta e limitata, ma grazie anche ai numerosi aiuti stranieri, soprattutto dalla vicina India, non ci sono stati particolari episodi spiacevoli nella distribuzione dei pochi aiuti possibili.
Una piccola mano era arrivata anche dal clima, con un monsone piuttosto debole, che non ha quindi contribuito più di tanto nel rallentamento dei primi lavori di ristrutturazione, sia delle strade che degli edifici.

Venendo ai danni al patrimonio artistico del Nepal, in particolare della Valle di Kathmandu, la situazione è abbastanza critica, nel senso che, per fortuna, non è stato distrutto proprio del tutto, ma ha subito parecchi danni, anche molto estesi.
Nonostante la volontà politica, sociale e religiosa del paese, nonché agli ingenti aiuti finanziari stranieri, di ricostruire al più presto tutto come prima, sarà davvero difficile riuscire a ridare lustro ai numerosi grandi e piccoli monumenti che sono stati danneggiati.
Di contro, se le risorse non vengono sprecate, in particolare a causa della dilagante corruzione, è possibile che già tra pochi anni sarà possibile riassaporare le esotiche atmosfere che molti angoli delle città della Valle di Kathmandu sanno regalare.

Ad esempio, il complesso religioso sorto presso il sacrissimo Tempio di Pashupatinath (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/07/il-tempio-di-pashupatinath.html) ha subito qualche danno ma molti dei più suggestivi templi ed ostelli della zona sono rimasti in piedi.
Discorso simile può essere fatto anche per quanto riguarda gli stupa buddisti, come quelli importantissimi di Bodhnath e Swayambunath, grazie alla conformazione di queste strutture, delle mezze sfere rovesciate, che quindi riescono a sopportare meglio le scosse sismiche.
Purtroppo lo stesso non si può dire dei tipici templi indù nepalesi in stile a pagoda, con una pianta quadrata o rettangolare in muratura ed i tetti in legno, con le tipiche forme curvate verso l’alto.
Molti di quelli che riempivano le piazze reali delle tre città più importanti della Valle di Kathmandu, cioè Kathmandu stessa, più Patan (o Lalitpur) e Bakhtapur, sono andati distrutti e le grande scalinate in mattoni sui quali sorgevano ora rimangono desolatamente vuote.

Tra le tante vittime illustri dispiace segnalare, ad esempio, il meraviglioso Nyatapola Temple di Bakhtapur, sormontato da ben cinque tetti decorati, che riuscì a sfuggire al terremoto del 1934, ma che questa volta è andato distrutto e si sono salvate solo la base piramidale e la scalinata fiancheggiata da grandi statue di pietra.

martedì 12 luglio 2016

La Valle di Kathmandu: cultura e arte

Nonostante (come abbiamo visto in un precedente post http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/07/la-valle-di-kathmandu-geografia-e-storia.html) la lunga storia della Valle di Kathmandu sia alquanto drammatica e travagliata, la notevole varietà culturale ha influito positivamente sulla produzione artistica.
येँदेय्.jpgCirca l’82% della popolazione è induista mentre il 15% è buddista, sebbene bisogna notare come la differenza tra le due religioni, in Nepal, sia spesso quasi impercettibile.
La posizione geografica, infatti, ne ha fatto da sempre il crocevia tra queste due culture molto esuberanti: l’induista dell’India a sud e quella buddista del Tibet a nord.
Quella nepalese, in particolare nella Valle di Katmandu, risulta essere quindi un perfetto sincretismo delle due che fungono da base ed ispirazione per una cultura particolarmente viva e originale.

La frammentazione della valle, divisa tra i piccoli regni delle tre città più importanti, Kathmandu, Patan e Bakhtapur, fu sicuramente controproducente da numerosi punti di vista, soprattutto quello politico, e terminò infatti con la sottomissione e l’unificazione da parte di una dinastia proveniente da fuori, la città di Gorkha a circa 80 chilometri a ovest.
Questa stessa frammentazione però si rivelò un grande incentivo per l’arte, in quanto i regnanti delle tre città della valle spesso trasferirono la loro rivalità nella costruzione di meravigliosi templi e luoghi di culto, favorendo lo sviluppo di un attivo e pregevole artigianato.
Nel frattempo i comuni nepalesi purtroppo vivevano miseramente ed i finanziameni utilizzati per queste opere d’arte sarebbero stati utilizzati meglio per migliorare la loro condizione, però non si può non notare l’interessante soluzione di risolvere i conflitti per la supremazia politica non solo sul campo di battaglia, ma anche a colpi di martello e scalpello.
Fu così che le piazze dove si affacciavano i palazzi reali (le famose Durbar Square), si riempirono letteralmente di bellissimi templi che sembrano ancora oggi esibirsi narcisisticamente nell’attirare lo sguardo ammirato dei passanti.
(Purtroppo il terremoto del 2015 ha distrutto e danneggiato molti edifici storici che si spera che col tempo, nonché lauti aiuti finanziari esteri, verrano lentamente ricostruiti)

I templi indù sono in genere ottimi esempi dell’architettura e della scultura nepalese, mentre i monasteri buddisti offrono i migliori esempi di pittura; per quanto riguarda invece la musica, data la semplicità degli strumenti (caratteristico del Nepal è il sarangi, una specie di rustico violino di legno a quattro corde) e delle musiche (sia quella devozionale indù, sia quella buddista, ma anche la musica popolare), non ha invece mai prodotto particolari opere o artisti, seppur la musica folk nepalese sia in generale piuttosto piacevole http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/04/breve-cenno-alla-musica-folk-nepalese.html).

Venendo al dettaglio dell’architettura, lo stile caratteristico dei templi nepalesi è quello a pagoda, tipico asiatico, con la struttura principale, quadrata o rettangolare, in mattoni e i tetti in legno costruiti gli uni sugli altri da un minimo di uno fino a ben 5.
Le travi dei tetti, essendo di lavorabilissimo legno, sono sempre molto decorate, con sculture rappresentati divinità e demoni sulle assi principali, ma spesso anche piccole scene erotiche, talvolta al limite di una giocosa pornografia.
Meritano inoltre una citazione i torana, pannelli di metallo (oro, bronzo e ottone) a forma di semicerchio rovesciato, riccamente lavorati, che si trovano posizionati sopra le entrate dei templi.
Da queste arti si è anche sviluppato un fiorente artigianato con prodotti in ceramica, legno e metalli riccamente decorati.

Se quindi le costruzioni che ospitano le divinità sono così finemente decorate, altrettanta cura e maestria viene riservata alla creazione delle divinità stesse: ci riferiamo alla scultura.
Caratteristica di tutti i templi indù è quella di aver collocato, di fronte all’entrata, una figura che rappresenta il veicolo della divinità custodita all’interno; si tratta, nella maggior parte dei casi, del toro Nandi, davanti ai templi di Shiva; di Garuda (creatura metà uomo, metà uccello) davanti ai templi di Vishnu; e di Apu il topo, davanti ai templi dedicati a Ganesha.
Spesso davanti ai templi nepalesi sono presenti più di una scultura rappresentante il veicolo della divinità e questo permette di confrontare stili diversi: le statue di Garuda, in particolare, sono molto varie e si passa dalle semplici sculture in pietra che lo raffigurano come una creatura dalle sembianze umane, col naso leggermente aquilino e le ali sulla schiena, inginocchiato con le mani giunte al petto, a più elaborate sculture in metallo dove viene rappresentato molto più simile ad un uccello, se non ad una specie di drago, ricordando le raffigurazioni indonesiane di Bali o del sud-est asiatico.
Molte sculture di divinità sono così importanti da un punto di vista religioso, che sono considerate in sé stesse templi, senza che gli sia stata costruita attorno nessuna struttura particolare: ottimi esempi sono i tre Vishnu dormienti, scolpiti magistralmente durante l’era licchavi nel VII/VIII secolo, conservati uno a Budhanilkanta (il più bello e sacro dei tre http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/03/vishnu-budhanilkantha.html), uno nei giardini di Balaju (il più piccolo, meno sacro, ma forse più antico) ed infine uno conservato dentro al Palazzo Reale di Kathmandu, ad uso della famiglia reale.
Nella Durbar Square di Kathmandu si può notare anche un grande e colorato bassorilievo dell’aspetto terrifico di Shiva Bhairab, al quale i pellegrini porgono continuamente offerte; mentre a sud della Valle, il sanguinoso “tempio” di Dakshinkali è costituito da un bassorilievo protetto da un grande baldacchino d’oro.

La cultura buddista, da un punto di vista architettonico e scultoreo, offre invece esempi più sobri, con i grandi stupa circolari o i piccoli chorten (santuari quadrati, sormontati da piccoli stupa), ma trova la sua massima espressione nella pittura, sia all’esterno che all’interno dei coloratissimi monasteri.
I monasteri buddisti, detti gompa, concentrati in alcune aree ma riscontrabili un po’ ovunque, oltre ad essere anche loro ospitati in decorate costruzioni, offrono il meglio di sé nella pittura delle pareti interne, dove viene rappresentata la multicolore mitologia buddista.
Il miglior esempio è a Patan, dove, tra i vicoli a nord della Durbar Square, si trova il cosiddetto Tempio d’Oro, probabilmente il monastero buddista più bello e interessante della valle; non molto grande, ma ricco di dettagli, sia nel cortile che negli ambienti interni, offre una atmosfera intensamente tibetana.
Altra caratteristica della pittura buddisto-tibetana è la creazione di coloratissimi mandala (diagrammi rappresentanti il cosmo secondo la dottrina buddista) sia su muri, che su stoffe e tele; i famosi thangka, ad esempio, sono delle striscie di stoffa dove vengono dipinti, o ricamati, elaborati disegni o scritte, e quindi appesi ai muri

L’attiva partecipazione popolare alla vita religiosa della Valle di Kathmandu, è quindi rappresentata dai numerosi templi e luoghi di culto, che ne costellano letteralmente tutto il territorio, ma un’altro aspetto molto importante sono le festività, che a loro volta costellano letteralmente il calendario nepalese.
Le tre Durbar Square principali (Kathmandu, Patan e Bakhtapur), piene come sono di templi dedicati a diverse divinità, fungono spesso da fulcro di feste che durano anche dieci-quindici giorni, durante le quali vengono eseguiti numerosi rituali (non ultimi sacrifici animali), per placare le ire, o favorirsi le grazie, della divinità di turno.
La festività più importante del Nepal è sicuramente Dasain (o Durga Pooja), che cade generalmente in Ottobre, e durante la quale i templi dedicati alle divinità terrifiche femminili, principalmente Durga e Kali o loro rappresentazioni, vengono letteralmente lavati dal sangue dei sacrifici di polli, montoni e bufali.
La più spettacolare, e meno macabra, manifestazione religiosa è forse quella di Patan dedicata a Rato Machendranath, e durante la quale la statua della divinità viene portata in processione su di un pericolante carro di legno, a forma di tempio, alto circa 20 metri.
Oltre all’entusiasmo trainante della folla, bisogna notare la fatica immane dei portatori e le difficoltà tecniche di tale operazione, che avviene tra stretti vicoli intasati di gente e di pericolosi fili elettrici; senza contare che eventuali incidenti al carro di Machendranath sono visti come terribili segni di cattivo presagio.
Anche a Bakhtapur vi è una festa dei carri particolarmente movimentata, ma date le caratteristiche della città, molto meno claustrofobica di Patan, ed all’accorgimento di costruire delle specie di rotaie sulle quali far scorrere i carri, i festeggiamenti risultano leggermente più ordinati ed in genere esenti da incidenti.
Da notare come queste ultime festività sono in onore di divinità venerate sia dagli indù che dai buddisti, per cui entrambe le comunità partecipano assieme gioiose.
Stesso discorso vale per il Capodanno, festeggiato in Nepal per ben tre volte: l’ateo, ma allegro Capodanno “occidentale” del 31 di Dicembre; il coloratissimo Capodanno buddista, chiamato Lohar, durante la prima luna nuova di Febbraio; nonché il Capodanno induista compreso tra i lunghissimi festeggiamenti di Diwali a Ottobre-Novembre.

Durante i (rari) giorni in cui non ci sono feste, i luoghi principali di culto della Valle di Kathmandu, e forse dell’intero Nepal, sono Pashupatinath per l’induismo e Bodhnath per il buddismo.

lunedì 11 luglio 2016

Storia del Maharajà ed i tre pittori

Un dispotico Maharajà, cieco da un occhio, un giorno invitò tre pittori per fargli un ritratto “Se non mi piacerà vi punirò, ma se farete un buon lavoro vi retribuirò lautamente”, gli disse prima di iniziare.
Il primo dipinse il Maharajà con un occhio solo e questi, per punirlo dell’insulto, lo fece frustare.
Il secondo fece un ritratto del Maharajà con entrambi gli occhi sani e venne punito per l’eccessiva adulazione.
Il terzo, scampando la punizione, lo dipinse mostrando solo il suo occhio buono: di profilo.

domenica 10 luglio 2016

Trekking in Nepal

06 Tadapani.jpgIl motivo principale della popolarità e del successo dei trekking in Nepal è sicuramente il contatto con la natura.
Sia grazie al poter camminare per giorni tra le stupende cime himalayane, letteralmente immersi in boschi quasi incontaminati, ma anche perché, allontanandosi dalla civiltà e dalle sue comodità, spesso superflue, si riesce ad apprezzare il piacere di una vita più semplice, genuina e naturale, come quella che si conduce nei villaggi di montagna.
Questo privilegio, oltretutto, risulta essere piuttosto facile da ottenere dato che l’unico requisito richiesto per affrontare la maggior parte dei percorsi di trekking, oltre ad un minimo di intraprendenza ed organizzazione, è saper camminare; gli itinerari classici infatti seguono sentieri ben battuti attraversando ridenti e ospitali villaggi di montagna, dotati di semplici alberghi e guest-house, dove trovare quel poco indispensabile per riposare e rifocillarsi.

Dal punto di vista prettamente naturalistico, caratteristica unica del Nepal è quella di ospitare numerosi ecosistemi, in quanto il paese si sviluppa dal livello del mare delle pianure meridionali, fin sopra gli ottomila metri delle cime himalayane.
In trekking capita quindi molto spesso di passare in pochi giorni, o anche nello stesso giorno, attraverso ambienti decisamente diversi: le foreste subtropicali delle colline (fino ai 2.000 m.l.m.); le foreste di querce e pini della zona temperata media (tra i 1.700 e i 2.700 m.l.m.); i rododendri e altri pini della zona temperata alta (tra i 2.400 e i 4.000 m.l.m.); gli abeti e le betulle della zona subalpina (tra i 3.000 e 4.000 m.l.m.); i piccoli arbusti e cespugli della zona alpina (tra i 3.500 e i 5.000); infine le pietraie, i ghiacciai e i nevai perenni delle cime delle montagne.

Anche la fauna risulta essere quindi molto diversificata, in particolare l’esuberante avifauna himalayana che, in forme particolarmente varie, occupa indisturbata tutte le numerose nicchie ecologiche a sua disposizione.
Seppur in Nepal (e volendo anche in India) gli uccelli siano numerosi ovunque, comprese le inquinatissime e caotiche città, allontanandosi dai centri abitati si possono esprimere in variegate forme e comportamenti.
Numerosissimi sono i passeriformi rappresentati pressoché in ogni ecosistema, fino alle cime più elevate, con il piccolo Alpine Accentor reperibile talvolta fin sopra i 7.000 m s..l.m..
Tra le famiglie più comuni e caratteristiche delle montagne nepalesi vanno segnalati i babblers (garruli), presenti con numerose e differenti specie: dalle piccole e bellissime yuhina, con la testa a punta e i tenui colori pastello (che si mischiano in genere ai piccoli gruppetti di cincie, anch’esse numerosissime); ai grossi e rumorosi tordi ridaioli; o i più rari ma spettacolari garruli dal becco a scimitarra.
Altri uccelli che si incontrano facilmente lungo i percorsi di trekking sono: sgargianti fagiani, colorati piccioni, chiassosi merli, potenti barbuti, schive civette, narcisistiche ballerine, spericolati codaforcuta, attivi pigliamosche, etc...

Un altro aspetto che rende i trekking in Nepal molto interessanti e suggestivi è quello antropologico in quanto gli abitanti delle montagne appartengono a diverse etnie e spesso le differenze sono piuttosto evidenti.
Non tanto per l’abbigliamento, i vestiti tradizionali infatti, escluse cerimonie e ricorrenze particolari, hanno ormai ceduto il passo al più pratico abbigliamento moderno (in particolare ad imitazioni cinesi di capi occidentali), ma nella costruzione dei villaggi e delle case che grossomodo seguono, o hanno seguito, i sistemi tradizionali.
I magar, per esempio, sono un’etnia tibetano-birmana che costruisce case (spesso circolari) ricoperte di fango rosso e dal tetto in paglia, mentre i tamang, anch’essi tibetano-birmani, costruiscono le loro case in mattoni, con un porticato e un cortile, oppure gli sherpa, originariamente tibetani, che invece usano la pietra per i muri e l’ardesia per i tetti.

Le differenze religiose invece, seppur presenti, risultano essere un po’ più difficili da cogliere.
Di base la maggior parte delle etnie di montagna sono buddhiste, ma sono spesso presenti sia una forte influenza indù, sia del bon, una religione tibetana pre-buddhista.
I tamang sono noti per la costruzione di chorten, altari buddhisti a base quadrata con una cupola sopra, e nei loro territori è facile imbattersi nei muri di pietre mani, dei sassi tondeggianti sopra i quali vengono incise le lettere dei mantra in lingua pali.
Gli sherpa invece sono noti per la costruzione di monasteri e nei loro villaggi è quasi sempre presente un gompa, tipico tempio quadrato dai muri bianchi e il tetto in legno.
A prescindere dall’etnia, ogni paesino sfoggia comunque le sue colorate e allegre bandiere della preghiera, in genere appese alla maniera classica tra le case o tra gli alberi, ma talvolta anche issati su lunghissime aste di bambù.

Sebbene il trekking sia un’attività praticabile ovunque ci siano colline o montagne, e il Nepal è formato soprattutto da colline e montagne, le aree attrezzate più importanti, dove si possono incontrare facilmente locande per dormire e mangiare, sono essenzialmente tre.
Partendo da oriente, a circa 150 chilometri da Kathmandu, si erge il Monte Everest che, oltre ad essere chiaramente meta di vero e proprio alpinismo, offre numerosi e affascinanti percorsi di trekking (di cui il più famoso è senza dubbio quello per il Campo Base dell’Everest), che permettono quindi di osservare da vicino  il monte più alto del Mondo.
L’unico inconveniente dei percorsi di questa zona è la difficoltà nel raggiungerli, visti i lunghi percorsi in autobus, ed evitando possibilmente i piccoli, inquinanti e pericolosi aereoplani locali

Una seconda zona di trekking si trova appena a nord della Valle di Kathmandu, nelle regioni del Lantang e dell’Helambu.
Questa zona si sviluppa tra montagne non altissime e non offre i migliori panorami dell’Himalaya, ma risulta essere molto interessante per le differenze etniche, e molto comodo date le altitudini non elevate e il fatto che si può iniziare a camminare da appena fuori la Valle di Kathmandu.

Ma il vero paradiso dei trekkers è sicuramente la zona a nord di Pokhara, intorno alle vette del massiccio dell’Annapurna.
Il percorso più importante è il circolare periplo dell’Annapurna, che però richiede un particolare spirito di sacrificio, visto che dura circa 12-15 giorni (sempre evitando aereoplani o altri inquinanti mezzi a motore) e attraversa il famoso Passo Thorung La che si trova intorno ai 5.400 metri.
Altro trekking molto noto è quello che porta al Campo Base dell’Annapurna, seppur anche in questo caso si raggiungano in pochi giorni altitudini superiori ai 4.000 metri.

Nel caso non si fosse abbastanza intraprendenti per percorrere questi trekking, è però possibile compiere una serie di percorsi “minori” della durata di 7-8 giorni (ma anche meno), che sono comunque molto popolari visto che offrono stupende atmosfere di montagna nonché impareggiabili paesaggi himalayani.

sabato 9 luglio 2016

Lo stato indiano del Gujarat

Province of Guzerat Gujarat India 1896.jpgIl Gujarat è uno stato indiano con una popolazione di circa 60 milioni di abitanti, grossomodo quanti l’Italia, ed una superficie di 190 km2  chilometri quadrati, quindi poco più della metà dell’Italia (300 km2 circa)
Nonostante al giorno d’oggi si trovi in una zona lontana dai maggiori circuiti turistici e dai più importanti aereoporti internazionali, grazie al lungo, ricco e tumultuoso passato, il Gujarat è dotato di alcune caratteristiche peculiari ed ospita numerosi siti di notevole interesse.
In particolare, nonostante solo il 13% dei gujarati pratichino il jainismo, l’influenza di questa religione sulla cultura del Gujarat è notevole e fonte di alcune delle sue più originali caratteristiche.

Altra gradita particolarità del Gujarat riguarda la cucina, decisamente tipica e diversa dal resto del subcontinente indiano, proprio per l’influenza del jainismo da cui deriva uno scarso utilizzo (se non la totale assenza) di spezie, aglio e cipolla, ed il tassativo divieto di consumare carne, pesce e uova.
Questo chiaramente, nell’arco dei secoli, ha positivamente costretto i cuochi gujarati ad essere più creativi con i semplici ingredienti a loro disposizione, proponendo numerose pietanze davvero originali.
Un’altra caratteristica che rende il Gujarat una meta piacevole anche dal punto di vista gastronomico è l’ancora apprezzatissima antica tradizione di servire i thali (set completi di riso, pane, brodo di lenticchie e varie verdure) rimboccando continuamente i piatti dei clienti fino alla loro completa sazietà.
Questo sistema, fino a qualche decennio fa diffuso in tutto il subcontinente, oggigiorno è purtroppo caduto in disuso ed i thali prevedono solitamente un numero fisso di portate e di pane, e si può ottenere un’aggiunta extra solo di riso o brodo di lenticchie, ma riguardo alle verdure, per ottenerne un’eventuale ciotola in più, bisogna affidarsi alla magnanimità di cuochi e camerieri.
In Gujarat invece, soprattutto nei ristoranti specializzati solo in ricchissimi thali, non si fa in tempo a sedersi che si viene assaliti da un turbinio di camerieri che girano tra i tavoli con pile di chapati, pentoloni di riso, brocche di dal (brodo di lenticchie), ciotole di verdure e caraffe d’acqua, con cui riempire in continuazione piatti, coppini e bicchieri.
Di solito la prassi prevede dei primi ampi giri di sostanzioso pane e varie verdure, per finire con montagne di riso e brodo di lenticchie.

Purtroppo, un’altra caratteristica “gastronomica” del Gujarat, che dipende anche da principi jaina, è l’essere considerato legalmente uno stato “dry”, dove quindi la produzione, la vendita, il consumo e perfino la detenzione di bevande alcoliche è punibile dalla legge.
In particolare questa tradizione venne inaugurata nel 1960, con la creazione dello stato del Gujarat, in onore del Mahatma Gandhi, il quale, seguendo principi indù e jaina, non vedeva di buon occhio il consumo di alcohol.
Ovviamente comunque, l’inutile proibizionismo ha portato ad una discreta proliferazione del mercato nero, dove circolano bevande alcoliche di dubbissima provenienza, che talvolta causano delle vere e proprie stragi: nel non lontano 2009 morirono ben 136 persone.
Curiosa è la legge che riguarda gli stranieri, i quali possono bere alcolici, venduti solo in 2-3 alberghi di lusso della capitale Ahmedabad, previo ottenimento di uno speciale permesso, rilasciato da un ufficio preposto, ma spesso ottenibile anche più facilmente tramite le rivendite.

Economicamente, il Gujarat oggigiorno è uno degli stati più dinamici dell’India, grazie all’essere stato governato a lungo dall’attivo Narendra Modi, attualmente Primo Ministro del paese.
In realtà, contrariamente alle pompose dichiarazioni di Modi, secondo le statistiche il recente sviluppo del Gujarat rientra nella media degli altri stati indiani emergenti, ma bisogna riconoscere al Primo Ministro l’aver creato un’atmosfera politico-economica che ha favorito gli investimenti di grandi gruppi industriali, nonché di aver fatto uscire lo stato dalla profonda depressione in cui si trovava.
Un’altra importante risorsa economica sono le rimesse degli emigrati, in passato molto numerosi proprio per sfuggire alla povertà in cui erano nati, che si sono stabiliti principalmente negli Stati Uniti e in Inghilterra.
Infine, come curiosità, i mercanti del Gujarat, dagli inizi del XIX secolo, sono tra i più attivi nel campo dei diamanti, di cui l’India è stata in passato una grande produttrice, tanto che si stima che più del 90% dei diamanti al mondo venga tagliato a Surat, grande città gujarati.

Per quanto riguarda i luoghi di maggior interesse, il Gujarat può offrire una discreta gamma di originali attrazioni, tra cui descriveremo brevemente: l’antica capitale Ahmedabad, le città di Palitana, Junagadh e Dwarka, il Deserto del Kutchh e l’Isola di Diu.

Ahmedabad è una grande città con una popolazione superiore ai 6 milioni di abitanti, situata sulle sponde del fiume Sabarmati.
La caratteristica principale della città, oltre purtroppo al traffico ed all’inquinamento, aggravato anche dall’aridità del terreno su cui è stata costruita, è la presenza di alcune meravigliose moschee, a testimonianza, oltre al nome, del lungo passato sotto regnanti mussulmani.
Altro luogo molto visitato è il Sabarmati Ashram, situato sulle sponde dell’omonimo fiume, che fu il quartier generale di Gandhi durante la lotta per l’indipendenza ed ospita quindi un piccolo museo a lui dedicato.

La cittadina di Palitana sorge nei pressi della collina Shatrunjaya considerata un luogo particolarmente sacro dai fedeli jaina.
Grazie a questo, sulla sua cima, divisa in due piccole vette e raggiungibile con una lunghissima scalinata di circa tre mila gradini, si trova un complesso di templi, che seppur poco conosciuti, possono essere considerati tra i più meravigliosi templi di tutto il subcontinente (che, com’è noto, non manca di certo di pregevolissimi esempi di architettura religiosa).

La città di Junagadh possiede un passato tanto ricco e interessante, che infatti in passato le abbiamo dedicato un post specifico, al quale rimandiamo per ulteriori dettagli (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/02/junagadh.html).
Sinteticamente, i luoghi più interessanti sono: l’antichissimo e travagliato forte; le originalissime tombe dei nababbi che regnarono a lungo sul Gujarat da questa città; le iscrizioni dell’imperatore buddista Ashoka, databili al II secolo a.C., importanti da un punto di vista storico, religioso e linguistico; la collina di Girnar, sacra per indù, jaina e mussulmani; e la vicina Sasar Gir Forest, un piccolo parco naturale dove vivono nientemeno che gli ultimi esemplari selvatici di leone asiatico (al Maggio 2005 presente con 523 individui).

Anche della città di Dwarka abbiamo già discusso in un precedente post (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/05/il-pellegrinaggio-char-dham.html) dedicato al pellegrinaggio del Char Dham e del quale fa parte insieme a Badrinath, Puri e Rameswaram.
Nonostante la sacralità, a causa della posizione remota, sulla punta più occidentale della penisola del Kathiawar, Dwarka è una meta piuttosto inusuale anche tra i pellegrini indù, seppur l’antico e magnifico tempio di Dwarkadeesh, dedicato al dio Krishna, goda di una notevole importanza religiosa, oltre che storica ed artistica.

Il Deserto del Kutch occupa una grande area di stagionali paludi salate che si estende fino, ed oltre, il confine con il Pakistan.
La città principale è Bhurj, purtroppo danneggiata gravemente dal terremoto del 2002, ma che ancora conserva un carattere del tutto particolare.
Oltre all’originale architettura dei suoi piccoli centri abitati, l’area del Kutch è nota per la vasta produzione di artigianato, che produce numerosi oggetti, come coloratissimi suppellettili, tessuti, vestiti ed accessori vari.
Dati clima e la conformazione geografica decisamente peculiari, il Deserto del Kutch ospita alcune particolari specie di flora e fauna; tra i mammiferi si segnala il non comune onagro od emione (nomi comuni in italiano per l’asino selvatico asiatico (equus hemionus), mentre tra gli uccelli il florican minore (sypheotides indica) e l’ubara (chlamydotis undulata).

L’Isola di Diu, non molto lontano dalla terraferma, a cui è collegata da due ponti, politicamente non fa parte del Gujarat, bensì del Territorio di Daman e Diu, con Daman che consiste in una piccola enclave nello stato del Maharashtra.
Grazie a qualche discreta spiaggia, all’atmosfera rilassata, alla presenza di alcune originali chiese, ma, soprattutto, a leggi particolarmente permissive (retaggio portoghese) in materia di alcolici, Diu è una piacevole località balneare, anche se talvolta la presenza di ricchi indiani ubriachi provenienti dalle città vicine e da Mumbai, può essere alquanto fastidiosa.

Oltre al consumo di alcohol, il retaggio portoghese ha influito anche nella cucina, che contrariamente al generalmente vegetariano Gujarat, propone piatti a base di carne, uova e soprattutto pesce, pescato abbondantemente nelle acque circostanti.