domenica 12 giugno 2016

Brevi storie sul karma

La cosiddetta Legge del Karma indù segue un principio molto semplice, appartenente anche al mondo della fisica, dove viene definito nella Terza Legge della Dinamica di Newton, che semplificando dice: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.
Tale principio, inserito nel contesto del ciclo della rinascita induista, serve a capire i motivi dell’esistenza in quanto ciò che accade nel presente non è altro che la reazione di quanto avvenuto nel passato.
Nel libro di Robert Svoboda, intitolato appunto “La Legge del Karma”, che chiude la trilogia sul percorso spirituale dell’Aghora, le intricate relazioni karmiche vengono magnificamente spiegate attraverso vicende che si svolgono all’ippodromo, dove i numerosi e spesso ambigui personaggi sembrano muoversi come burattini in mano al karma.
Molto interessanti sono i punti riguardanti la complessità del karma dietro a situazioni comuni come ad esempio lavorare e guadagnarsi da vivere.
In particolare abbiamo trovato un interessante passaggio, illuminato come sempre da semplici e piacevoli storie, riguardo il karma relativo all’uccisione di animali e l’impiego stesso del macellaio.

Secondo la Legge del Karma, il macellaio ha il diritto di uccidere gli animali perché egli stesso è stato ucciso in molte vite passate.
Egli può uccidere tanti esseri quanti sono stati quelli che hanno ucciso lui in passato; solo quel numero, non di più.
Quando finirà gli animali da uccidere, automaticamente si ritirerà, o cambierà mestiere, o gli verrà l’artrite alla mano e non potrà più maneggiare il coltello, o qualcosa del genere: la Natura conosce bene il suo mestiere e ha infinite risorse per compierlo.
Quando si ha l’opportunità di uccidere deliberatamente un animale, non è altro che l’occasione per ripagare una situazione del passato quando è stato l’animale ad uccidere: questo è l’unico motivo per cui si ha l’opportunità presente (reazione uguale e contraria).
Se si decide di andare avanti e pareggiare il conto, la nuova azione garantirà all’animale l’opportunità di ripagare in futuro e uccidere di nuovo.
Perfino il macellaio, se volesse, potrebbe rinunciare al suo diritto di uccidere.
Se ci riesce, il suo ciclo karmico personale legato all’uccidere e l’essere ucciso terminerà, seppur in genere il peso dei karma accumulati è così pesante che solo pochi macellai considereranno mai l’idea.

C’era una volta un pover’uomo che guadagnava da vivere per lui e la sua famiglia uccidendo e macellando una capra al giorno.
Una notte si presentò alla sua porta un ospite inatteso, dopo che la famiglia aveva già cenato.
La tradizione dell’ospitalità chiaramente stabilisce che l’ospite deve essere nutrito ma nella casa non c’era più nulla da mangiare.
Il pover’uomo pensò di macellare la capra del giorno dopo ma la carne non consumata quella notte sarebbe andata a male, visto che a quei tempi non vi erano ancora sistemi di refrigerazione, e una simile perdita l’avrebbe rovinato.
Direttosi nel recinto iniziò a fissare la capra, che in quel caso era un bel caprone maturo, e all’improvviso gli venne un’idea.
Se avesse semplicemente castrato il caprone invece di ucciderlo, avrebbe avuto abbastanza carne da sfamare l’ospite e l’animale, seppur agonizzante, sarebbe sopravvissuto fino al mattino successivo, quando sarebbe stato propriamente macellato.
Contento di questo piano, il macellaio iniziò ad affilare il coltello, quando all’improvviso sentì uno strano verso provenire dal caprone.
Smise di affilare, ascoltò attentamente e scoprì che l’animale stava contemporaneamente piangendo e ridendo.
Una persona più acculturata forse si sarebbe sorpresa di riuscire a comunicare con un caprone, ma il semplice macellaio domandò semplicemente all’animale il motivo del suo comportamento.
Calmandosi in qualche modo, il caprone rispose “Sto piangendo perché penso alla tortura che soffrirò questa notte quando tu mi avrai castrato, ma sto anche ridendo perché la tortura durerà solo fino a domattina. Quindi morirò, cosa che mi libererà dalle mie sofferenze, e quando sarò rinato avrò modo di rintracciarti e prendermi la mia rivincità!”.
Il macellaio lasciò cadere il coltello, stette immobile per qualche secondo, quindi abbandonò il caprone, la casa, la famiglia e andò nella foresta senza dire niente a nessuno. Alla fine divenne un grande santo.
Egli fu fortunato, nel senso che era destinato a finire in quel modo.
I suoi buoni karma erano maturati a tal punto che gli fu possibile capire il discorso del caprone.
Nella maggior parte dei casi però, è difficile realizzare quello che sta succedendo e si rimane strettamente incatenati alla ruota del karma.

Un visone morto, che stava ancora piangendo amaramente per essere stato spellato vivo, fu ammesso alla presenza di Dio.
Il cuore di Dio era talmente toccato dalla sua condizione che gli disse “Chiedimi qualunque cosa ed io te la darò”.
Singhiozzando il visone rispose “Signore, ora non ho una pelle che mi tenga caldo. Quello che voglio è una giacca di pelle di essere umano, così che l’uomo che mi ha tormentato, capirà cosa vuol dire essere spellati”.
Dio, gentilmente ma con fermezza, replicò “Se tu avessi capito la Legge del Karma, avresti realizzato perché sei stato spellato vivo e queste parole non sarebbero mai uscite dalla tua bocca”.

Alla fine il visone avrà la sua occasione di spellare chi aveva spellato lui ma non servirà a nulla, se non a continuare tutto il processo.

sabato 11 giugno 2016

Il sangam ed i mela di Allahabad

Allahabad (pronunciata localmente e più agilmente Illabad) è una grande città sacra indiana di circa 1.200.000 abitanti, situata nello stato dell’Uttar Pradesh, presso il punto in cui il fiume Yamuna si immette nel Gange (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/03/il-fiume-gange.html).
Secondo l’induismo i punti di confluenza di due fiumi, chiamati dal sanscrito sangam, sono considerati particolarmente propizi poiché si crede che ai due corsi d’acqua fisici si unisca centralmente il mitico e mistico Saraswati, il fiume della conoscenza spirituale.
NorthIndiaCircuit 250.jpgTenendo presente che il Gange e lo Yamuna sono i due fiumi più sacri per gli indù, è facile immaginare l’importanza che riveste la confluenza di Allahabad, che infatti viene considerata il sangam per antonomasia.
Oltre a questo, Allahabad è una delle quattro città dove caddero le quattro gocce di amrit (il nettare divino) durante la lotta tra dei e demoni per impossessarsene, quindi è sede ogni 6 e 12 anni delle grandi fiere religiose chiamate kumbh mela, che sono i raduni di esseri umani più grandi al mondo.

L’area del sangam si presenta come una grande distesa sabbiosa che forma il letto del fiume Gange, che vi scorre in mezzo fino ad incontrare lo Yamuna creando una specie di grande T.
Il punto preciso in cui i due fiumi si incontrano è facilmente individuabile grazie a due fattori.
Il primo sono le numerose barche attraccate alla riva, che seppur possano essere leggermente d’intralcio per l’accesso all’acqua, sono piuttosto utili per i pellegrini come punto di appoggio.
Spesso, tra l’altro, durante la lunga stagione secca invernale quando la corrente dei fiumi è decisamente debole, viene creato un piccolo molo tra i due fiumi fiancheggiando una ventina di imbarcazioni le una alle altre.
Altro utile ed apprezzato utilizzo delle semplici ma robuste barche di legno è il servizio proposto da barcaioli che remano fino al luogo propizio e permettono ai pellegrini di immergervisi direttamente.
Il secondo motivo per cui è facilmente individuabile il punto preciso in cui i due fiumi si incontrano è dato dal differente colore delle loro acque: sul verdognolo quelle dello Yamuna, sul marroncino quelle del Gange (anche se gli indiani più poeticamente lo sconderano sweta, bianco).

Sebbene lo scopo religioso della visita ad Allahabad sia quindi quello di compiere le abluzioni, presso quest’area sono presenti alcuni tempi molto frequentati, di cui un paio anche piuttosto originali.
Appena terminata la rampa che si trova presso l’accesso principale al sangam, la strada passa di fianco ad un tempio del dio scimmia Hanuman, la cui peculiarità è data dal fatto che la grande immagine della divinità non è rappresentata, come nella maggior parte dei templi indù, da una scultura collocata davanti ad una parete, bensì è stata scolpita sul pavimento del tempio, poco al di solito del livello della superficie.
Secondo una tradizione locale, quando durante la stagione dei monsoni i fiumi straripano, l’acqua arriva fino a lambire il tempio prima di ritornare lentamente entro gli argini, quasi come se anche i due fiumi andassero a porgere rispetto al dio Hanuman.
Più realisticamente si potrebbe dedurre che il tempio sia stato saggiamente costruito presso il punto che veniva considerato il limite massimo medio dello straripamento stagionale.

Un altro tempio molto originale si trova all’interno dell’unica piccola area accessibile al pubblico del grande forte, situato molto scenograficamente sul fiume Yamuna, che purtroppo non è visitabile poiché conserva ancora oggi le sue originali funzioni di acquartieramento dell’esercito.
Quasi al centro di un giardino piuttosto verdeggiante si trova una tetra scaletta che porta al Patalpuri Temple (Il tempio della città del mondo sotterraneo), una scura stanza dove è conservato l’Akshayavat, L’indistruttibile banyano, un mistico albero di ficus begnhalensis, spesso citato nella mitologia induista.
In realtà pare che questo tronco, decorato con le offerte di cordini e polvere rossi dei fedeli, sia solo un un ciocco dell’albero originale situato invece al centro del forte e quindi non accessibile se non ad un ristretto numero di bramini (sacerdoti).

Come segnalato precedentemente in un post specifico sull’argomento (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/03/il-frullamento-delloceano.html), la tradizione dei quattro luoghi dove caddero le gocce di nettare divino è piuttosto recente e basata su mitologia apocrifa, il mela di Allahabad pare essere piuttosto antico, con il nome di Magh Mela (da magh, il mese del calendario induista tra la metà di Gennaio e la metà di Febbraio durante il quale cade la fiera) proprio grazie alla presenza ed importanza religiosa del sangam.
In effetti, ancora oggi, sebbene le più gigantesche fiere facciano parte del ciclo che comprende anche altre tre città, Haridwar, Ujjain e Nasik, e che vengono celebrate ciclicamente ogni 6 anni (gli Ardh Kumbh Mela, con ardh che singnifica metà) e 12 anni (i Maha Kumbh Mela, con maha che significa grande), tutti gli anni durante il mese di magh il sangam riceve numerose attenzioni dai devoti.
In particolare uno dei giorni più propizi per le abluzioni al sangam è mauni amavasya, letteralmente silenzio del novilunio che si tratta di un giorno dedicato al voto del silenzio (mauni) durante la luna nuova (amavasya), cioè non visibile.
Già normalmente questa giornata viene considerata dai fedeli indù molto importante, in più rappresentano l’apice dei mela di Allahabad, tanto che nel 2013, festeggiando il Maha Kumbh Mela, il giorno di mauni amavasya visitarono la città ben 30 milioni di persone.
Per sistemare questa folla oceanica, duranti i Kumbh Mela tutta l’area del sangam viene letteralmente invasa da migliaia di tende che ospitano asceti, religiosi, pellegrini e turisti, in un’esplosione di colori, suoni, odori e sensazioni che solo una situazione particolare come questa può creare.
Chiaramente per chi non fosse molto propenso ad apprezzare la folla in generale, sarebbe saggio stare invece il più lontano possibile da queste fiere.

Che infatti spesso hanno avuto tragici risvolti: in particolare, durante i mela del 1840, 1906, 1954, 1986 e 2013, si sono verificate delle resse, chiamate in inglese stampede, che hanno causato diversi morti, nel 1954 addirittura circa 800.

venerdì 10 giugno 2016

Akbar, Birbal e il dipinto

Akbar Shah I of India.jpgUn giorno Akbar chiese a Birbal “Fammi un quadro, usa la tua fervida immaginazione!”.
Birbal rispose “Mio Signore, io sono un ministro non un pittore, come potrei dipingere qualcosa?”.
Ad Akbar questa risposta non piacque e disse “Se non mi porti un tuo quadro entro una settimana, ti farò impiccare”.
Tornato a casa a pensare, Birbal ebbe una delle sue geniali idee, trascorse la settimana a casa in santa pace, quindi si presentò a Corte con una cornice coperta da un panno.
Akbar fu molto felice di vedere che Birbal aveva obbedito al suo ordine e scoprì in fretta il quadro, rimanendo però malamente sorpreso.
Il dipinto infatti era composto nella metà superiore di azzurro per il cielo e nella metà inferiore di marrone per la terra, con alcune piccole macchie verdi.
Akbar irritato esclamò “Cos’è questo, Birbal?”.
“Una mucca che mangia l’erba”, rispose Birbal.
Akbar ancor più irretito allora chiese “Dov’è la mucca e dov’è l’erba?”.

Sorridendo Birbal rispose “Ho usato la mia immaginazione: la mucca ha mangiato quasi tutta l’erba ed ora è tornata nella sua stalla”.

mercoledì 8 giugno 2016

Storia sul fachiro Shams Tabrizi

Panorama della moderna città di Tabriz
Shams Tabrizi (Sole di Tabriz) era un fachiro (storicamente un sufi del XII-XIII secolo, accreditato di essere stato il maestro del grande poeta Rumi), che ricevette questo nome per il suo grande potere spirituale.
Divenne noto a Tabriz, nell’attuale Iran occidentale, per essere in grado di fare miracoli e naturalmente si fece dei nemici, invidiosi delle sue capacità.
Un giorno, per metterlo alla prova, il capo dei magistrati religiosi lo fece chiamare e gli disse “Abbiamo sentito che puoi fare molte cose impossibili. Riporteresti in vita questo ragazzo, per piacere?”, indicando il cadavere lì accanto, quello dell’unico figlio del Re.
Shams Tabrizi acconsentì e chiese al ragazzo di alzarsi nel nome di Allah.
Dopo alcuni tentativi infruttuosi, si arrabbiò e gridò “Va bene, allora, nel mio nome alzati!”.
Come terminò di pronunciare queste parole, il ragazzo fu riportato in vita.
Naturalmente tutti pensarono che Shams Tabrizi sarebbe stato ricompensato per aver resuscitato il figlio del Re, ma il magistrato disse “Poiché ha fatto resuscitare il cadavere nel suo nome, è un infedele e dev’essere scorticato vivo”.
Shams Tabrizi dovette far risorgere il ragazzo nel proprio nome perché era la sua personale shakti (energia spirituale) che gli dava così tanto potere.
Comunque fu scorticato vivo e mentre questo avveniva, non rinunciando ai suoi principi spirituali, disse “Non importa, pensano forse di stare colpendo me, mentre torturano questo corpo?”.

Vi era però una buona ragione per cui Shams Tabrizi dovesse terminare la sua esistenza mortale scorticato vivo.
Alcuni anni prima, mentre si trovava nei pressi della città ora chiamata Abbottabad, in Pakistan (nota recentemente come ultima dimora di Bin Laden), si era inebriato del suo stesso potere.
Un giorno, giunto nei pressi di un fiume, aveva fame e disse ai pesci del fiume “Venite qui!”, ed essi saltarono sulla sabbia.
Poi guardò il sole e disse “Shams (sole), cuocili!”, ed il sole arrostì i pesci per lui.
Facendo questo però, non si curò delle altre creature animali e vegetali che vivevano nella zona, le quali furono anch’esse bruciate dal sole.
Grave errore per un grande santo come lui, che infatti, più in là nella sua vita, dovette pagare per aver ecceduto oltre i limiti nell’uso dei propri poteri, ed ancora oggi Abbottabad è uno dei posti più caldi dell’Asia.

(Ultima nota storica: a parte questa leggenda, la morte di Shams Tabrizi fu davvero misteriosa, in quanto sembra che sparì all’improvviso e non è chiaro se di propria volontà o assassinato dai numerosi nemici che aveva, compresi alcuni discepoli di Rumi, invidiosi della speciale relazione tra i due).

martedì 7 giugno 2016

Il cibo etnico nepalese: cucina newari e thakali

Un tipico set completo della cucina newari
Tra le numerose etnie del Nepal sono essenzialmente due quelle che possiedono una tradizione culinaria abbastanza caratteristica da renderle distinguibili dalla comune cucina nepalese e sono i newari ed i thakali.
Sia nella Valle di Kathmandu che a Pokhara, i purtroppo non numerosi ristoranti che vantano una buona cucina tradizionale locale appartengono a queste etnie e propongono vari piatti piuttosto insoliti.
Alcuni di questi ristoranti tradizionali sono in realtà delle mezze “trappole” turistiche, dedicate ai gruppi organizzati, ai quali vengono proposti canti e balli, grandi buffet piuttosto dozzinali e non molto originali, il tutto a prezzi neanche economici.
Un numero molto esiguo di ristoranti etnici cerca invece di proporre davvero del cibo più ricercato, ma godono di poco successo per questioni non tanto di qualità ma puramente di mercato, nel senso che ai turisti occidentali, seppur desiderosi di fare nuove esperienze culinarie, bastano ampiamente i tre piatti che abbiamo visionato in un precedente post, dal-bhat-tarkari, chowmein e momo (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/02/cibo-nepalese-dal-bhat-chowmein-e-momo.html), per avere un tocco di cucina nepalese e quelli li possono assaggiare in qualunque ristorante.
I clienti nepalesi invece sono già meno numerosi per questioni economiche ed anche quelli che se lo possono permettere sono poco propensi a frequentare questi locali etnici, per loro forse scontati, ma preferiscono i più rinomati ristoranti turistici per mangiare pizza e spaghetti.
Che è un peccato, perché col tempo queste ricche tradizioni culinarie rischiano di scomparire.

La cucina newari, ad esempio, è storicamente piuttosto varia (volendo le vengono attribuiti anche i momo), grazie al fatto che l’etnia abita da secoli la fertile Valle di Kathmandu, dove si può dedicare con successo alla coltivazione di verdure più diversificate di quanto non avvenga nelle colline.
E grazie a condizioni economiche leggermente migliori della media del paese, la cucina newari prevede un disinvolto uso di carne, principalmente di bufalo e capra.
Nella zona turistica del lungolago di Pokhara, da molti anni è presente un piccolo ristorante newari, ben curato, che cucina alcuni piatti insoliti, ma a causa di vari motivi, risulta essere quasi sempre deserto, eccetto in parte i week-end ed i giorni di festa, quando compaiono alcuni gruppi di ragazzi o qualche coppietta nepalese benestante.
A parte il fatto che i piatti sono piuttosto costosi (anche secondo il già alto standard turistico della zona), le porzioni esigue ed i tempi di attesa biblici, il cibo è piuttosto buono, soprattutto i set completi di riso e verdure, dove si possono assaggiare pietanze un po’ diverse, quali ad esempio il musya, semi di soia abbrustoliti e speziati, o il wauncha, un saporito curry di verdure a foglia.
Personalmente lo frequentiamo talvolta per un piatto tipico newari piuttosto famoso ma che raramente compare nei menù dei ristoranti, il chatamari.
Si tratta di una sottile e croccante crèpe di riso circolare, sopra la quale vengono servite delle verdure tagliate in piccoli cubetti (o anche carne tritata per i non-vegetariani), tenuti insieme da formaggio fuso.
Niente di speciale, ma un gusto un po’ diverso e con una birra fresca è un ottimo aperitivo.
Tra i piatti di carne tipici newari, durante una ricerca su Wikipedia di alcuni dettagli precisi per questo post, abbiamo scoperto alcune pietanze che sembrano essere delle assolute e ricercate prelibatezze, come il sapu micha e lo swan puka.
Purtroppo sono piatti molto rari, riservati a particolari festività ed eventi, e difficilmente compaiono nei menù dei ristoranti, anche specializzati: in tutta la Valle di Kathmandu pare siano 2 o 3 i locali dove vengono cucinati.
Il sapu micha, letteralmente borsetta di trippa, è un involtino di trippa centopelli, ripieno di midollo tagliato in piccoli cubetti e speziato, chiuso con ago e filo, quindi bollito e fritto.
Una volta pronto, si afferra dalla parte della cucitura, si introduce in bocca il fagottino e si tira via il filo per liberare gli ingredienti al suo interno.
Lo swan puka consiste invece in polmoni di capra, farciti di spezie, quindi bolliti, affettati e saltati in padella: non possiamo scommettere sul sapore, ma l’originalità è certa.
Infine, l’etnia newari è nota anche per una certa propensione nel consumo dell’alcool (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/05/bevande-alcoliche-nepalesi.html), soprattutto durante le numerose festività, quando, a quanto pare, scorre a fiumi.
Accanto ai moderni prodotti occidentali quali birra e whisky, è ancora piuttosto diffuso il consumo di bevande tradizionali, quali il thwon, una birra di riso e l’ayla, un potente distillato ricavato da riso, grano o miglio, molto simile alla grappa.

L’etnia thakali abita principalmente le colline e la parte più bassa delle montagne, ed è famosa per le abilità mercantili, sviluppate nei secoli grazie alla posizione su antiche vie del sale.
Al giorno d’oggi i thakali sono noti per essere ottimi gestori di strutture turistiche e quindi di ristoranti dove servono la propria cucina, che si inserisce per storia, posizione geografica ed ingredienti, tra quella montana himalayana e quella delle pianure, distinguendosi leggermente dalla più comune e modesta cucina pahari, collinare.
Sempre sul lungolago di Pokhara è stato recentemente aperto un ristorante thakali, piuttosto costoso ma abbastanza frequentato da clientela nepalese, in particolare a pranzo per ricchi e gustosi thali (set completi) di dal-bhat-tarkari (brodo di lenticchie, riso e verdure).
Lì la nostra personale visita-esperimento era stata stimolata dalla ricerca di uno snack tipico thakali, che come il chatamari newari, si sposa perfettamente con la birra per un aperitivo vagamente esotico.
Il kanchimba è uno snack costituito da piccoli cilindri di pasta di farina di miglio fritti in olio o burro chiarificato, serviti lisci come salatini.
Sempre tra gli snack originali thakali, semplice ma saporito è il bhadmaas, una specie di insalata di semi di soya abbrustoliti e speziati, mischiati a cubetti di cetriolo, pomodoro, cipolla e peperoncino.
Le aloo sadeko sono invece un’insalata di patate bollite e speziate, sempre un ottimo snack freddo, per i caldi giorni estivi, sperando che il cuoco non decida di triturarvi troppo peperoncino.
Ma i piatti forti di questo ristorante sono sicuramente i mini-set ed i thali che vengono proposti sia nella versione più comune accompagnati dal riso, ma anche dagli insoliti e caratteristici kghen e dhindo.
I kghen sono delle soffici focaccette rotonde a base di farina di miglio, mentre il dhindo consiste in una specie di pudding o polenta, a base di acqua, farina di miglio o di grano e burro chiarificato.

In particolare i kghen si sposano molto bene con piatti asciutti, quali ad esempio le verdure fini, patate e cipolle, o simi, patate e fagiolini, mentre il dhindo è ottimo per accompagnare piatti più sugosi, o anche il dal (brodo di lenticchie), che in questo ristorante viene proposto in 3-4 varianti piuttosto saporite.

lunedì 6 giugno 2016

Parabola su Pyaredas e la devozione al proprio guru

Pyaredas era un uomo dissoluto, alcolizzato ed ossessionato dalle donne.
Un giorno questo fannullone incontrò un asceta che gli disse “Pyare, tu sei completamente devoto alla carne, alla pelle, alle ossa! Se tu amassi Dio tanto quanto ami il tuo corpo, ti puoi immaginare cosa diventeresti?”.
Queste parole ebbero un tale effetto su Pyaredas, che questi lasciò ogni cosa e prese quel santone come maestro.
Lo amava tantissimo ed era così devoto a lui che praticamente non lo lasciava mai, neanche per un attimo.
Quando venne il momento per il guru di lasciare il corpo, questi iniziò a preoccuparsi per lo shock che avrebbe ricevuto Pyaredas, così gli disse “Pyare, vai nella tal città e aspettami lì”.
Appena Pyaredas partì, il maestro lasciò il corpo.
Pyaredas aspettò per molti giorni e non vedendolo arrivare decise di tornare indietro al villaggio del guru, dove apprese la notizia che era deceduto e che avevano già eretto una lapide in sua memoria.
Appena lo seppe, Pyaredas si precipitò dove era conservata la lapide ed iniziò a piangere finché non divenne cieco.
Alla fine decise di uccidersi, sbattendo ripetutamente la testa contro la lapide, ma poco prima di spaccarsi del tutto il cranio, il maestro gli apparve in forma eterea, curò la sua cecità, le ferite alla testa ed entrò nel suo corpo; quindi i due vissero in quel corpo per circa cent’anni.

Inutile evidenziare che una simile devozione verso il proprio guru sia molto rara.

domenica 5 giugno 2016

Pellegrinaggi in onore di Vishnu

Vishnu.jpgTrattando dei pellegrinaggi dedicati alle singole divinità, seguendo la tradizione del pantheon indù la prima divinità sarebbe Brahma, ma a causa di un importante episodio mitologico, non viene venerato e non gode di un proprio culto.
Un giorno Brahma e Vishnu stavano litigando su chi dei due avesse la supremazia sul creato, quando all’improvviso emerse dal terreno un potente raggio luce.
Le due divinità, per cercare di capire cosa fosse, decisero di scoprirne l’origine, Vishnu, e la fine, Brahma, ma senza riuscire a trovarli, finché dopo anni di infruttuose ricerche, dal fascio di luce emerse Shiva.
Vishnu capì subito di essere stato sconfitto mentre Brahma mentì affermando di aver trovato la fine, sicché Shiva benedisse Vishnu, che infatti è da allora considerato il suo compagno preferito, e maledì Brahma, che quindi non sarebbe stato venerato dagli esseri umani.
Nonostante questo, anche a lui è dedicato un luogo sacro, la famosa e graziosa cittadina di Pushkar, in Rajasthan, dove si trova quello che viene considerato l’unico tempio della divinità.
Il collegamento mitologico con Brahma proviene dal fatto che, proprio sdraiato sulle acqua del sacro lago di Pushkar, Vishnu creò dal suo ombelico un fiore di loto, sul quale era seduto Brahma, che a sua volta creò l’universo manifesto, chiamato infatti in sanscrito Brahmananda, letteralmente l’uovo (anda) di Brahma.
In realtà oggigiorno, anche per gli indiani la cittadina di Pushkar è più che altro un centro turistico, seppur non manchino di porgere i loro rispetti al tempio di Brahma e di celebrare la pooja (cerimonia) sui gradini del lago.

La seconda divinità della trimurti indiana è Vishnu, al quale sono dedicati numerosi pellegrinaggi, tra cui i più popolari sono quelli legati alla sua ottava avatar (incarnazione), cioè Krishna.
Essendo questi nato a Mathura ed avendo trascorso la giovinezza nelle vicine foreste di Vrindavan, tutta questa zona, situata non molto lontano da Delhi e Agra, gode di continui pellegrinaggi da parte dei devoti del dio.
In occasione di particolari festività, quali il giorno di nascita di Krishna od altri legati alla sua mitologia, quest’area viene presa d’assalto da migliaia di pellegrini, ma, data la comodità nel raggiungerla e un clima non eccessivamente estremo (a parte il caldo periodo che precede il monsone), Mathura, Vrindavan e i loro dintorni possono essere visitati senza grossi problemi pressoché tutto l’anno.
Altri due luoghi di culto molto importanti per i devoti di Krishna sono Puri e Dwarka, già parte del pellegrinaggio del Char Dham, discusso in uno specifico post (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/05/il-pellegrinaggio-char-dham.html).

La seconda avatar più popolare di Vishnu è il dio Rama (precisamente la settima incarnazione) e seppur a Lui non sia dedicato nessun particolare percorso, sparsi nel subcontinente vi sono molti luoghi considerati sacri dai suoi seguaci e quindi meta di pellegrinaggio.
In particolare si tratta di località dove si ritiene Rama abbia visitato durante i 14 anni di esilio prima di essere nominato re.
Chiaramente molta importanza è data al luogo di nascita della divinità, la città di Ayodhya, nello stato indiano dell’Uttar Pradesh, purtroppo nota a causa di alcuni disordini scoppiati nei primi anni ’90, sull’annosa e spinosa questione della Babri Masjid, una moschea fatta costruire dall’imperatore mussulmano Babur su quello che viene ritenuto essere il luogo di nascita di Rama.
La città comunque è nota anche per l’elevatissimo numero di templi, alcuni dei quali più o meno legati alle mitologiche gesta del dio.
I periodi più importanti per visitare questo luogo di pellegrinaggio, su tutti il giorno di nascita di Rama, chiaramente sono anche quelli in cui è maggiore il rischio di disordini, quindi sta leggermente perdendo il favore dei devoti.

Altri interessanti luoghi legati a Rama si trovano in Madhya Pradesh, nei pressi del confine con l’Uttar Pradesh, dove sono situate alcune foreste in cui pare la divinità abbia trascorso gran parte dei 14 anni del suo esilio.
La cittadina di Chitrakoot e le verdi colline circostanti sono legati a varie vicende del Ramayana e vi si trovano numerosi templi e santuari, molto suggestivi, che le ricordano.
Innanzitutto il Ram Ghat, la zona sacra sulle sponde del piccolo fiume Mandakini ed intorno al quale si è sviluppato il paese, che pare fosse uno dei luoghi preferiti da Rama e suo fratello Lakshman per fare abluzioni e compiere rituali.
La Kamadgiri è invece la collina dove Rama, sua moglie Sita e Lakshman costruirono la loro capanna, ed alla base della quale si snoda un percorso sacro di circa 4 chilometri, costellato di templi e santuari.
L’Hanuman Dhara, letteralmente La sorgente di Hanuman (il dio scimmia, grande devoto di Rama), è una fonte d’acqua situata quasi sulla cima di una ripida e rocciosa collina, intorno alla quale è stato costruito un tempio dedicato ad Hanuman, il quale pare venne qui a rinfrescarsi dopo aver scoperto il luogo di prigionia di Sita, quando venne rapita dal demone Ravana.
L’Anasuya Ashram è un tempio-ostello, dove Sita incontrò Anasuya, la moglie di un rishi (antico saggio) e ricevette preziose istruzioni sui doveri di una moglie devota, mentre la Gupta Godavari sono due piccole grotte dove Rama e Lakshman amavano sedere in meditazione.
Oltre a questi nella zona sono situati altri luoghi di culto di una certa importanza, per i dettagli dei quali rimandiamo ad un post specifico su Chitrakoot (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/03/la-cittadina-sacra-di-chitrakoot.html).

Nella punta più meridionale della penisola indiana, proprio di fronte allo Sri Lanka, si trova infine Rameswaram (già parte del pellegrinaggio del Char Dham) che viene considerato il luogo dove Rama costruì il ponte per raggiungere l’isola di Lanka dove era stata imprigionata sua moglie Sita, rapita dal potente demone Ravana.
Una volta terminata vittoriosamente la guerra contro Ravana e liberata Sita, qui Rama compì rituali in onore di Shiva affinché l’assolvesse da eventuali peccati commessi durante questa impresa.

Legato al culto di Rama bisogna ricordare anche la città di Janakpur, luogo di nascita di sua moglie Sita, che si trova nelle pianure nepalesi, poco oltre il confine con lo stato indiano del Bihar.
Sebbene Janakpur sia quindi al di fuori dei più battuti percorsi sacri indiani, risulta essere molto popolare presso gli induisti nepalesi (circa l’85% della popolazione), e durante alcune ricorrenze, quali la nascita di Sita, la città per alcuni giorni diventa meta di massicci pellegrinaggi.

L’importanza per i devoti indiani si può notare nel fatto che l’unica tratta di ferrovie di tutto il Nepal, circa 59 chilometri, fu costruita dalle ferrovie indiane proprio per collegare il confine con Janakpur.