martedì 20 giugno 2017

I fiumi del Nepal, III parte Bacino del Bagmati

Il bacino idrico del fiume Bagmati si trova nella zona centrale del Nepal e seppur abbia un volume d’acqua abbastanza ridotto, riveste una notevole importanza socio-culturale.
Rispetto agli altri più grandi fiumi nepalesi, infatti, il Bagmati non trae la sua origine dai ghiacciai himalayani e la sua portata dipende essenzialmente dalle piogge monsoniche, ma attraversa la Valle di Kathmandu, da sempre centro nevralgico della storia del Nepal.
Lungo le sue sponde sorgono alcuni dei luoghi sacri più noti del paese e riveste notevole importanza sia per l’induismo che per il buddismo.

Formatosi dalla confluenza di tre ruscelli presso le colline Shivapuri, a circa una ventina di chilometri nord-est di Kathmandu, il fiume Bagmati incontra poco dopo il bel tempio di Gokarna Mahadev, costruito proprio sulle sue sponde, quindi entra nell’agglomerato urbano di Kathmandu, passando nei pressi del grande stupa di Bodhnath.
In città attraversa l’area sacra di Pashupatinath, della quale, insieme all’omonimo tempio principale, il Bagmati è una delle principali attrazioni, visto che è proprio sulla sua riva destra che avvengono le rituali cremazioni.

Proseguendo ancora verso sud, costituendo vagamente il confine orientale di Kathmandu, il Bagmati incontra il fiume Manohara e devia verso ovest, fungendo da divisione tra la capitale e la città di Patan.
Questa zona del fiume anticamente era molto frequentata per motivi religiosi ed ospitava numerosi santuari interessanti, che fino a pochi anni fa giacevano però in uno stato di quasi completo abbandono, diventato totale dopo i danni del terremoto del 2015.
Prima di uscire dal centro abitato e piegare verso sud, il Bagmati incontra un altro suo affluente, il Vishnumati, che forma il confine occidentale del centro storico di Kathmandu.
Proseguendo il suo corso, il Bagmati supera la periferia di Patan, quindi attraversa la Gola di Chobar, un piccolo canyon, formatosi alcune migliaia di anni fa, quando forti movimenti tellurici crearono questa spaccatura tra le colline, dalla quale defluì l’acqua che formava il gigantesco lago che occupava l’attuale Valle di Kathmandu.

Una volta uscito dalla valle, il Bagmati attraversa anonime zone di campagna, aumentando lentamente la sua portata che raggiunge il suo massimo una volta entrato in India, grazie all’immissione di almeno due grandi affluenti: il fiume Lakhandei ed il Kamala.
Originario delle colline Shivalik, il Lakhandei si unisce al Bagmati nello stato indiano del Bihar, nei pressi della cittadina di Sitamarhi, mentre il Kamala si immette nel Bagmati poco più avanti, nel distretto di Khagaria, dove, dopo non molto terminerà anche il corso del Bagmati che merge nel più grande fiume Koshi.

Purtroppo, a causa della presenza di numerosi corsi d’acqua, quest’area è soggetta a periodiche e devastanti innondazioni.

lunedì 19 giugno 2017

I fiumi del Nepal, II parte Bacino del Koshi

Zangmu frontiere.JPG
Il Ponte dell'Amicizia sul fiume Sun Koshi, che segna il confine tra il Nepal e la Cina

Continuando la nostra panoramica dei fiumi del Nepal, in questo post tratteremo dei corsi d’acqua che formano il bacino idrico del Koshi.

Come abbiamo già avuto modo di notare in un precedente articolo sui fiumi indiani (http://informazioniindiaenepal.blogspot.com/2017/03/i-fiumi-piu-lunghi-dellindia-iii-parte.html), il Koshi o Kosi, lungo circa 720 km, è un corso d’acqua piuttosto interessante, di una certa importanza geografica, economica e culturale.
La sua origine nelle zone meridionali del Tibet è alquanto confusa a causa dei numerosi piccoli torrenti presenti tra i ghiacciai e le alte montagne.
Anche entrando in territorio nepalese sono ben 7 i fiumi tributari di questo corso d’acqua, che dopo aver attraversato il canyon Chatra Gorge nel Nepal orientale, viene infatti chiamato Saptakoshi, con sapta che significa appunto sette.
Superato il confine indo-nepalese, il Koshi attraversa il nord dello stato del Bihar per andare infine a sfociare nel Gange.

Dei sette fiumi che formano il Koshi, il corso d’acqua più importante è sicuramente il Sun Koshi (Fiume d’Oro, da sun che in nepalese significa appunto oro), che nasce in Tibet e contribuisce per circa il 44% del volume del Koshi.
Anche l’Arun River ha origine in Tibet, da un ghiacciaio presso il Sishapangma (il 14esimo ottomila, con la cima a 8.027 m s.l.m.), e contribuisce a circa il 37% dell’acqua che forma il fiume Koshi.
Il fiume Tamur nasce in Nepal nella regione orientale attorno al monte Kanchenjunga (la terza vetta più alta al mondo con 8.586 metri) e costituisce circa il 19% del volume del Koshi.
Il Dudh Koshi ha origine dai ghiacciai del monte Everest ed è considerato il fiume più alto al mondo.
Il nome significa letteralmente latte, per il colore bianco causato dalle continue rapide dovute alla notevole pendenza media, attorno al 5%, prima di mergere nel Sun Koshi.
Il fiume Indravati nasce dal versante meridionale dell’Himalaya centrale, nella regione del Langtang-Helambu, oltre il confine nord-orientale della Valle di Kathmandu, ed è il maggior affluente destro del Sun Koshi.
Il Barun River ha origine dall’omonimo ghiacciaio situato alla base del monte Makalu, che con 8.485 metri è la quinta montagna più alta al mondo, e dopo aver attraversato alcune delle aree dell’Himalaya più selvagge e meno popolate, il Barun diventa un tributario dell’Arun River.
L’ultimo corso d’acqua che forma il Saptakoshi è il Bhote Koshi, un affluente occidentale del Dudh Koshi, il cui nome significa dal nepalese il fiume tibetano (bhote), creando un possibile fraintendimento con il Sun Koshi, la cui parte più alta viene anch’essa chiamata Bhote Koshi, in quanto scorre in Tibet.

Bhote Kosi near Tibet.JPG
Un tratto del Bhote Koshi tra il Nepal ed il Tibet
Il percorso del Koshi è quindi caratterizzato dalla presenza di numerosi ecosistemi, partendo dall’altopiano tibetano, le montagne e le colline himalayane, le catene collinari del Mahabharat e Shivalik, ed infine le pianure del Terai.
Data l’ampiezza e ricchezza del bacino idrico, purtroppo il Koshi è noto per le numerose e devastanti alluvioni, il cui numero elevato di vittime dipende dal fatto che, grazie alla fertilità dei terreni, proprio le aree a maggior rischio innondazioni sono le più popolose.
Fin dagli anni ’60 il governo nepalese, in collaborazione con quello indiano, sta cercando di limitare i danni con la costruzione di dighe, sbarramenti e canali, su tutti il grande Koshi Barrage, ma la situazione resta complicata.

Culturalmente il Koshi è citato sia nei Veda che nel Mahabharata ed in alcuni purana, ma non ospita centri religiosi di particolare interesse.
Al contrario, negli ultimi decenni, il bacino del Koshi sta attirando un numero sempre maggiore di turisti, grazie alla presenza del Sagarmatha National Park, il parco nazionale sorto attorno al Monte Everest, ed il Koshi Tappu Wildlife Reserve, che protegge invece le foreste collinari e di pianura.

In lento ma costante sviluppo sono anche le attività sportive d’avventura che si possono praticare sul fiume Koshi, come rafting e canyoning.

domenica 18 giugno 2017

I fiumi del Nepal, I parte Introduzione e Bacino del Mahananda

Grazie alla presenza di vasti ghiacciai perenni e ad un clima montano decisamente piovoso, il Nepal è attraversato da numerosi corsi d’acqua.
Nonostante l’elevato numero, a scopo descrittivo possono essere facilmente divisi in cinque grandi bacini idrici, che prendono il nome del fiume più importante nel quale confluiscono quelli minori.
Partendo da est sono: il Mahananda, il Sapta Koshi, il Bagmati, il Narayani (o Gandaki) ed il Karnali (o Ghaghara)
Un’esposizione seguendo invece come ordine la lunghezza risulta più complessa a causa del fatto che i principali fiumi nepalesi sono trans-nazionali, scorrendo da nord a sud per entrare in India e diventare affluenti del Gange, obbligando quindi ad una difficile distinzione tra la lunghezza complessiva e quella invece relativa al territorio nepalese.

In generale, contrariamente a quanto accade in India (per ulteriori dettagli sui fiumi indiani http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/search/label/Geografia%20e%20clima), i corsi d’acqua del Nepal non hanno particolari significati storici e culturali, ed anche l’importanza religiosa non è neppure paragonabile a quella dei più noti fiumi indiani come ad esempio il Gange, lo Yamuna ed il Godavari.
La caratteristica principale dei fiumi nepalesi è la varietà naturalistica e paesaggistica, scorrendo spesso in territori incontaminati, dalle alte montagne himalayane, lungo verdeggianti colline, fino alle pianure del Terai, attraversando quindi numerose zone climatiche ed ecosistemi.
Da alcuni decenni, i corsi d’acqua del Nepal stanno iniziando ad avere anche una notevole importanza economica, soprattutto nella produzione di energia elettrica.
Purtroppo a causa delle ancora arretrate infrastrutture e limitate risorse finanziarie, al momento il suo enorme potenziale è solo parzialmente sfruttato, ma con il tempo, e magari anche i giusti investimenti, grazie a stabilimenti idroelettrici, il Nepal dovrebbe riuscire a coprire il fabbisogno nazionale ed addirittura esportare elettricità in India.

Bacino del Mahananda
Il fiume Mahananda ha origine nelle colline himalayane, nei pressi della cittadina di Darjeeling nello stato indiano del  Bengala Occidentale, a circa 2.100 metri di altitudine, ed in alcuni punti costituisce il confine tra l’India ed il Bangladesh.
Il suo corso non interessa quindi direttamente il Nepal, che è invece bagnato dai tre fiumi che formano il bacino idrico del Mahananda: il Mechi, il Kankai ed il Ratua Khola.

Il Mechi nasce in Nepal nella catena collinare del Mahabharat e forma per un lungo tratto il confine orientale  tra Nepal ed India, prima di entrare nello stato indiano del Bihar e mergere nel Mahananda.
Di notevole importanza, da secoli, per l’irrigazione di una vasta e popolosa area, da alcuni anni India e Nepal stanno studiando un ambizioso progetto di costruzione di un canale per collegare il Mechi con il fiume Koshi, con il doppio scopo di conservare e distribuire acqua per le coltivazioni, e ridurre i danni delle innondazioni.

Anche il fiume Kankai ha origine nelle colline Mahabharat del Nepal e scorre in direzione sud verso lo stato indiano del Bihar dove merge nel Mahananda.
Come il Mechi il Kankai ha una notevole importanza per l’irrigazione e sono in fase di studio progetti di costruzione di ulteriori canali per unire anche questo corso d’acqua con il già citato collegamento tra il Mechi ed il Koshi.

Il Ratua Khola ha un corso più modesto, in mezzo ai due precedenti, scendendo dalle colline Churia per entrare in Bihar ed unirsi al Kankai.

venerdì 16 giugno 2017

La statua di Kailashnath Mahadev

La statua di Kailashnath Mahadev (nota tra i nepalesi più semplicemente come Shiva Statue), è una grande scultura del dio Shiva, situata nei pressi della Arniko Highway, a circa 20 km a est di Kathmandu.
Costruita tra il 2003 ed il 2010, ed inaugurata nel 2011, in cemento, acciaio, zinco e rame, è alta ben 44 metri, che la rendono la statua di una divinità induista più alta al mondo ed attualmente (Giugno 2017) la 40esima in assoluto.

Considerando le notoriamente disastrose finanze del paese, è lecito chiedersi se il Nepal avesse bisogno di un monumento del genere: se le divinità esistono ed hanno davvero a cuore la sorte di noi comuni mortali, forse anche Shiva avrebbe preferito che quelle risorse venissero spese per opere di maggiore utilità pubblica.
Nonostante questo, il sito è gradevole, curato e si inserisce abbastanza bene nel contesto delle verdeggianti colline che lo ospitano.

Le vie d’accesso sono due: una lungo un ampio sentiero in terra battuta, che sale dal fondo valle e giunge, frontalmente, ai piedi della statua.
Il secondo accesso, usato prevalentemente dai visitatori dotati di un proprio mezzo, segue una deviazione dalla strada principale salendo attraverso un piccolo borgo, per terminare in un minuscolo posteggio da dove parte un sentiero lastricato che in poche decine di metri porta, da dietro, ai piedi della statua.

L’area è composta da uno spiazzo circolare, al centro del quale è situato il piedistallo sul quale poggia la statua, ed una breve ma ampia scalinata a due ali, molto apprezzata per fotografie panoramiche e selfie.
Tra lo spiazzo e la scalinata sono presenti due pilastri sopra i quali sono collocate altre due piccole sculture: una rappresenta la moglie di Shiva, Parvati, insieme ai due figli, Ganesh e Karthik, mentre l’altra statua è dedicata a Nandi, il toro veicolo di Shiva.
Nell’area sono presenti due piccoli negozi: uno di souvenir, snack e bevande, l’altro solo di snack e bevande.

Kailashnath Mahadev è la rappresentazione di Shiva (Mahadev, Grande Dio, è uno dei suoi più comuni appellativi) come Signore (nath) del Kailash, una montagna sacra, situata nel Tibet sud-occidentale, considerata il luogo preferito da Shiva.
In questa forma il dio viene raffigurato come un asceta, vestito con un telo attorno ai fianchi, i sandali di legno, una collana di semi di rudraksha (provenienti dalla pianta himalayana elaeocarpus granitum e sacri a Shiva), un grande cobra intorno al collo e due più piccoli attorno alle braccia, e con il braccio sinistro appoggiato ad un lungo tridente che scende fino a terra.
Se le proporzioni generali della statua ed i dettagli sono ben riusciti, purtroppo lo stesso non si può dire dell’espressione del viso del dio, con gli occhi che sembrano avere delle pesanti borse, mentre guance e labbra appaiono eccessivamente paffute.
Essendo rivestita di rame, il colore è un gradevole marrone tendente al rosso.

Dal punto di vista ingegneristico possiamo ragionevolmente affermare che siano stati seguiti criteri da garantire alla statua di Kailashnath Mahadev una lunga esistenza, portando a riprova l’aver resistito senza problemi alle numerose e potenti scosse del terremoto del 2015.

Pare che a fronte di un’altezza di 44 metri, le fondamenta siano profonde circa 30, e che siano stati fatti anche lavori proprio per stabilizzare il terreno della collina su cui sorge; probabilmente anche a questo è legata la conservazione dell’originale copertura forestale.

giovedì 15 giugno 2017

Il trekking dell'Helambu, VII tappa Tarkeghyang-Kathmandu via Thimbu e via Sermathang

Un piccolo santuario buddista
Dopo la sosta a Tarkeghyang, il trekking dell’Helambu prevede ancora una tappa, prima di raggiungere strade sterrate servite da mezzi pubblici che portano a Kathmandu, ma offre agli escursionisti due alternative: la prima, via il paesino di Thimbu, la seconda, attraverso il villaggio Sermathang.

La prima opzione è più diretta e prevede di scendere per circa 3-4 ore lungo la valle del torrente Melamchi Khola fino a Thimbu, a soli 1.580 metri di altitudine, dove fino all’ora di pranzo partono degli autobus sgangherati che portano a Kathmandu (nel pomeriggio il servizio viene interrotto per evitare che i mezzi circolino al buio).
Partendo presto da Tarkeghyang e procedendo a passo sostenuto, sarebbe quindi possibile rientrare nella civiltà già nel pomeriggio, ma dopo aver trascorso una settimana tra i monti ed essersi svegliati in un tranquillo pesino come Tarkeghyang a 2.740 metri di altitudine, rientrare nel traffico ed il caos di Kathmandu potrebbe essere traumatico, motivo per cui consigliamo vivamente un’altra notte in trekking.
A circa metà strada si incontra il paesino di Kakani, che sembra una versione in miniatura di Tarkeghyang, ma purtroppo al momento non sono presenti lodge per gli escursionisti, quindi bisogna proseguire fino a Thimbu.
Situato a fondo valle, nel punto di incontro del torrente Melamchi Khola con il piccolo Thimbu Khola, già prima delle terremoto del 2015 Thimbu non era un luogo molto attraente, essendo composto prevalentemente da case di lamiera sparse tra i campi.
Al momento sembra un grande cantiere, anche a causa della nuova strada sterrata che prosegue lungo la valle, ma alcuni edifici sono ormai sul punto di essere completati, tra cui uno che dovrebbe essere un comodo albergo.

Panorama sulle colline
Dopo Thimbu il percorso prosegue lungo lo sterrato che attraversa la verdeggiante e piacevole valle del Melamchi Khola, dove trascorrere un’ultima notte prima di rientrare a Kathmandu.
Alcune possibilità di alloggio si trovano presso il paese di Kiul, a circa un paio d’ore da Thimbu, ma anche nei villaggi successivi, come Talamarang e Melamchi Pul, seppur siano situati ad una certa distanza, quindi sarebbe utile raccogliere informazioni precise a Thimbu e lungo il percorso.

La seconda alternativa dopo la tappa di Tarkeghyang prevede una sosta a Sermathang ed è leggermente più lunga ma anche più montana e gradevole, seppur, a dire il vero, riguardo questa tratta non abbiamo notizie di prima mano, avendo scelto, entrambe le volte che bbiamo percorso il trekking dell’Helambu, la soluzione via Thimbu.
La tappa dura circa 6-8 ore, passando presso il paesino di Ghangyul, situato a circa metà strada a 2.770 metri di altitudine, dove pare esserci una sorgente d’acqua calda e un lodge, almeno stando all’ultima edizione della cartina dell’Helambu più diffusa in Nepal.
Sermathang è un villaggio composto da varie costruzioni sparse tra i campi lungo il fianco di una collina, a circa 2.590 m s.l.m. ed è uno dei centri più grandi dell’etnia yolmo, simile a quella sherpa e tipica di questa regione.

Allevamento di trote presso Kiul
Probabilmente anche Sermathang ha subito qualche danno da parte del terremoto, ma data la relativa importanza ed essendo raggiunta da una strada sterrata, si può ragionevolmente supporre che la ricostruzione proceda abbastanza spedita.
Seppur, come già detto, non abbiamo avuto modo di visitarlo di persona, sappiamo per certo che sono presenti alcuni lodge per gli escursionisti, mentre abbiamo dubbi sull’affidabilità del servizio di autobus che dovrebbe collegare Sermathang a Kathmandu.
Nel caso non fosse disponibile, bisognerebbe incamminarsi alla mattina presto alla volta di Thimbu, scendendo abbastanza ripidamente lungo un sentiero che incrocia spesso una strada sterrata, permettendo di coprire un dislivello di ben mille metri in circa 2-3 ore.
Sempre secondo la mappa del trekking dell’Helambu, da Sermathang dovrebbe esserci un sentiero più diretto, e quindi veloce, alla volta di Kiul, ma il percorso attraversa zone disabitate e non sappiamo se sia facile da seguire o meno.

Chiaramente si può anche proseguire la strada sterrata che supera Sermathang ed attraversa alcuni piccoli villaggi, fino ad unirsi con la strada principale a Melamchi Pul, il centro abitato più grande della zona, che ormai si trova a soli 870 metri di altitudine.

martedì 13 giugno 2017

Il trekking dell'Helambu, VI tappa Melamchigaon-Tarkeghyang

Scorcio del paese di Tarkeghyang
Il paesino di Tarkeghyang si trova sul versante opposto della vallata rispetto a Melamchigaon, dal quale si può facilmente scorgere trovandosi a poche centinaia di metri in linea d’area ed a circa la stessa altitudine, 2.530 m Melamchigaon e 2.740 Tarkeghyang.
Il sentiero quindi scende ripido fino al fondo valle per circa 2-3 ore, quindi attraversa il torrente Melamchi Khola ad un’altitudine di appena 1.890 metri e risale, sempre molto ripido, per circa 4-6 ore.

Come la tratta precedente da Tharepati a Melamchigaon, la lunga parte in discesa può essere leggermente scivolosa e richiedere un minimo di attenzione, ma a parte questo, visto il relativo sforzo fisico, ci si può dedicare anche ad interessanti osservazioni naturalistiche.
Il ponte che attraversa il torrente Melamchi Khola è tutto in metallo, compresa quindi anche la base sulla quale si cammina che nel precedente ponte era di legno, ed all’apparenza sembra decisamente più resistente, seppur tenda ad oscillare notevolmente anche procedendo a passo lento.
Oltre a questo, la lunghezza, circa una trentina di metri, e l’altezza sul torrente sottostante, almeno 15-20 metri, potrebbero dare un sensazione, non sempre gradita, di essere sospesi nel vuoto.

Il ponte sul torrente Melamchi Khola
La salita verso Tarkeghyang è molto lunga e faticosa, con un dislivello di circa 800 metri, e poco interessante, visto che il panorama rimane alle spalle e nella prima parte attraversa anonimi terrazzamenti coltivati a mais e patate.
Nella seconda parte si incontra qualche chorten e poco prima di arrivare alla meta il sentiero rientra in un bel bosco, la cui notevole ripidità può essere facilmente sopportata al pensiero di essere quasi arrivati.

Come Melamchigaon ed un po’ tutta la regione dell’Helambu, anche Tarkeghyang è abitato prevalentemente dall’etnia yolmo, che per semplicità viene spesso considerata un sottogruppo sherpa, al quale somiglia molto per costumi e tradizioni, ma dalla quale differisce principalmente per la posizione geografica e la lingua, simile ma non completamente intellegibile con quella sherpa.
Al contrario di Melamchigaon però, Tarkeghyang, pur trovandosi anch’esso in una radura del bosco, non è formato da case sparse tra i campi, ma sono attaccate le une alle altre, creando un piccolo dedalo di stretti vicoli.

Purtroppo questa disposizione non è servita a contrastare il terremoto del 2015 che ha distrutto gran parte del paese, come testimoniato dai numerosi cumuli di pietre ancora presenti in giro.
Al momento le uniche costruzioni restaurate sono i due chorten bianchi nella zona bassa ed il lodge situato lì nei pressi che è già operativo.
Alcuni abitanti, per facilitare i lavori di ricostruzione, si sono temporaneamente traferiti in alcune casette di lamiera situate in un’altra piccola radura poco lontano, che già da prima del terremoto ospitava un lodge, che si è in parte salvato, ed alcune abitazioni.
Anche la presenza di una strada sterrata che collega il paese con i centri abitati della valle, dovrebbe essere d’aiuto per velocizzare i lavori e si può ragionevolmente sperare che con l’inizio della prossima stagione di trekking, a Ottobre e Novembre, Tarkeghyang potrebbe avere un aspetto decisamente migliore.

Altra nota positiva, il paese è raggiunto dalla corrente elettrica, presente quasi tutto il giorno, ma bisogna dire che in generale negli ultimi anni l’approvvigionamento dell’elettricità è migliorato parecchio lungo tutto il percorso.

domenica 11 giugno 2017

Il trekking dell'Helambu, V tappa, Tharepati-Melamchigaon

Il villaggio sherpa di Melamchigaon
Dopo il passo Tharepati, punto più alto dell’intero percorso a 3.690 m di altitudine, il trekking dell’Helambu inizia a scendere di quota fino al paese di Tarkeghyang a 2.740 m s.l.m.
La tappa però è piuttosto lunga e faticosa, visto che prima bisogna scendere fino in fondo alla valle per circa 3-4 ore, quindi si attraversa il torrente Melamchi Kola a 1.890 metri di altitudine e si risale ripidamente per altre 4-6 ore, motivo per cui si potrebbe prendere in seria considerazione una sosta nel villaggio sherpa di Melamchigaon.
In realtà la posizione ad appena un paio d’ore da Tharepati non permette di accorciare di molto la tratta fino a Tarkeghyang, ma una tappa rilassante a Melamchigaon dovrebbe garantire di essere in perfetts forma il giorno successivo.

Considerando quindi di fare questa sosta, si può partire da Tharepati con molta calma, magari dopo aver fatto colazione osservando il panorama delle cime delle montagne.
Solitamente, per le tappe di trekking che superano le 5-6 ore, è consigliabile mettersi in cammino di buon ora, per almeno due motivi.
Il primo è una questione di sicurezza: prima si parte, più tempo si ha a disposizione per risolvere eventuali imprevisti.
Il secondo è di natura climatica, visto che alla mattina presto solitamente il tempo è bello e tende a guastarsi col procedere della giornata.
Il clima himalayano infatti, seppur molto variabile, segue un pattern abbastanza preciso per quasi tutto l’anno, con lievi differenze nelle temperature e nelle precipitazioni, comunque sempre abbondanti.
Alla mattina presto, come detto, solitamente il cielo è limpido e rimane tale fino ad almeno metà mattinata, quando possono iniziare a comparire le prime nuvole, che presto o tardi nel pomeriggio faranno piovere; verso il tramonto spesso si verificano delle schiarite, molto apprezzate dagli escursionisti che possono quindi gustarsi un suggestivo panorama; di notte di solito il forte vento evita la pioggia, ma non sono rari anche forti temporali, soprattutto durante la stagione delle piogge.

Il sentiero che porta da Tharepati a Melamchigaon è decisamente ripido, scendendo di quasi 1.200 metri ad una quota di circa 2.530 di altitudine.
Il fitto bosco oltretutto alla mattina presto è sempre molto umido ed il sentiero scivoloso, quindi bisogna fare una minima attenzione.
Oltre a questo ci si può dedicare all’osservazione naturalistica, dei grandi alberi, dei colorati fiori e dei rumorosi uccelli.
Oltre all’abbondanza di specie differenti, anche la ripidità del sentiero favorisce l’osservazione ornitologica, visto che spesso ci si trova ad essere sopra alle chiome degli alberi, da dove provengono la maggior parte dei versi e cinguettii.

Prima di giungere a Melamchigaon, il sentiero attraversa due piccoli corsi d’acqua: il primo è poco più di un ruscello e lo si supera grazie ad un ponticello di legno di pochi metri, ma spesso è anche possibile guadarlo saltando su alcuni sassi.
Il secondo corso d’acqua è invece un vero e proprio torrente di montagna attraversato da un ponte di tiranti di metallo e la base di legno.
A prima vista poco rassicurante, questo ponte è infatti decisamente storto, oscilla parecchio e le ringhiere ai lati sono piuttosto basse; di positivo non è molto lungo, circa 20-30 metri, e l’altezza sul fiume sottostante non eccessiva, quindi si dovrebbe riuscire a superarlo senza particolari problemi di vertigini.

Il ponte che precede il villaggio
Melamchigaon, disteso su una grande radura nel bosco in leggera pendenza, è un tipico villaggio sherpa, con le case costruite piuttosto lontane tra loro, per permettere piccole coltivazioni ad uso domestico, e collegate da sentieri fiancheggiati da muri di pietra, per segnare i confini delle proprietà e proteggere dal vento.
Purtroppo il terremoto del 2015 ha distrutto gran parte delle costruzioni, tra cui anche il grande chorten (santuario) buddista che troneggiava presso l’entrata meridionale del paese, ma i lavori sembrano procedere spediti, grazie al recente completamento di una strada sterrata che collega il paese alla Valle di Kathmandu, ed al fatto che Melamchigaon sia il centro abitato più importante della zona, come testimoniato anche dalla presenza di una scuola che raccoglie i bambini di una vasta area.

Una volta trovata una stanza (di solito senza problemi visto che il business dei lodge è da molti anni il più redditizio e sono molti gli abitanti che offrono vitto ed alloggio), ci si può dedicare a qualche piacevole passeggiata defaticante nella grande radura che ospita il villaggio.
Nella zona nord, proprio al limitare del bosco, si possono notare numerose bandiere della preghiera appese agli alberi che segnalano un piccolo luogo di culto buddista, dove si trova una piccola grotta, costituita da due grandi massi, che funge da stanza delle preghiere.

Al tramonto ci si può recare nella piccola radura che precede il paese, dove si trovano alcune immancabili coltivazioni di patate ma anche di alcuni giovani alberi da frutto, e dedicarsi al birdwatching, sfruttando una felice posizione al limitar del bosco.