venerdì 9 giugno 2017

Il trekking dell'Helambu, III-IV tappa Kutumsang-Mangengoth-Tharepati

Il lodge di Mangengoth
Il terzo giorno del trekking dell’Helambu prevede il lungo spostamento da Kutumsang, a 2.470 m s.l.m., fino al punto più alto di tutto il percorso, il passo/paesino di Tharepati, a 3.690 metri di altitudine.
Considerando però la fatica accumulata dalle due precedenti ed impegnative tappe, nonché la rarefazione dell’aria, conviene fare una sosta al passo Mangengoth (3.420 metri di altezza), situato a circa metà strada, e dove sono presenti alcuni gradevoli lodge.

Lasciato il paesino di Kutumsang ed abbandonando la strada sterrata, il sentiero sale impietoso tra foreste di rododendri e conifere, senza incontrare alcun insediamento umano di nota.
Ma proprio poco prima di perdere ogni speranza, dopo circa 4/5 ore di cammino, in cima ad una ripida erta franosa, si giunge all’Hotel Green View and Lodge di Mangengoth, situato all’imboccatura di una gradevole valletta verdeggiante, superata la quale si apre una grande radura tra il bosco, che ospita altri due semplici ma comodi lodge.
Sostanzialmente il primo viene frequentato da chi proviene da Sundarjal, mentre gli altri due accolgono prevalentemente escursionisti che scendono, in direzione opposta, dal trekking del Langtang.
Entrati ormai definitivamente in territorio sherpa, l’Hotel Green View and Lodge è attualmente gestito da un gentile ragazzo di 17 anni, insieme all’anziana nonna, ed oltre a piccole ma curate stanze, ospita una coloratissima sala da pranzo, riccamente adornata da decorazioni buddiste e vari oggetti religiosi.

Dopo una notte ristoratrice a Mangengoth, si procede quindi verso Therapati, con uno sbalzo altimetrico di circa 250 metri, dai 3.420 ai 3.690.
Purtroppo però il sentiero taglia attraverso le colline salendo e scendendo continuamente, tra rigogliosi boschi, ma anche piccole e desolate pietraie.
A circa un’ora da Tharepati, che già si intravvede in lontananza, è presente una grande frana, che ha spazzato via alcune decine di metri di sentiero, che ora è ridotto ad una sottile striscia irregolare, molto friabile, fiancheggiato da una profonda scarpata.
L’essere ormai arrivati nei pressi della meta si rivela comunque un ottimo sprono per compiere l’ultimo sforzo fisico e di concentrazione, per poi coprire l’ultima tratta che prosegue in leggera discesa attraverso il bosco.

Il lodge di Tharepati, sotto un'acquazzone ma con la vista delle montagne in lontananza
Il passo di Tharepati si trova nel punto in cui il trekking dell’Helambu incontra la deviazione che collega questo percorso con quello del Langtang passando attraverso i laghi sacri di Gosainkund, e da molto tempo ospita quindi rifugi per gli escursionisti.
Purtroppo il terremoto del 2015 ha distrutto le 4-5 costruzioni sparse lungo il crinale, risparmiandone solo una, adagiata su un prato scendendo di alcuni metri sotto il livello del sentiero; oltre ad aver subito meno gli effetti delle scosse, questa posizione offre anche un miglior riparo dai gelidi venti, seppur l’esposizione al sole sia minore e la vista sulle montagne molto ridotta.
Nei pressi del bivio verso il Langtang, si trova invece un lodge dove il terremoto ha distrutto la costruzione che ospitava le stanze per gli escursionisti, ma ha risparmiato l’edificio dove si trovano le stanze dei gestori, la cucina e la sala da pranzo.
Grazie a questo è già stata ricostruita una piccola casetta di legno e pietra con quattro comode stanzette ed un piccolo bagno.

Nonostante ci si trovi nel punto più remoto del trekking, presso il Sumchho Top Lodge anche il cibo è sorprendente buono, come del resto lungo tutto il percorso.
Il piatto tipico nepalese è il dal-bhat, lenticchie e riso, abbreviazione di dal-bhat-tarkari, con tarkari che significa verdure, nel caso specifico delle montagne, patate speziate con qualche verdura a foglia.
Seppur alla lunga possa risultare monotono, l’abbondanza con la quale vengono serviti e rabboccati garantisce comunque una sicura sazietà.
Come alternativa, seppur alcuni lodge propongano improbabili menù, ci si può rifugiare in un piatto di noodles, sia saltati in padella con le verdure, sia in zuppa, ma per dare una decisa sterzata all’apporto proteico ci si può affidare anche a reperibilissime, fresche e comode uova, sode, fritte o sotto forma di omelette.
Una sezione dei menù piuttosto utile è quella riservata alle patate, l’unico ortaggio coltivabile in queste condizioni climatiche: bollite, fritte, saltate, con o senza uova, le porzioni sono sempre molto abbondanti e soddisfacenti.

giovedì 8 giugno 2017

Il trekking dell'Helambu, II tappa Chisopani-Kutumsang

Il chorten di Thotundanda
La seconda tappa del trekking dell’Helambu porta da Chisopani, a 2.170 metri di altitudine, a Kutumsang, a circa 2.470 m s.l.m. ed è probabilmente la tappa più lunga e faticosa di tutto il percorso.
La lunghezza è dovuta alla scarsa disponibilità di alloggi nella seconda parte della tratta, mentre la fatica è causata dalla continua ascesa, intervallata da brevi ma altrettanto ripide discese, ben poco rilassanti dal punto di vista muscolare.
Secondo i nepalesi questa tappa andrebbe coperta in circa 6 ore, ma considerando una comoda andatura moderata e necessarie soste ristoratrici, si possono impiegare anche 8-10 ore, in tempo comunque per arrivare a destinazione nel pomeriggio ben prima che venga buio.

Partendo quindi di buon ora da Chisopani, il sentiero scende verso il paesino di Pati Bhanjyang, un agglomerato di case in lamiera ben poco attraente a circa 1.830 metri di altitudine.
Prima di riprendere la ripida salita si incontra un grande chorten bianco, quindi si prosegue alla volta di Chipling, un paesino a 2.170 m s.l.m.
Superato Chipling la strada sale ancora per un po’ prima di scendere alla volta di Thotundanda, un chorten situato in bel prato, nei pressi di un piccolo monastero-lodge.
Questo rappresenta l’unica possibilità di alloggio fino a Kutumsang, almeno finché non verranno terminati i lavori di ricostruzione nel vicino paesino di Gul Bhanjyang, ma spesso rimane chiuso quindi non ci si può fare grande affidamento.

Fino a questo punto, oltretutto, il percorso non è stato troppo impegnativo e dato lo scarso interesse di Gul Bhanjyang è quindi consigliabile stringere i denti e proseguire fino a Kutumsang, sebbene purtroppo, da qui in poi il sentiero si faccia sempre più ripido, dovendo coprire un dislivello di circa 350 metri tra i 2.130 di Gul Bhanjyang ed i 2.470 della meta finale.
Avvicinandosi alle montagne, il paesaggio si fa comunque sempre più gradevole e come il precedente Chisopani, anche il paesino di Kutumsang sorge sul crinale di una collina dal quale si gode di una discreta vista.
Rispetto a Chisopani, che non è altro che un agglomerato di lodge costruiti per il trekking, Kutumsang è un vero e proprio paesino, dove le sistemazioni per gli escursionisti sono ricavate dalle tradizionali case locali.
Purtroppo il terremoto del 2015 ha distrutto gran parte degli edifici, ma grazie al recente completamento della strada sterrata che collega Kutumsang a Kathmandu, il progresso nei lavori sembra procedere spedito, tenendo anche presente che si tratta di semplici costruzioni a uno o due piani.
In generale l’atmosfera è decisamente più di montagna, anche a causa del vento freddo che soffia costante lungo il crinale.

mercoledì 7 giugno 2017

Il trekking dell'Helambu, I tappa Sundarjal-Chisopani

Il panorama da Chisopani
La prima tappa del trekking dell’Helambu collega il paesino di Sundarjal, a 1.460 metri di altitudine, con Chisopani, a circa 2.160 m s.l.m.
Sundarjal, letteralmente Bell’Acqua (dal sanscrito, sundar, bello, e jal, acqua), è una nota meta di picnic tra gli abitanti della Valle di Kathmandu, grazie alla presenza di un torrente che scende da una piccola diga situata qualche centinaio di metri sopra al paese e forma alcune gradevoli cascate.
Il percorso del trekking inizia con una ripida scalinata e continua in salita per circa tre/quarti della tratta, calcolata in 4-6 ore, prima di scollinare il passo di Borlang Bhanjyang e proseguire in discesa fino a Chisopani.
All’inizio il sentiero è ben segnalato ed è possibile chiedere indicazioni agli abitanti della zona, nonché ai posti di controllo dei permessi, situati nei pressi di alcuni accampamenti dell’esercito.
Superato il primo ripido tratto nel bosco della Riserva Naturale di Shivapuri Nagarjun, il sentiero continua a salire lungo il costone di una collina che ospita il paesino di Mulharkha, costituito da un gruppo disordinato di costruzioni sparse tra i terrazzamenti coltivati a mais.

Chisopani: i danni del terremoto
Il passo di Borlang Bhanjyang , a a 2.470 metri di altitudine, è segnalato da alcune logore bandiere della preghiera buddiste appese ad un mucchio di pietre, forse in origine un piccolo chorten (santuario), danneggiato dal tempo e dai terremoti.
Subito dopo il sentiero attraversa un grande prato dove si trova un antiestetico ma utile riparo, composto da un muretto di circa mezzo metro che delimita un’area rettangolare di pochi metri quadrati protetta da una tettoia di lamiera.
Il percorso quindi scende gradualmente fino a Chisopani (letteralmente, dal nepalese, acqua, pani, fredda, chiso), piccolo agglomerato di costruzioni situato sul crinale di una collina.
Originariamente avamposto dell’esercito, grazie alla posizione dominante appena fuori dal confine nord-orinetale della Valle di Kathmandu, Chisopani ancora oggi ospita un accampamento militare ed è noto per il bel panorama sull’Himalaya.
In realtà le più alte cime sono ancora molto lontane, ma questo permette di avere una veduta più ampia che copre alcune decine di chilometri della catena montuosa, in maniera simile alla non lontana Nagarkot (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2017/04/i-paesi-di-nagarkot-e-dhulikhel.html), collegata a Chisopani da una strada sterrata che passa tra le colline e lunga circa 18 chilometri.

Le colline attorno a Chisopani
Essendosi sviluppato negli ultimi anni come popolare tappa da trekking, il paesino di Chisopani era formato essenzialmente da una decina di costruzioni adibite a lodge, non molto gradevoli esteticamente ma piuttosto funzionali.
Purtroppo però il terremoto del 2015 ha distrutto gran parte degli edifici che oggi sono ridotti a cumuli di pietre, a parte due ancora parzialmente conservati a testimoniare la tragicità dell’evento: uno sembra apparentemente integro, finché non si scorge un’ala completamente crollata, mentre l’altro è intero ma in parte sprofondato ed abbattuto su un lato (per altro quello sul quale passa la strada).


Delle 4-5 costruzioni integre che al momento formano il paese, 3 offrono sistemazioni per gli escursionisti: una in piccoli bungalow situati in un prato, che si raggiunge scendendo il costone della collina al di sotto della strada sterrata; un’altra piccola costruzione, di cemento e a due piani, sopravvissuta al terremoto o costruita successivamente, offre alcune camere piuttosto semplici ma comode; in fondo al paese sono stati invece costruiti alcuni bungalow in lamiera, probabilmente come soluzione temporanea da parte di qualche lodge colpito dal terremoto.

martedì 6 giugno 2017

Il trekking dell'Helambu, informazioni generali

Il trekking dell’Helambu è un percorso quasi circolare della durata di circa una settimana che si snoda nella regione omonima, situata oltre il confine nord-orientale della Valle di Kathmandu.
Sviluppandosi a basse quote e relativamente lontano dalle più alte cime himalayane, il trekking dell’Helambu offre panorami meno spettacolari di altri più noti percorsi nepalesi, come ad esempio quelli presso il massiccio dell’Annapurna, ma possiede numerosi aspetti positivi e di un certo interesse.

Innanzitutto, il punto di partenza si trova a meno di un’ora di autobus da Kathmandu, o mezz’ora di comodo taxi, permettendo agli escursionisti stranieri, spesso dotati di poco tempo da spendere in Nepal, di trovarsi a camminare tra i boschi dell’Himalaya già pochi giorni dopo il loro arrivo nel paese.

Le quote modeste, con una punta massima di circa 3.700 metri di altitudine, riducono al minimo le possibilità di nevicate, esclusi i mesi di Gennaio e Febbraio, rendendo il trekking dell’Helambu percorribile quasi tutto l’anno con un abbigliamento piuttosto leggero.
Con il progressivo avanzare della strada carrabile e la relativa vicinanza a grandi centri abitati, non è neppure necessario portare il sacco a pelo, articolo tanto utile quanto ingombrante, e ci si può affidare alle grandi copertone reperibili in ogni locanda.

Seppur, come già accennato, il trekking dell’Helambu non sia particolarmente noto per la vista sull’Himalaya, al contrario possiede una certa notorietà per la presenza di tipici villaggi di etnia sherpa, che solitamente sono più diffusi a quote maggiori.

Anche dal punto di vista naturalistico questo percorso offre alcuni vantaggi, sviluppandosi interamente al di sotto della linea degli alberi ed ospitando flora e fauna particolarmente vari.

Per quanto riguarda la difficoltà, fino ad un paio di anni fa il trekking dell’Helambu veniva considerato di livello medio-facile, con gli unici problemi presenti nelle prime lunghe e ripide tratte, dove, oltre alla fatica, a causa della presenza di numerosi sentieri c’è il rischio di smarrirsi o allungare inutilmente il percorso.
Purtroppo però il terremoto del Nepal del 2015, le cui numerose scosse colpirono duramente questa regione, oltre a danneggiare gravemente la maggior parte dei villaggi, ha causato numerose valanghe che in alcuni casi hanno interessato il sentiero del trekking.
In particolare sono due le zone di un certo pericolo, situate poco prima e poco dopo il punto più alto, il paese di Tharepati, dove il sentiero procede molto stretto lungo un terreno friabile di ghiaia e sabbia, sul cui “lato valle” si apre una ripida, e presumibilmente fatale, scarpata di alcune decine di metri.
In condizioni climatiche ottimali e con una discreta attenzione, a parte qualche apprensione per le probabili vertigini, entrambi i passaggi possono essere superati senza eccessivi problemi, ma in caso di non improbabili piogge e temporali, la situazione potrebbe essere decisamente rischiosa.
Nonostante questo, grazie ad alcune delle caratteristiche che abbiamo appenza visto, il trekking dell’Helambu può essere percorso indipendentemente, senza l’aiuto di guide e portatori.

La durata dipende essenzialmente dalle condizioni atletiche di chi lo percorre, partendo da un minimo di sole 5 notti, ma per non affaticarsi troppo e godere con calma la piacevole atmosfera di montagna, 6 o 7 tappe sarebbero l’ideale, in base anche alla disponibilità di alloggio ed alla scelta del percorso degli ultimi giorni che, come vedremo, propone alcune alternative.
Considerando che sono passati un paio d’anni dal terremoto e che i lavori di ricostruzione delle locande sono in alcuni casi terminati, nel prossimo futuro non dovrebbero esserci problemi a trovare sistemazioni lungo tutto il trekking, seppur alcune tratte bisognerà comunque dipendere dai radi insediamenti urbani.
Una giornata tipica dovrebbe consistere in circa 6-8 ore di cammino, ma spesso si è costretti ad accorciare o allungare proprio in funzione della disponibilità degli alloggi, anche se solitamente, perfino durante la bassa stagione, una o due locande aperte in ogni paese dovrebbero essere assicurate.

Bisogna anche notare che il trekking dell’Helambu, già prima degli avvenimenti legati al terremoto del 2015, è sempre stato poco frequentato e seppur oggigiorno il turismo in Nepal sia di nuovo in crescita, la Valle di Kathmandu viene completamente ignorata ed i turisti si dirigono direttamente a Pokhara, ad intasare i sentieri di trekking attorno all’Annapurna.
Sull’Helambu invece la presenza di trekker stranieri è molto limitata, in gran parte solo alla prima tratta fino a Tharepati, dove si trova la deviazione che unisce questo percorso con il trekking del Langtang, passando attraverso i laghi sacri di Gosainkund.

Come ultima informazione generale, prima di partire bisogna recarsi all’ufficio turistico situato presso il grande Thundikhel Park di Kathmandu per il permesso del trekking, del costo di circa 25 euro, e del biglietto del Parco Nazionale del Langtang, del costo di circa 30 euro.

Il biglietto del Shivapuri Nagarjun National Park, del prezzo di circa 10 euro, si paga invece all’inizio del trekking, all’ingresso di questa piccola riserva forestale.

venerdì 19 maggio 2017

Danni del terremoto 2015 alla piazza centrale di Kathmandu

I danni al palazzo reale e le piante dedicate alle vittime
dei crolli, sui gradini dove sorgeva il tempio di Narayan
Qualche giorno fa siamo ritornati a Kathmandu, per la prima volta dopo il terremoto che ha colpito il Nepal nell’Aprile-Maggio 2015.
Purtroppo dobbiamo riportare che i danni al patrimonio artistico della città sono stati notevoli, mentre, per fortuna, ci sono sembrati limitati quelli ad altri edifici pubblici ed abitazioni.
Probabilmente questo è dovuto al fatto che i templi furono costruiti molti secoli fa, con materiali piuttosto fragili, mattoni e legno, mentre gli edifici più moderni, grazie all’uso del cemento armato, anche solo che parziale, hanno opposto alla onde sismiche una maggior resistenza.

Provenendo da Pokhara e passando nel distretto di Gorkha, vicino all’epicentro della prima grande scossa, non abbiamo incontrato la devastazione che ci aspettavamo, trovando ancora in piedi costruzioni decrepite anche prima del sisma.
Addirittura era già in funzione la funivia che porta al famoso tempio di Mahakamana, situato poco lontano da Gorkha: il tempio in sé pare avesse subito alcuni danni ma sostanzialmente era rimasto in piedi, mentre riguardo le sorti del piacevole ed utile servizio offerto dalla funivia avevamo qualche dubbio.

La periferia di Kathmandu non ci è sembrata particolarmente colpita dal terremoto, semplicemente perché da sempre è formata in gran parte da costruzioni precarie, in condizioni più o meno pietose, ma sicuramente non è stato d’aiuto nel cercare di ridurle.
Anche entrando in città abbiamo fatto fatica a distinguere i lavori in corso dovuti al lento ma inesorabile progresso, da quelli di riparazione dei danni del sisma; finché non ci siamo avvicinati a Durbar Square...

Traducibile, letteralmente, come la Piazza del Palazzo Reale, la Durbar Square di Kathmandu è da secoli, forse addirittura un millennio, il centro culturale, politico, religioso, sociale ed artistico della Valle di Kathmandu, e quindi in senso lato del Nepal.
Probabilmente, anche per un valore affettivo, continuerà a mantenere alcuni di questi primati, ma i danni del terremoto l’hanno ridotta, al momento, ad una pallida e desolante copia di quello che era prima, visto che, indicativamente, la distruzione ha interessato circa il 50-60% dei templi.

Qui sorgeva un grande templio a tre tetti dedicato a Shiva, a lungo simbolo di questa parte 
della piazza
Provenendo da nord-est, abbiamo ricevuto una delle poche note positive, constatando che il giganstesco tempio di Taleju, che domina l’area, è ancora in piedi.
In realtà le impalcature di bambù e i danni ai piccoli santuari situati agli angoli sono evidenti, ma la struttura principale, grazie alla robusta “costituzione”, sembra aver assorbito le onde sismiche senza troppi problemi.
Entrando nella parte della Durbar Square sulla quella si trova l’entrata del palazzo reale chiamata Hanuman Dhoka, che dà il nome al complesso, sulla sinistra una lamiera nasconde il crollo di un tempio a pagoda, di cui sono rimasti solo i gradini, mentre gli altri tre di modeste dimensioni, hanno subito danni ma sono in piedi, sorretti da pali di legno.
Sempre su questo lato, non sembra essere stato intaccato il grande bassorilievo colorato di Bhairab, che ha resistito grazie al fatto di essere stato costruito da un unico grande blocco di pietra.
Sul lato opposto della strada che attraversa la piazza, oltre all’entrata della centrale della polizia, dei tre piccoli santuari, solo il terzo, quello che protegge una grande campana, si è salvato, seppur con qualche danno, mentre è crollato completamente il tempietto a pagoda dall’inusuale (e poco stabile) pianta ottagonale e la costruzione che proteggeva due enormi tamburi cerimoniali è stata sostituita in fretta e furia da una struttura simile, ma vuota, vista l’assenza dei tamburi; si può comuque ragionevolmente sperare che siano al momento oggetto di riparazione, senza contare che la costruzione sostitutiva forse non è ancora terminata.

La parte centrale di Durbar Square, sulla quale si trova la facciata principale del Palazzo Reale, ha subito decisamente più danni, con i tre grandi templi a pagoda completamente crollati e dei quali al momento rimangono sono gli alti gradini di mattoni.
Si è salvato, seppur con grandi crepe, il più tozzo tempio di Shiva-Parvati, caratteristico per la presenza di due sculture delle divinità che si affacciano da una finestra centrale.
Anche il palazzo della Kumari Devi (la dea bambina o  dea vivente) si è salvato senza grandi danni, seppur anche questo sia retto da vari pali di sicurezza, mentre la facciata del Palazzo Reale (del quale vedremo più avanti) porta evidenti i segni delle scosse.

Proseguendo verso sud-ovest, nella porzione della piazza chiamata Maru Tole è purtroppo crollato il Kasthamandap, l’antico edificio di legno del XII secolo dal quale prese il nome la città.
Indubbiamente l’area al momento ha un aspetto decisamente meno claustrofobico e trafficato, ma era di gran lunga più affascinante prima, anche se ad ogni passo si rischiava di essere investiti da una moto o di cascare su una pila di verdure vendute per terra su teli di plastica.
Il veneratissimo tempio di Ashok Binayak si è salvato senza danni evidenti, grazie alle dimensioni estremamente ridotte e dall’essere già di per sé costruito “appoggiato” all’edificio retrostante.

Infine, tornando nella zona centrale e girando verso Basantapur Square, si possono purtroppo ammirare a pieno i danni alla lunga parete laterale del Palazzo Reale.
In realtà, questo grande edificio imbiancato in stile occidentale, dotato di un imponente colonnato, ci è sempre sembrato leggermente fuori luogo tra l’architettura locale a base di mattoni e legno, ma l’attuale aspetto sventrato, con la vegetazione che inizia a crescere tra le rovine, è decisamente peggiore.
Purtroppo la parte posteriore antica ha subito ancor più danni con il crollo degli ultimi piani della Basantpur Tower.

Magra consolazione, ora si possono osservare i tetti di due costruzioni che si trovano nel cortile interno del Palazzo Reale: l’elaborata cima di una torre, probabilmente la Torre di Kirtipur, in uno stile simile all’ormai defunta Torre di Basantapur, ed il Panchamukhi Hanuman Temple, caratteristico per possedere ben cinque tetti ed un’inusuale pianta circolare.

mercoledì 17 maggio 2017

La dea vivente Kumari Devi

Le finestre dalle quali si affaccia la Kumari Devi
Una delle figure più caratteristiche della cultura induista nepalese è quella della Kumari Devi, la Dea Vivente.
Letteralmente il nome significa Dea Principessa e viene usato per descrivere una bambina considerata a tutti gli effetti una divinità, fino all’età del primo ciclo mestruale o di una qualunque altra grave perdita di sangue.
In quel momento viene spogliata del suo titolo, e vengono effettuate delle laboriose selezioni per eleggere la nuova bambina sulla quale cadrà il compito di rappresentare la divinità Taleju Bhawani, una forma benevola della dea Durga.
Alloggiata presso il bel Kumari Bahal (Palazzo della Kumari) nella piazza centrale di Kathmandu, la Kumari Devi vive in uno stato di quasi completo isolamento dal mondo esterno, escluse un paio di fugaci apparizioni giornaliere dalle finestre del cortile interno e durante le più importanti feste religiose, quando viene portata in processione sopra un palanchino per le vie della città.

Le origini di questa tradizione sono poco chiare e tra le numerose leggende che la riguardano nessuna sembra avere una netta predominanza sulle altre; il fatto comunque rimane, come il dubbio che si tratti di un’usanza ai limiti del grottesco.
Segregare una bambina all’interno di un palazzo, per quanto ampio e bello, durante gli anni più importanti della sua crescita, venerarla come una Dea e quindi liquidarla con un vitalizio economico e qualche terreno una volta che diventa adulta, non sembra un costume consono ad una società civile del XXI secolo.
Ciò che preoccupa è soprattutto il fato di queste ragazze una volta terminato il loro periodo di dee viventi, visto che in passato, a causa di forti superstizioni, per loro non era facile trovare marito, ed in una società conservatrice come quella nepalese, questo poteva essere effettivamente un grosso problema.
In tempi moderni sembra che siano tutte riuscire a sposarsi, a parte quelle più giovani, e considerati i doni che le vengono offerti finito il loro compito “divino”, in genere non hanno grossi problemi a crearsi una nuova vita.

Particolare di un bassorilievo rappresentante la dea Taleju
Alcuni anni fa, un interessante signore nepalese che lavorava in un negozio di alimentari in Freak Street a Kathmandu, ci raccontò di aver conosciuto una ex-Kumari, che vive ad Harisiddhi, una zona sacra e sud della Valle di Kathmandu, e ci diede alcuni piccoli dettagli.
Per esempio, una felice sorpresa è stato apprendere che viene molto rispettata dalla gente comune per il suo passato, ma non in maniera eccessiva o impegnativa.
Avendo ricevuto un buon terreno, in aggiunta alla pensione, anche se quella ragazza non era ancora sposata, poteva provvedere tranquillamente ai propri bisogni.
E soprattutto pare che, in realtà, il problema del matrimonio non sussista, visto che per coloro i quali non credono alla superstizione, una ex-Kumari al contrario è una moglie ambita.

Come per molte tradizioni tipiche della Valle di Kathmandu, ognuna della tre città storiche, Kathmandu, Patan e Bhaktapur, possiede la propria dea vivente, seppur quella della capitale sia da sempre è la più importante e venerata.
Considerando che il palazzo della Kumari è una della poche costruzioni della Durbar Square (Piazza Reale) sopravvissute al terremoto del 2015, una visita al suo piccolo ma elaborato cortile interno è sicuramente interessante, magari tra le 11 e le 12, o dalle 16 alle 18, quando avvengono le sue fugaci apparizioni, di circa un minuto, dalle finestre del secondo piano.

Solitamente comunque il suo arrivo è anticipato da uno degli anziani guardiani, che avvisa gli astanti di mettere via le macchine fotografiche, in quanto è tassativamente vietato fotografare la dea all’interno del suo palazzo.

lunedì 15 maggio 2017

Rischi e pericoli dei trekking nepalesi

In un precedente post riguardo i trekking in Nepal (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/07/trekking-in-nepal.html), ci siamo dedicati soprattutto agli aspetti più interessanti e piacevoli, tralasciando, colpevolmente, di accennare ai rischi che si possono incontrare.
In realtà, con un minimo di buon senso e qualche informazione geografico-climatica (oggigiorno facilmente ottenibili via internet), non c’è molto da temere, ma spesso ci si dimentica che si tratta di camminare alle falde delle cime più alte del pianeta, dove le condizioni ambientali possono essere alquanto difficili.
Come intuibile, i rischi aumentano salendo di altitudine, in particolare sopra ai 4.000-4.500 metri, quando si supera la linea degli alberi e si entra in territori dove si possono incontrare facilmente neve e ghiacciai perenni.

Al di sotto di queste quote, come ad esempio nel trekking dell’Helambu e del Langtang a nord di Kathmandu o in quelli brevi presso il massiccio dell’Annapurna, i rischi sono minimi e non serve neppure molta organizzazione.
Escludendo ovviamente i freddi mesi invernali da Dicembre a Febbraio, le possibilità di nevicate e temperature al di sotto dello zero sono molto scarse, e possono essere sufficienti una mantella, o qualcosa di simile per la pioggia, ed un indumento caldo per la mattina presto e la sera.
Trovandosi ancora abbastanza vicino a centri abitati, in queste aree sono presenti numerosi paesini muniti di locande dove alloggiare e mangiare, molto semplici ma spesso anche sorprendentemente comode, dove di certo non mancano coperte e piumoni, quindi non si ha neppure bisogno di portarsi un sacco a pelo.

La maggior parte dei percorsi più lunghi, tra cui il trekking al campo base dell’Everest, il periplo dell’Annapurna ed il collegamento nord tra il Langtang e l’Helambu, arrivano fino ad oltre i 5.000 metri, ma anche il trekking al campo base dell’Annapurna e la deviazione che collega il Langtang con l’Helambu attraverso i laghi di Gosainkunda, superano i 4.000.
I problemi più importanti sono legati alla salute ed alla rarefazione dell’aria.
Escludendo gravi casi di mal di montagna acuto, che si verificano solitamente ad altitudini più elevate, piccoli disturbi si iniziano a verificare già sopra i 3.500 metri; oltre al rapido affaticamento, possono sorgere anche lievi emicranie, perdita d’appetito, senso di stordimento, che comunque tendono a scemare dopo pochi giorni di acclimatamento.
Superando i 4.000 metri, per evitare rischi, bisogna seguire il noto adagio che consiglia di pernottare ad altitudini inferiori di quelle raggiunte durante la giornata di cammino, per permettere al fisico di abituarsi gradualmente; altrettanto nota è la semplice soluzione di scendere qualche centinaio di metri ai primi sintomi di una certa gravità.

Salendo d’altitudine le condizioni climatiche possono essere difficili e soprattutto soggette a repentini peggioramenti che possono prendere alla sprovvista.
Sopra i 4.000 metri, i temporali, che a quote inferiori sono semplicemente un fastidio, possono facilmente tramutarsi in tempeste di neve durante tutto l’anno.
La presenza di neve e ghiaccio aumenta notevolmente i pericoli legati ai crepacci, seppur i percorsi più battuti si trovino in aree molto conosciute, dove è facile evitare le zone più rischiose.
Nevai e ghiacciai aumentano anche la possibilità di frane e valanghe, contro le quali, purtroppo, data la loro imprevedibilità, non esistono rimedi di sorta, tranne il tenersi aggiornati con gli abitanti del luogo e gli altri escursionisti che si incontrano sul cammino.

Oltre a queste problematiche climatico-ambientali, più ci si allontana dai centri abitati e minore sarà il confort delle locande dove pernottare.
Nelle zone più remote, coperte e piumoni sono beni di lusso non sempre facilmente reperibili e spesso si dorme in camerata, con i piccoli disagi che questo può comportare rispetto ad una cameretta privata; chiaramente anche la qualità e varietà del cibo ne risentono parecchio.

Per tutti questi motivi, ci sentiamo di consigliare, per i percorsi leggermente più impegnativi, di ingaggiare una guida, che farà salire il budget e potrà sembrare un lusso superfluo, ma si potrebbe rivelare estremamente utile proprio nei casi si presenti qualche pericolo o contrattempo, che come abbiamo visto possono essere dietro l’angolo.
Con questo non vogliamo di certo creare paranoie ed allarmismi, ricordando anche che, probabilmente, è altrettanto pericoloso, e meno piacevole, camminare nelle giungle d’asfalto che sono le città.