martedì 7 giugno 2016

Il cibo etnico nepalese: cucina newari e thakali

Un tipico set completo della cucina newari
Tra le numerose etnie del Nepal sono essenzialmente due quelle che possiedono una tradizione culinaria abbastanza caratteristica da renderle distinguibili dalla comune cucina nepalese e sono i newari ed i thakali.
Sia nella Valle di Kathmandu che a Pokhara, i purtroppo non numerosi ristoranti che vantano una buona cucina tradizionale locale appartengono a queste etnie e propongono vari piatti piuttosto insoliti.
Alcuni di questi ristoranti tradizionali sono in realtà delle mezze “trappole” turistiche, dedicate ai gruppi organizzati, ai quali vengono proposti canti e balli, grandi buffet piuttosto dozzinali e non molto originali, il tutto a prezzi neanche economici.
Un numero molto esiguo di ristoranti etnici cerca invece di proporre davvero del cibo più ricercato, ma godono di poco successo per questioni non tanto di qualità ma puramente di mercato, nel senso che ai turisti occidentali, seppur desiderosi di fare nuove esperienze culinarie, bastano ampiamente i tre piatti che abbiamo visionato in un precedente post, dal-bhat-tarkari, chowmein e momo (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/02/cibo-nepalese-dal-bhat-chowmein-e-momo.html), per avere un tocco di cucina nepalese e quelli li possono assaggiare in qualunque ristorante.
I clienti nepalesi invece sono già meno numerosi per questioni economiche ed anche quelli che se lo possono permettere sono poco propensi a frequentare questi locali etnici, per loro forse scontati, ma preferiscono i più rinomati ristoranti turistici per mangiare pizza e spaghetti.
Che è un peccato, perché col tempo queste ricche tradizioni culinarie rischiano di scomparire.

La cucina newari, ad esempio, è storicamente piuttosto varia (volendo le vengono attribuiti anche i momo), grazie al fatto che l’etnia abita da secoli la fertile Valle di Kathmandu, dove si può dedicare con successo alla coltivazione di verdure più diversificate di quanto non avvenga nelle colline.
E grazie a condizioni economiche leggermente migliori della media del paese, la cucina newari prevede un disinvolto uso di carne, principalmente di bufalo e capra.
Nella zona turistica del lungolago di Pokhara, da molti anni è presente un piccolo ristorante newari, ben curato, che cucina alcuni piatti insoliti, ma a causa di vari motivi, risulta essere quasi sempre deserto, eccetto in parte i week-end ed i giorni di festa, quando compaiono alcuni gruppi di ragazzi o qualche coppietta nepalese benestante.
A parte il fatto che i piatti sono piuttosto costosi (anche secondo il già alto standard turistico della zona), le porzioni esigue ed i tempi di attesa biblici, il cibo è piuttosto buono, soprattutto i set completi di riso e verdure, dove si possono assaggiare pietanze un po’ diverse, quali ad esempio il musya, semi di soia abbrustoliti e speziati, o il wauncha, un saporito curry di verdure a foglia.
Personalmente lo frequentiamo talvolta per un piatto tipico newari piuttosto famoso ma che raramente compare nei menù dei ristoranti, il chatamari.
Si tratta di una sottile e croccante crèpe di riso circolare, sopra la quale vengono servite delle verdure tagliate in piccoli cubetti (o anche carne tritata per i non-vegetariani), tenuti insieme da formaggio fuso.
Niente di speciale, ma un gusto un po’ diverso e con una birra fresca è un ottimo aperitivo.
Tra i piatti di carne tipici newari, durante una ricerca su Wikipedia di alcuni dettagli precisi per questo post, abbiamo scoperto alcune pietanze che sembrano essere delle assolute e ricercate prelibatezze, come il sapu micha e lo swan puka.
Purtroppo sono piatti molto rari, riservati a particolari festività ed eventi, e difficilmente compaiono nei menù dei ristoranti, anche specializzati: in tutta la Valle di Kathmandu pare siano 2 o 3 i locali dove vengono cucinati.
Il sapu micha, letteralmente borsetta di trippa, è un involtino di trippa centopelli, ripieno di midollo tagliato in piccoli cubetti e speziato, chiuso con ago e filo, quindi bollito e fritto.
Una volta pronto, si afferra dalla parte della cucitura, si introduce in bocca il fagottino e si tira via il filo per liberare gli ingredienti al suo interno.
Lo swan puka consiste invece in polmoni di capra, farciti di spezie, quindi bolliti, affettati e saltati in padella: non possiamo scommettere sul sapore, ma l’originalità è certa.
Infine, l’etnia newari è nota anche per una certa propensione nel consumo dell’alcool (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/05/bevande-alcoliche-nepalesi.html), soprattutto durante le numerose festività, quando, a quanto pare, scorre a fiumi.
Accanto ai moderni prodotti occidentali quali birra e whisky, è ancora piuttosto diffuso il consumo di bevande tradizionali, quali il thwon, una birra di riso e l’ayla, un potente distillato ricavato da riso, grano o miglio, molto simile alla grappa.

L’etnia thakali abita principalmente le colline e la parte più bassa delle montagne, ed è famosa per le abilità mercantili, sviluppate nei secoli grazie alla posizione su antiche vie del sale.
Al giorno d’oggi i thakali sono noti per essere ottimi gestori di strutture turistiche e quindi di ristoranti dove servono la propria cucina, che si inserisce per storia, posizione geografica ed ingredienti, tra quella montana himalayana e quella delle pianure, distinguendosi leggermente dalla più comune e modesta cucina pahari, collinare.
Sempre sul lungolago di Pokhara è stato recentemente aperto un ristorante thakali, piuttosto costoso ma abbastanza frequentato da clientela nepalese, in particolare a pranzo per ricchi e gustosi thali (set completi) di dal-bhat-tarkari (brodo di lenticchie, riso e verdure).
Lì la nostra personale visita-esperimento era stata stimolata dalla ricerca di uno snack tipico thakali, che come il chatamari newari, si sposa perfettamente con la birra per un aperitivo vagamente esotico.
Il kanchimba è uno snack costituito da piccoli cilindri di pasta di farina di miglio fritti in olio o burro chiarificato, serviti lisci come salatini.
Sempre tra gli snack originali thakali, semplice ma saporito è il bhadmaas, una specie di insalata di semi di soya abbrustoliti e speziati, mischiati a cubetti di cetriolo, pomodoro, cipolla e peperoncino.
Le aloo sadeko sono invece un’insalata di patate bollite e speziate, sempre un ottimo snack freddo, per i caldi giorni estivi, sperando che il cuoco non decida di triturarvi troppo peperoncino.
Ma i piatti forti di questo ristorante sono sicuramente i mini-set ed i thali che vengono proposti sia nella versione più comune accompagnati dal riso, ma anche dagli insoliti e caratteristici kghen e dhindo.
I kghen sono delle soffici focaccette rotonde a base di farina di miglio, mentre il dhindo consiste in una specie di pudding o polenta, a base di acqua, farina di miglio o di grano e burro chiarificato.

In particolare i kghen si sposano molto bene con piatti asciutti, quali ad esempio le verdure fini, patate e cipolle, o simi, patate e fagiolini, mentre il dhindo è ottimo per accompagnare piatti più sugosi, o anche il dal (brodo di lenticchie), che in questo ristorante viene proposto in 3-4 varianti piuttosto saporite.

lunedì 6 giugno 2016

Parabola su Pyaredas e la devozione al proprio guru

Pyaredas era un uomo dissoluto, alcolizzato ed ossessionato dalle donne.
Un giorno questo fannullone incontrò un asceta che gli disse “Pyare, tu sei completamente devoto alla carne, alla pelle, alle ossa! Se tu amassi Dio tanto quanto ami il tuo corpo, ti puoi immaginare cosa diventeresti?”.
Queste parole ebbero un tale effetto su Pyaredas, che questi lasciò ogni cosa e prese quel santone come maestro.
Lo amava tantissimo ed era così devoto a lui che praticamente non lo lasciava mai, neanche per un attimo.
Quando venne il momento per il guru di lasciare il corpo, questi iniziò a preoccuparsi per lo shock che avrebbe ricevuto Pyaredas, così gli disse “Pyare, vai nella tal città e aspettami lì”.
Appena Pyaredas partì, il maestro lasciò il corpo.
Pyaredas aspettò per molti giorni e non vedendolo arrivare decise di tornare indietro al villaggio del guru, dove apprese la notizia che era deceduto e che avevano già eretto una lapide in sua memoria.
Appena lo seppe, Pyaredas si precipitò dove era conservata la lapide ed iniziò a piangere finché non divenne cieco.
Alla fine decise di uccidersi, sbattendo ripetutamente la testa contro la lapide, ma poco prima di spaccarsi del tutto il cranio, il maestro gli apparve in forma eterea, curò la sua cecità, le ferite alla testa ed entrò nel suo corpo; quindi i due vissero in quel corpo per circa cent’anni.

Inutile evidenziare che una simile devozione verso il proprio guru sia molto rara.

domenica 5 giugno 2016

Pellegrinaggi in onore di Vishnu

Vishnu.jpgTrattando dei pellegrinaggi dedicati alle singole divinità, seguendo la tradizione del pantheon indù la prima divinità sarebbe Brahma, ma a causa di un importante episodio mitologico, non viene venerato e non gode di un proprio culto.
Un giorno Brahma e Vishnu stavano litigando su chi dei due avesse la supremazia sul creato, quando all’improvviso emerse dal terreno un potente raggio luce.
Le due divinità, per cercare di capire cosa fosse, decisero di scoprirne l’origine, Vishnu, e la fine, Brahma, ma senza riuscire a trovarli, finché dopo anni di infruttuose ricerche, dal fascio di luce emerse Shiva.
Vishnu capì subito di essere stato sconfitto mentre Brahma mentì affermando di aver trovato la fine, sicché Shiva benedisse Vishnu, che infatti è da allora considerato il suo compagno preferito, e maledì Brahma, che quindi non sarebbe stato venerato dagli esseri umani.
Nonostante questo, anche a lui è dedicato un luogo sacro, la famosa e graziosa cittadina di Pushkar, in Rajasthan, dove si trova quello che viene considerato l’unico tempio della divinità.
Il collegamento mitologico con Brahma proviene dal fatto che, proprio sdraiato sulle acqua del sacro lago di Pushkar, Vishnu creò dal suo ombelico un fiore di loto, sul quale era seduto Brahma, che a sua volta creò l’universo manifesto, chiamato infatti in sanscrito Brahmananda, letteralmente l’uovo (anda) di Brahma.
In realtà oggigiorno, anche per gli indiani la cittadina di Pushkar è più che altro un centro turistico, seppur non manchino di porgere i loro rispetti al tempio di Brahma e di celebrare la pooja (cerimonia) sui gradini del lago.

La seconda divinità della trimurti indiana è Vishnu, al quale sono dedicati numerosi pellegrinaggi, tra cui i più popolari sono quelli legati alla sua ottava avatar (incarnazione), cioè Krishna.
Essendo questi nato a Mathura ed avendo trascorso la giovinezza nelle vicine foreste di Vrindavan, tutta questa zona, situata non molto lontano da Delhi e Agra, gode di continui pellegrinaggi da parte dei devoti del dio.
In occasione di particolari festività, quali il giorno di nascita di Krishna od altri legati alla sua mitologia, quest’area viene presa d’assalto da migliaia di pellegrini, ma, data la comodità nel raggiungerla e un clima non eccessivamente estremo (a parte il caldo periodo che precede il monsone), Mathura, Vrindavan e i loro dintorni possono essere visitati senza grossi problemi pressoché tutto l’anno.
Altri due luoghi di culto molto importanti per i devoti di Krishna sono Puri e Dwarka, già parte del pellegrinaggio del Char Dham, discusso in uno specifico post (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/05/il-pellegrinaggio-char-dham.html).

La seconda avatar più popolare di Vishnu è il dio Rama (precisamente la settima incarnazione) e seppur a Lui non sia dedicato nessun particolare percorso, sparsi nel subcontinente vi sono molti luoghi considerati sacri dai suoi seguaci e quindi meta di pellegrinaggio.
In particolare si tratta di località dove si ritiene Rama abbia visitato durante i 14 anni di esilio prima di essere nominato re.
Chiaramente molta importanza è data al luogo di nascita della divinità, la città di Ayodhya, nello stato indiano dell’Uttar Pradesh, purtroppo nota a causa di alcuni disordini scoppiati nei primi anni ’90, sull’annosa e spinosa questione della Babri Masjid, una moschea fatta costruire dall’imperatore mussulmano Babur su quello che viene ritenuto essere il luogo di nascita di Rama.
La città comunque è nota anche per l’elevatissimo numero di templi, alcuni dei quali più o meno legati alle mitologiche gesta del dio.
I periodi più importanti per visitare questo luogo di pellegrinaggio, su tutti il giorno di nascita di Rama, chiaramente sono anche quelli in cui è maggiore il rischio di disordini, quindi sta leggermente perdendo il favore dei devoti.

Altri interessanti luoghi legati a Rama si trovano in Madhya Pradesh, nei pressi del confine con l’Uttar Pradesh, dove sono situate alcune foreste in cui pare la divinità abbia trascorso gran parte dei 14 anni del suo esilio.
La cittadina di Chitrakoot e le verdi colline circostanti sono legati a varie vicende del Ramayana e vi si trovano numerosi templi e santuari, molto suggestivi, che le ricordano.
Innanzitutto il Ram Ghat, la zona sacra sulle sponde del piccolo fiume Mandakini ed intorno al quale si è sviluppato il paese, che pare fosse uno dei luoghi preferiti da Rama e suo fratello Lakshman per fare abluzioni e compiere rituali.
La Kamadgiri è invece la collina dove Rama, sua moglie Sita e Lakshman costruirono la loro capanna, ed alla base della quale si snoda un percorso sacro di circa 4 chilometri, costellato di templi e santuari.
L’Hanuman Dhara, letteralmente La sorgente di Hanuman (il dio scimmia, grande devoto di Rama), è una fonte d’acqua situata quasi sulla cima di una ripida e rocciosa collina, intorno alla quale è stato costruito un tempio dedicato ad Hanuman, il quale pare venne qui a rinfrescarsi dopo aver scoperto il luogo di prigionia di Sita, quando venne rapita dal demone Ravana.
L’Anasuya Ashram è un tempio-ostello, dove Sita incontrò Anasuya, la moglie di un rishi (antico saggio) e ricevette preziose istruzioni sui doveri di una moglie devota, mentre la Gupta Godavari sono due piccole grotte dove Rama e Lakshman amavano sedere in meditazione.
Oltre a questi nella zona sono situati altri luoghi di culto di una certa importanza, per i dettagli dei quali rimandiamo ad un post specifico su Chitrakoot (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/03/la-cittadina-sacra-di-chitrakoot.html).

Nella punta più meridionale della penisola indiana, proprio di fronte allo Sri Lanka, si trova infine Rameswaram (già parte del pellegrinaggio del Char Dham) che viene considerato il luogo dove Rama costruì il ponte per raggiungere l’isola di Lanka dove era stata imprigionata sua moglie Sita, rapita dal potente demone Ravana.
Una volta terminata vittoriosamente la guerra contro Ravana e liberata Sita, qui Rama compì rituali in onore di Shiva affinché l’assolvesse da eventuali peccati commessi durante questa impresa.

Legato al culto di Rama bisogna ricordare anche la città di Janakpur, luogo di nascita di sua moglie Sita, che si trova nelle pianure nepalesi, poco oltre il confine con lo stato indiano del Bihar.
Sebbene Janakpur sia quindi al di fuori dei più battuti percorsi sacri indiani, risulta essere molto popolare presso gli induisti nepalesi (circa l’85% della popolazione), e durante alcune ricorrenze, quali la nascita di Sita, la città per alcuni giorni diventa meta di massicci pellegrinaggi.

L’importanza per i devoti indiani si può notare nel fatto che l’unica tratta di ferrovie di tutto il Nepal, circa 59 chilometri, fu costruita dalle ferrovie indiane proprio per collegare il confine con Janakpur.

sabato 4 giugno 2016

La cittadina sacra Rishikesh

Rishikesh (popolazione circa 100.000 abitanti) è una cittadina sacra indiana, situata sulle rive del Gange a circa 400 m s.l.m., all’inizio delle verdeggianti colline pre-himalayane.
Grazie a favorevoli condizioni climatiche (né troppo caldo come nelle pianure a sud, né troppo freddo come sulle montagne a nord), per secoli l’area dove sorge attualmente la città è stata una meta molto ambita e frequentata da asceti ed eremiti, mentre oggigiorno si è trasformata in un importante centro per lo studio e la pratica dello yoga.
Geograficamente e socialmente, Rishikesh è divisa in due zone ben distinte: la parte bassa, dove si trovano la maggior parte dei negozi e dei servizi civici, e la parte alta costituita prevalentemente da ashram (ostelli), templi ed alberghi.

La zona del bazar (mercato) risulta essere piuttosto trafficata e caotica, come quasi tutte le città indiane, seppur la presenza delle stazioni di autobus e treni stranamente non incida più di tanto, visto che offrono servizi principalmente locali ed il nodo dei trasporti principale si trova nella vicina (20 km) e più grande città di Haridwar (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/04/la-citta-di-haridwar.html)
La maggior parte dei visitatori stranieri e degli indiani interessati a yoga e meditazione frequentano questa zona solo per motivi pratici, mentre risulta essere piuttosto popolare tra i pellegrini indiani, grazie alla presenza di un grande e interessante ghat sul fiume, considerato luogo molto propizio per le abluzioni, e dove viene eseguita, al mattino e soprattutto alla sera, l’elaborata Arti Pooja, cerimonia di offerta del fuoco alla dea Ganga (il fiume Gange).

La zona alta di Rishikesh (chiamata anticamente Muni ki reti La spiaggia dei Saggi) si è sviluppata principalmente attorno ai due ponti pedonabili, il Ram Jhula e il Lakshman Jhula, ed all’area da questi delimitata, per circa 3-4 chilometi, sulla riva opposta del Gange, dove sono presenti numerosi templi, ghat, ashram e centri yoga, nonché modesti e discreti alberghi e ristoranti.
Quest’area può essere a sua volta divisa in due: la zona attorno al Ram Jhula, frequentata soprattutto da pellegrini indiani e spesso alquanto caotica, e la zona attorno al Lakshman Jhula, leggermente più tranquilla, dove si concentrano invece turisti e viaggiatori stranieri.

L’atmosfera generale di Rishikesh dipende enormemente dall’afflusso di visitatori che, per ragioni principalmente climatiche, nell’arco dell’anno subisce notevoli variazioni.
Gennaio e Febbraio sono i mesi più freddi e quindi i meno frequentati, tenendo presente che in India gli unici rimedi contro le basse temperature sono semplici coperte di lana e qualche fuocherello qua e là.
Le temperature comunque non scendono mai sotto allo zero, quindi tutto sommato sono tollerabili e, soprattutto, si è ripagati da un’atmosfera estremamente tranquilla e piacevole.
Da Marzo il numero di visitatori comincia ad aumentare fino ad esplodere da circa metà Aprile, a causa di almeno 3 fattori: primo, nelle vicine pianure il caldo inizia a farsi opprimente; secondo, più o meno in questo periodo chiudono scuole elementari e medie; terzo, l’apertura del pellegrinaggio montano del Chota Char Dham (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/05/il-pellegrinaggio-chota-char-dham.html), del quale Rishikesh rappresenta l’ideale punto di partenza, non solo spirituale ma anche logistico, partendo da qui le strade che portano ai quattro luoghi sacri che formano il pellegrinaggio.
Verso metà-fine Giugno arrivano le piogge monsoniche, che si protraggono fino a Settembre facendo quindi diminuire, in questo periodo, il numero di visitatori.
Bisogna però notare che spesso il monsone è piuttosto erratico, talvolta addirittura assente, per cui l’afflusso di indiani stremati dal caldo delle pianure continua più o meno costante.
Da Ottobre a Dicembre ritorna un ottimo clima che attira la maggior parte dei visitatori stranieri ed il solito elevato numero di indiani, grazie anche al fatto che in questi mesi cadono molte delle più importanti festività del calendario indiano (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/search/label/Feste).

Tra le attrazioni religiose si segnalano: i ghat e gli ostelli situati nei pressi del Ram Jhula, su entrambe le sponde; in particolare sulla riva opposta alla strada principale, all’imbrunire viene eseguita un’elaborata e scenografica arti pooja che attrae sempre un gran numero di spettatori.
Anche attorno al Lakshman Jhula sono presenti ghat, ashram e templi, in particolare i due alti Swarg Niwas e Shri Trayanbakshwar dai quali si gode di una splendida vista sulla vallata attraversata dal Gange.
Molto piacevole a tutte le ore del giorno è la strada che collega i due ponti, il cui traffico è piuttosto limitato a causa del fatto che il più vicino ponte carrabile si trova a circa venti chilometri di distanza.

Presso il Ram Jhula si trova anche un piacevole sentiero lastricato che passa tra piccoli ashram e la grande distesa di sabbia del letto del Gange.

venerdì 3 giugno 2016

Il confine indo-cinese

Come il confine indo-pakistano (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/05/il-confine-indo-pakistano.html), anche quello indo-cinese presenta alcuni punti controversi che sfociarono, nel 1962, in una pur breve e mai apertamente dichiarata Guerra Sino-Indiana, nel 1967 in due piccole schermaglie e nel 1987 in un faccia-faccia militare fermato dalla diplomazia poco prima che venissero utilizzate armi da fuoco.
Bisogna anche notare che, contrariamente alle disastrose relazioni diplomatiche tra India e Pakistan, quelle indo-cinesi, se non proprio idilliache, sono abbastanza buone, aiutate in parte, per quanto riguarda i confini, anche dalla conformazione geografica, con la catena dell’Himalaya che funge da naturale spartiacque.

Il confine tra India e Cina può essere diviso facilmente in tre tronconi.
La prima parte, quella più occidentale, inizia in Kashmir e termina al confine con il Nepal; la seconda parte è delimitata dal Nepal ed il Bhutan, con lo stato indiano del Sikkim; la terza parte, più orientale, va dal Bhutan al confine con la Birmania, con lo stato indiano dell’Arunachal Pradesh.

La controversia tra India e Cina nella regione del Kashmir è dovuta al fatto che il Regno del Kashmir (seppur sotto il protettorato inglese) ereditò dall’Impero Sikh alcune parti di Tibet sud-occidentale, i cui confini vennero stabiliti ed accettati da entrambe le parti.
Successivamente però sia il Regno del Kashmir, sia il Tibet sparirono come entità politiche, il primo con l’annessione all’India nel 1947, il secondo con l’occupazione cinese del 1950, rimescolando le carte anche a causa di non ben definite linee di confine tracciate dagli inglesi.
In particolare la zona chiamata Aksai Chin venne dapprima inclusa all’India dalla Linea di Johnson del 1865, quindi attribuita alla Cina nel 1893 e nel 1899 con la cosiddetta Linea Macartney-MacDonald.
Nel 1954, il Primo Ministro indiano Jawaharlal Nehru reclamò definitivamente l’Aksai Chin come parte dell’India da secoli ed affermando che la Linea di Johnson non era negoziabile.
Purtroppo però, pare che il rapporto redatto dal Governo Indiano per confermare questa tesi fosse piuttosto confuso, utilizzando fonti non sempre attendibili, e soprattutto l’India non fece nessun passo avanti a livello pratico per assicurarsi un effettivo controllo dell’area.
La Cina invece, aiutata anche dal fatto che geograficamente l’Aksai Chin è più facilmente raggiungibile dal quel lato del confine, costruì già nel 1956-57 una strada che collega lo Xinjiang con il Tibet passando proprio attraverso l’Aksai Chin, in molte zone ben al di là della Linea di Johnson.
Le relazioni diplomatiche tra India e Cina subirono infine un forte contraccolpo nel 1959, quando il Dalai Lama, fallita la rivoluzione in Tibet, fuggì in India dove ottenne asilo politico, irritando quindi Mao, che chiese subito rapporti su eventuali ingerenze indiane in Tibet.
Col deteriorarsi delle relazioni ed il fallimento, nel 1960, di risolvere la questione con la diplomazia, nell’Ottobre del 1962 la Cina ruppe gli indugi ed attaccò l’India sia in Aksai Chin che nel tratto più orientale in Arunachal Pradesh.
Cogliendo impreparato l’esercito indiano, la Cina, che già aveva sotto controllo la zona, in meno di due mesi occupò definitivamente l’Aksai Chin infliggendo all’India una lunga serie di sconfitte militari, che terminarono il 19 Novembre quando il premier cinese Zhou Enlai dichiarò un unilaterale armistizio.
Come conseguenza di questa operazione militare la Cina ottenne quindi i suoi  due scopi, di consolidare definitivamente il confine occidentale ed ottenere pieno controllo dell’Aksai Chin, grazie alla nuova demarcazione chiamata Line of Actual Control, che l’India infine accetterà solo nel 1993.
India che, dal canto suo, ebbe modo di utilizzare la cocente sconfitta per migliorare le proprie capacità militari e rafforzare a sua volta le zone di confine contestate, che risulteranno le armi vincenti nel successivo scontro armato con il Pakistan nel 1965.

La seconda tratta del confine indo-cinese, dal Nepal al Bhutan, non fu teatro di battaglie durante la Guerra Sino-Indiana del 1962, ma venne interessata da due scontri armati nel 1967; il primo a Settembre al passo Nathu La, il secondo dal 1 al 10 Ottobre al passo Cho La.
In entrambi i casi la causa fu una certa aggressività da parte della Cina, che non riconosceva il Regno del Sikkim, al tempo sotto il protettorato indiano, ed avanzava quindi alcune piccole pretese territoriali.
La risposta dell’India però questa volta fu piuttosto decisa e tempestiva, causando al nemico un ben maggior numero di perdite e feriti: il conteggio totale riporta 88 morti e 163 feriti di parte indiana, contro i 340 decessi e 450 feriti tra l’esercito cinese.
Successivamente, nel 1975, il Sikkim venne annesso all’India ed inizialmente continuò a non essere riconosciuto come tale dalla Cina, che l’accettò definitivamente solo nel 2003, in cambio del riconoscimento, da parte dell’India, della Regione Autonoma del Tibet come parte del territorio cinese (cosa che per altro l’India aveva già fatto nel lontano 1953).

La parte più orientale del confine indo-cinese è forse quella più problematica con la Cina che rivendica il territorio attualmente occupato dallo stato indiano dell’Arunachal Pradesh, in quanto storicamente parte del Tibet (il Dalai Lama stesso nel 2003 affermò questo, salvo poi ritrattare nel 2008 affermando la legittimità del confine come inteso dall’India).
Anche in questo caso, come per l’area del Kashmir, i tentativi inglesi di tracciare un confine accettabile da tutte le parti interessate furono infruttuosi, con la conferenza di Shimla del 1914 tra India Britannica, Tibet e Cina, e la successiva Linea McMahon che non furono accettate dalla controparte cinese.
Durante la Guerra Sino-Indiana del 1962, la Cina occupò quasi interamente l’Arunachal Pradesh (al tempo chiamato North-East Frontier Agency), salvo poi tornare indietro una volta ottenuto il controllo dell’Aksai Chin sul confine occidentale, con le stesura della Line of Actual Control, che in molti tratti coincide con la Linea McMahon..
Dopo circa 25 anni di relativa pace, nel 1987 le due parti arrivarono molto vicine ad un nuovo scontro armato, sventato da una maggior consapevolezza dei governi indiano e cinese sui rischi e le inutili perdite che questo avrebbe portato.

E grazie a due importanti accordi bilaterali firmati nel 1993 e 1996 ancora oggi la situazione, a parte qualche piccola scaramuccia diplomatica sembra piuttosto pacifica e tranquilla.

giovedì 2 giugno 2016

Il fenomeno delle micro-confezioni indiane

Paan wallah in Calcutta in 1945.jpg
Venditori di paan a Calcutta nel 1945-46
Tra le tante caratteristiche tipiche moderne, l’India ha adottato un peculiare ed efficiente sistema di vendita al dettaglio, grazie a due semplici abitudini: la vendita di prodotti sfusi e la produzione massiccia di microconfezioni.
In realtà entrambi questi fattori sono comuni anche ad altri paesi in via di sviluppo, ma in India i due fenomeni, forse anche a causa della cronica povertà, sono particolarmente estesi.
In questo periodo di crisi finanziaria, in cui anche i paesi “ricchi” sono alla ricerca di soluzioni che aumentino qualsiasi forma di risparmio, forse sarebbe il caso di dare un’occhiata al sistema indiano fondato essenzialmente sul ridurre al minimo gli scarti.

Tra i prodotti che vengono venduti sfusi, che dovrebbero essere tali in qualunque paese, vi sono ad esempio le sigarette e le medicine.
Poter comprare le sigarette a numero invece che a pacchetto, è inutile dire sia sicuramente un sistema più intelligente per ridurne il consumo di quanto non lo sia scrivere sopra ai pacchetti che fanno male alla salute.
Le medicine, che seppur abbiano funzioni opposte alle sigarette hanno in comune l’elevato prezzo, in India vengono vendute in base alla ricetta del medico, non a scatole: se il dottore prescrive di prendere una pastiglia due volte al giorno per 3 giorni, basta comprare 6 pastiglie, non tutta la scatola
Probabilmente l’oggetto più prezioso di un farmacista indiano, senza il quale sarebbe costretto a chiudere il negozio, sono infatti le forbici, con cui tagliare ordinatamente le confezioni e vendere pillole e pastiglie a numero.
Inutile notare il risparmio economico, la diminuzione degli scarti e del consumo.
Senza contare che le medicine, curiosamente di nuovo in maniera simile alle sigarette, meno se ne prendono e meglio è.
Questo cambiamento in Italia (e per esteso nei paesi sviluppati) non succederà, o almeno non a breve, per il noto e semplice motivo che nel mercato globale sono le lobby a decidere la politica e quelle farmaceutiche e del tabacco sono notoriamente tra le più potenti ed infami.

Venendo alle microconfezioni indiane, i negozi di alimentari ed i droghieri, ma anche quelli di articoli per la casa, sono tutti più o meno invasi da bustine e pacchettini di plastica colorata che possono contenere una notevole varietà di prodotti.
I tipi di impacchettamento hanno così tante dimensioni che forse bisognerebbe dividere la categoria tra microconfezioni, cioè solo molto piccole, ed ultramicroconfezioni, cioè quelle monodose o poco più.
Tra quest’ultime, tipiche alimentari sono bustine di spezie, ketchup, pickles (sottaceti), caramelle e marmellate, mentre tra gli articoli non commestibili gli esempi più diffusi sono i detersivi per lavare i panni ed i prodotti per capelli quali shampoo, balsami ed oli.
Le microconfezioni possono comprendere i suddetti articoli ma molti altri ancora, quali ad esempio biscotti dolci ed i numerosissimi snack speziati.

Un discorso a parte meritano infine i prodotti legati alla pratica tipica indiana di masticare tabacco e paan (mistura di spezie digestiva http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/02/il-paan.html) che sono stati forse i primi ad essere confezionati in bustine di plastica monodose.
I negozi di sigarette e di paan, spesso delle minuscole casupole di legno, sono facilmente riconoscibili dalle numerosissime confezioni di bustine colorate, che penzolano pronte per essere velocemente strappate, vendute e consumate.
A causa di uno scarso interesse personale per questo tipo di prodotti non conosciamo con esattezza il contenuto di molte di esse, ma di solito contengono tabacco in diverse forme e vari tipi di paan industriali, sia provvisti di tabacco che senza, più vari ingredienti che fanno parte della mistura del paan tradizionale e che vengono venduti a piccole dosi come semplici rinfrescanti per l’alito.
Lo storico successo di questo tipo di preparazioni ha portato, purtroppo, un aumento vertiginoso nel consumo di tabacco e paan a causa dei quali l’India è il primo paese al mondo per casi di cancro alla bocca e di malformazioni ai denti.
Unito al danno ecologico, di cui parleremo a fine articolo, questo ha portato ad una legislazione vagamente attenta, tanto che in alcuni stati indiani sono banditi completamente, almeno sulla carta, ed in altri si sta provando a farlo.
Un notevole impedimento verso una completa eradicazione del fenomeno è dato dal fatto che anche in India la lobby di tabacco e paan è molto potente, e spesso i proprietari delle fabbriche sono più o meno noti mafiosi, che godono di protezione politica.
Pare infatti che grazie ai rapidi e forti fatturati, installare fabbriche di gutka, nome generico di queste preparazioni, sia il metodo migliore per riciclare denaro sporco.

Tra i lati positivi di questi due fenomeni commerciali c’è sicuramente il fatto di dare la possibilità a chiunque, a prescindere dalle possibilità economiche, di poter utilizzare, almeno saltuariamente, prodotti che sono grossomodo indispensabili per una vita dignitosa dell’uomo del terzo millennio.
Le persone che vivono in ristrettezze economiche, in India purtroppo molto numerose, difficilmente si possono permettere di spendere 30 o più rupie per il detersivo da bucato, ma 1 o 2 rupie per una bustina sì, almeno in particolari situazioni.
Anche le bottigliette di shampoo hanno prezzi molto elevati in rapporto al costo della vita indiana, ma le bustine costano da 2-3 rupie.

Un altro interessante fenomeno legato a questa minuziosa vendita al dettaglio, che però non può essere definita né un aspetto negativo, né positivo, è legato all’ammortizzazione dell’inflazione.
Da una decina d’anni l’inflazione in India cresce, non rapidissima, ma costante, tanto che oggigiorno in media i prezzi sono triplicati, eppure, le microconfezioni continuano a costare tanto uguale.
Il trucco è molto semplice: diminuiscono le porzioni.
Dieci anni fa un pacchetto di biscotti da 2 rupie conteneva 7 pezzi, ora 5, e, attenzione, sono diminuite anche le dimensioni dei biscotti!
Uguale gli shampoo, costano sempre 2-3 rupie, ma prodotto all’interno ce n’è sempre meno.

Seppur a prima vista questa pratica di vendita al dettaglio possa sembrare positiva, aggrava invece quello che già da principio è l’enorme lato negativo di tutta la questione microconfezioni e che viene bilanciato solo in minima parte dal vendere i prodotti sfusi: la quantità di plastica!
Tenendo anche presente che in India sono molto rari i casi di effettive pratiche di smaltimento rifiuti e che, grazie a migliori condizioni economiche, il consumo della plastica sta già di per sé aumentando vertiginosamente, questo sistema potrebbe portare piano piano ad una catastrofe ambientale.

Di certo non aiuta a migliorare la qualità dell’aria né a diminuire la cronica sporcizia, caratteristiche poco invidiabili che vedono purtroppo l’India sempre al top mondiale.

mercoledì 1 giugno 2016

Akbar, Birbal e il cavolo

Posthumous portrait of Mughal Empreror Akbar.jpgUn giorno Akbar e Birbal mentre erano cavallo passarono nei pressi di una grande coltivazione di cavoli.
Osservandola Akbar disse a Birbal “Che meravigliosa verdura che è il cavolo, mi piace tantissimo”.
Birbal rispose “Certo mio Signore, il cavolo è il re delle verdure”.
Akbar, compiaciuto, non disse nulla e continuarono la loro cavalcata.
Alcuni giorni dopo, passando presso la stessa piantagione, Akbar era di cattivo umore, guardò i cavoli e disse “Questo cavolo è una verdura così poco saporita, mi domando come la gente riesca a sopportarlo”.
Birbal commentò “Certo mio Signore, dà perfino fastidio solo a guardarlo!”.
Akbar rimase sorpreso e chiese a Birbal “Mio caro, non ti ho mai conosciuto come un adulatore, a cosa è dovuto questo tuo cambio di attitudine?”.

“Mio Signore, – rispose Birbal – io sono il servo vostro, non il servo del cavolo!”.