domenica 21 febbraio 2016

Storia del Maharajà, del Ministro e il venditore di sandalo

Un giorno, il Maharajà di un piccolo principato indiano si svegliò con una fortissima emicrania.
Chiamò a raccolta tutti i suoi dottori ma nessuno fu in grado di dargli un po’ di sollievo.
Iniziò allora a girare furiosamente per il palazzo finché non incontrò il suo Primo Ministro, al quale disse “Se non riesci a farmi curare, stasera ti taglierò la testa!”.
Il Primo Ministro non era un dottore e non sapeva assolutamente cosa fare.
Iniziò quindi a girovagare per la città pensando ad una soluzione, quando all’improvviso incontrò un vecchio che vedendolo preoccupato gli chiese “Buon uomo, qual è il motivo del tuo turbamento?”.
Il Primo Ministro gli spiegò la questione e quando ebbe finito il vecchio gli propose “Sei disposto a spendere molti soldi?”.
“Certo! Per salvarmi la vita farei qualunque cosa!”, rispose il Primo Ministro.
Così il vecchio lo portò dal maggior mercante di sandalo della città.
Questo tizio aveva i magazzini pieni di prezioso legno ma sembrava disperato.
Il Primo Ministro gli chiese “Qual è il suo problema, signore?”.
“I miei magazzini sono così pieni di sandalo che non sarò mai in grado di venderlo, a meno che il Maharajà non muoia; allora tutti brucerebbero sandalo in suo onore. Per quello sto pregando 24 ore al giorno che quel dannato Maharajà muoia!”.
Il Primo Ministro capì subito che la sua concentrazione era la causa del malessere del Maharajà, così comprò all’istante tutta la legna del mercante.
Questi fu quindi molto contento e smise di maledire il Maharajà, il quale, cessato il mal di testa, ripagò generosamente il fortunato e sagace Primo Ministro.

sabato 20 febbraio 2016

Storia di Akbar, Birbal e il barbiere corrotto

Il Principe Birbal, in quanto favorito dell’Imperatore Akbar, era molto odiato dagli altri cortigiani, che cercavano sempre qualche stratagemma per liberarsi di lui.
Un giorno elaborarono un piano molto ingegnoso, per il quale avevano bisogno di un complice, e reclutarono il barbiere di corte, convincendolo con una grossa somma di denaro.
Alcuni giorni dopo, mentre stava radendo l’imperatore, il barbiere disse, come per caso “Sua Maestà, che vita meravigliosa che Vi state godendo. Ma Vi siete mai chiesti come se la passi Vostro padre in Paradiso?”.
“Stupido barbiere! – esclamò Akbar – Come pensi che possa avere notizie di mio padre dal Paradiso?”.
“Conosco un grande mago, che può mandare in Paradiso chiunque lo voglia, mentre è ancora vivo, per vedere come stanno i suoi antenati”.
Akbar si strofinò la barba pensieroso, quindi disse al barbiere “Prepara immediatamente il necessario e manda qualcuno che mi porti notizie di mio padre”.
“Lo farò sicuramente. – disse il barbiere – Ma dovremmo mandare una persona importante ed esperta, qualcuno che sappia come comportarsi in Paradiso e trovare Vostro padre”.
“Avete in mente qualcuno in particolare?”, chiese Akbar.
“Sì, certo, il Principe Birbal”, rispose pronto il barbiere.
“E perché proprio lui?”.
“Perché nessuno al mondo è intelligente e saggio quanto Birbal, Sua Maestà!”, fu l’ossequiosa risposta del barbiere.
“Ok, manderemo Birbal. Ma dimmi, come pensi di fare?”.
“Quello che faremo è molto semplice. Bisogna mettere Birbal in una capanna speciale, costruita sul campo crematorio, quindi diamo fuoco alla capanna. Grazie ai potenti mantra del grande mago il fuoco non ucciderà Birbal, che invece andrà direttamente in Paradiso, vivo e vegeto. Io stesso ci sono già stato, più di una volta”.
L’Imperatore Akbar non credette ad una sola parola di quanto gli disse il suo barbiere e capì che era un piano per mettere in difficoltà Birbal; ciononostante diede l’assenso, sicuro che Birbal, con la sua intelligenza, sarebbe riuscito a salvarsi e lui avrebbe potuto punire i responsabili della cospirazione.
Il giorno dopo, quando Birbal arrivò a corte, Akbar gli ordinò di prepararsi che stava per essere mandato in Paradiso.
Appresi i dettagli della sua missione, Birbal riconobbe immediatamente la trappola, pensò per qualche momento, quindi disse “Sua Maestà, quando sono pronto ad andare all’Inferno per Voi, andare in Paradiso sarà senz’altro un piacere! Ma se dovrò andare, voglio una grossa somma di denaro per prepararmi”.
“Puoi prendere tutto il denaro che desideri”, lo rassicurò l’imperatore.
“E avrei anche bisogno di tempo per preparare la mia famiglia”.
“Quanto tempo?”.
“Tre mesi”.
“E sia!”, concesse Akbar.
In questo modo Birbal guadagnò un po’ di tempo, diede i soldi alla moglie come assicurazione nel caso avesse fallito ed iniziò ad elaborare un piano di fuga.
Decise di costruire un tunnel che collegasse casa sua con il campo crematorio: di notte scavava il tunnel e di giorno costruiva la capanna.
Pochi giorni prima che scadessero i tre mesi, Birbal terminò sia il tunnel che la capanna, chiamò l’imperatore e dichiarò di essere pronto per partire.
Fu quindi traportato in pompa magna fino al campo crematorio e introdotto nella capanna.
Quando il supposto mago iniziò a recitare i mantra e la capanna fu incendiata, Birbal scese nel suo tunnel, ne chiuse l’accesso e tornò a casa.
Per tre mesi rimase tranquillamente chiuso in casa sua, senza radersi né tagliarsi i capelli.
Quando finalmente riapparve a corte, Akbar lo abbracciò estatico “Come stai mio caro amico? Com’è stato il tuo viaggio? Com’è il Paradiso?”.
“È stato un viaggio lungo e difficile, Sua Maestà, ma in qualche modo ce l’ho fatta e ora sono qui per farVi rapporto”.
“Non tenermi sulle spine, Birbal, dimmi, come sta il mio santo padre?”, chiese Akbar.
“Oh, sta molto bene, mio Signore. Tutto è a posto in Paradiso”.
Quindi cominciò a descrivere gli angeli e i beati, ma prima di concludere disse, quasi distrattamente “Ma c’è una cosa...”.
“E quale sarebbe?”, chiese ansioso Akbar.
“Beh, Vostro padre può ottenere tutto quello che vuole: buon cibo, vestiti eleganti, donne meravigliose, tutti i comfort. Ma è dispiaciuto per una piccola cosa”.
“Cosa?”, chiese Albar al colmo dell’impazienza.
“Veramente mi aveva chiesto di non importunare nessuno con questo...”, disse Birbal, desideroso di far stare sulle spine Akbar, per vendicarsi di averlo messo in quella situazione.
“Ma ora che abbiamo trovato un sistema per andare in Paradiso, possiamo fargli avere tutto quello che vuole!”, esclamò Akbar esasperato.
“Bene, Vostro padre dice che può ottenere tutto ciò che vuole, tranne una cosa: essere rasato”.
“Ma come, nessun barbiere ha mai raggiunto il Paradiso?”.
“No, nessuno finora... – rispose Birbal, prendendosi una prima rivincita sul barbiere di corte – Guardatemi, mio Signore. Non pensate che mi sarei presentato a Voi ben rasato se avessi potuto trovare un barbiere? Ho avuto perfino difficoltà a riconoscere Vostro padre da quanto sono cresciuti i suoi capelli e la sua barba. Quindi oltre a mandarVi la Sua benedizione, chiedeva, se per caso...”.
“Cosa? Dimmi subito!”, tuonò Akbar.
“Vostro padre chiede se potete inviargli un buon barbiere, se ne avete”.
“Ma certo, potremmo mandare il nostro nobile barbiere! Tra l’altro è proprio lui che ci ha insegnato a raggiungere il Paradiso e ha detto di esserci già stato: se lo merita!”.

E questa fu la fine del barbiere di Akbar...

Il piccolo-grande maestro Sachin Tendulkar

Sachin Tendulkar è un ex-battitore indiano, ritiratosi nel 2013, considerato da molti il miglior giocatore nella storia del cricket.
Nella sua lunga ed illustre carriera egli ha stabilito numerosissimi record che lo pongono al livello di mostri sacri dello sport internazionale quali, ad esempio, Michael Jordan o Sergei Bubka.
Al pari del suo talento sportivo, Sachin Tendulkar è noto anche per il suo carattere gentile e umile che lo hanno fatto amare da milioni di tifosi, non solo in India, e guadagnare l’ammirazione e il genuino rispetto di compagni di squadra ed avversari.
Grazie al carattere, nonostante abbia vissuto per lunghi anni (ben 24) al centro dell’attenzione sportiva indiana, egli è sempre stato in grado di evitare ogni tipo di controversia, il ché dimostra le eccelse qualità morali del “Little Master” (così chiamato non certo per il talento ma per la statura, intorno ai 165 cm).
Data la pluridecennale carriera, oltre ai successi, non furono pochi anche gli insuccessi, dovuti a naturali periodi di scarsa forma, sia personale che della squadra nazionale indiana, o fisiologici infortuni, ma la passione sviscerata per il proprio sport e la sua rinomata caparbietà hanno permesso a Sachin Tendulkar di rispondere alle critiche, spesso frettolose, con magnifiche performance sul campo.
L’insuccesso più grande, che dal punto di vista sportivo rimane ancora un piccolo mistero, sono stati gli scarsi risultati ottenuti come capitano della nazionale indiana, carica che coprì solo per alcuni mesi proprio a causa del poco successo.
Seppur il cricket sia uno sport di squadra, l’operato del capitano è molto importante poiché, a prescindere dal ruolo coperto all’interno del team, battitore o lanciatore, è lui che decide le sempre cangianti strategie di gioco, ed è quindi a lui che vanno ascritti anche la maggior parte dei meriti in caso di vittoria, o i demeriti in caso di sconfitta.
Dato l’immenso talento crickettistico di Tendulkar, fu naturale immaginare in lui un ottimo capitano, ma questo non avvenne.
Oltretutto, come spesso succede agli skipper (capitani), oberato dall’impegno di dirigere la squadra in tutti i reparti, in quel periodo anche le sue performance da battitore subirono un vistoso calo.
Il già citato carattere umile di Tendulkar venne però in suo soccorso, riconobbe i propri limiti, rinunciò al prestigioso incarico di capitano e tornò a concentrarsi su quello che sapeva fare meglio: annichilire i lanciatori avversari con la sua mazza, spedendo la pallina in ogni remoto angolo degli sterminati campi di cricket.
Il culmine della sua carriera furono sicuramente i Mondiali del 2011, dove l’India vinse la finale a Mumbai, città natale di Tendulkar.
Sportivamente non fu per lui un grande torneo, almeno in confronto ai suoi elevatissimi standard, ed anche in finale fu in grado di aggiungere poche run (corse-punti) al totale della squadra, ma questo per fortuna influì poco o nulla sulla performance del “Team India” giunto all’evento in perfetta forma.
E fu in ogni caso il Mondiale di Tendulkar poiché tutti i giocatori indiani, sia prima che dopo il torneo, dedicarono a lui ogni sforzo verso la vittoria.
Altrettanto romantico e toccante è stato il definitivo addio al cricket avvenuto durante una serie di due Test Match, contro le West Indies, intitolata informalmente “Farewell Tendulkar”, Addio a Tendulkar.
Come nella finale dei Mondiali, anche l’ultimo incontro si è tenuto a Mumbai, città natale di Sachin, il quale aveva richiesto esplicitamente tale onore, non come soddisfazione personale, ma per permettere al suo primo maestro, ormai novantenne, di assistere al match.

Per finire, alcune statistiche comparate (aggiornate al 2013, anno del ritiro) che mostrano i suoi record più significativi.
Sachin Tendulkar è al 1° posto come numero di run (punti) sia nel formato Test Match della durata di 5 giorni, sia nel formato One Day di un giorno solo.
Nei test match ha accumulato l’esorbitante cifra di 15.921 run distanziando il 2° in classifica, il fortissimo australiano Ricky Ponting, di più di 2.000 corse (e lo stesso Ponting, fermo a 13.378, ha chiuso la propria gloriosa carriera pochi anni prima di Tendulkar).
Ancora più dominanti sono le statistiche riguardo le partite da un giorno, con Tendulkar attestato a quota 18.426 corse mentre il 2°, di nuovo Ricky Ponting, ne ha segnate 13.704
Ma il record dei record, considerato impensabile prima di lui, e dopo di lui, è stato segnare almeno 100 punti, notevole prodezza chiamata hundred, in un match internazionale per ben 100 volte, impresa per la quale è stata coniata l’espressione inglese a hundred of hundreds, un centianio di centinaia.
Anche in questo caso il confronto con i secondi in classifica è impietoso: nei test match Tendulkar ha segnato 51 hundreds mentre il secondo è il sudafricano Jack Kallis fermo a quota 44 (ed anche lui ha da poco terminato la carriera internazionale); nei One Day, Tendulkar 49, mentre Ricky Ponting è fermo a 30 hundreds.
Come risultato complessivo Tendulkar 100, Ponting, 71, Kallis, 61.
Tra gli altri record, merita senz’altro una citazione l’essere stato il primo battitore, in circa 40 anni di storia del formato di cricket ODI, a raggiungere la quota di 200 punti in un incontro.
Altri numerosi record portano il nome di Sachin Tendulkar nelle statistiche che riguardano i campionati mondiali, dei quali ha preso parte a ben 6 edizioni, raggiungendo una volta la semifinale e due volta la finale.
Maggior numero di run, maggior numero di hundred, maggior numero di fifty, tra i record più importanti per i battitori, sono tutti ascritti a Sachin Tendulkar.

venerdì 19 febbraio 2016

Il Ramayana esoterico

Uno degli aspetti caratteristici della religione indù è la presenza di numerose divinità (secondo la tradizione ben 330 milioni) alle quali è legata un’estesa mitologia che ne racconta le gesta.
L’importanza delle storie mitologiche induiste rientra nella tradizione, comune a quasi tutte le religioni, di cercare di esprimere grandi verità attraverso semplici metafore e similitudini.
Il vero scopo è quindi quello di veicolare un insegnamento che possa essere recepito facilmente da chiunque.
Nella mitologia indù questo viene portato fino al punto che le storie vengono talvolta raccontate in maniera diversa, o quantomeno dando importanza a parti diverse, proprio per permettere di dare più di una lezione, in base alle esigenze e capacità del lettore.
Oltre ad essere quindi narrata in maniera differente, secondo un’antica tradizione vedica, ogni storia, per essere davvero significativa, deve possedere almeno sette livelli di interpretazione diversi, sebbene questo dipenda soprattutto dalla sensibilità e l’apertura mentale di chi legge.
Prendendo come esempio il noto poema epico Ramayana, uno dei motivi del suo successo è proprio quello di possedere numerose chiavi di lettura che possono stimolare l’interesse sia delle persone più semplici e meno acculturate, sia di studiosi e intellettuali.
Una delle interpretazioni più raffinate viene esposta nel libro di Robert Svoboda, Aghora II Kundalini, dove viene proposta un’interessante spiegazione del suo maestro, l’Aghori Vimalananda, sui significati esoterici del Ramayana,.
Questa interpretazione mette in relazione i personaggi e le loro avventure con i processi psicofisici che avvengono all’interno di ogni serio praticante yoga.
Per poter illustrare questo argomento, riassumiamo quindi, brevemente, le vicende più importanti del poema.
Poco tempo prima che l’amatissimo principe Rama venisse incoronato Re di Ayodhya, una delle mogli del Re Dasaratha, Kaykey, decise di far valere un desiderio che il Re le aveva accordato alcuni anni prima per averlo salvato in una difficile situazione.
Chiese quindi che Rama, figliastro di Kaykey, venisse mandato in esilio nella foresta per 14 anni e nel frattempo venisse incoronato suo figlio Bharat.
Obbligato a tenere fede alla parola data, Re Dasarath, addolorato, spiegò la situazione a Rama, il quale, mostrando fin da subito le sue elevatissime qualità morali, si sottopose senza protestare alla volontà del padre ed anzi, lo consolò prendendosi la responsabilità del problema, poiché aveva accettato la carica senza pensare che questo avrebbe potuto creare malumori alla sua matrigna Kaykey.
Insieme a sua moglie Sita e l’inseparabile fratello Lakshman, Rama lasciò quindi il Regno di Ayodhya alla volta della foresta.
Poco prima che i 14 anni di esilio terminassero, Sita venne rapita con uno stratagemma dal demone Ravana che la portò con sé nella sua città dorata sull’isola di Lanka.
Rama e Lakshman, grazie all’aiuto di vari personaggi, soprattutto il Re delle scimmie Hanuman, riusciranno in seguito a rintracciare Sita, distruggere Lanka, uccidere Ravana e tornare ad Ayodhya proprio il giorno in cui scadeva il termine dell’esilio.
Nell’interpretazione esoterica Rama rappresenta l’Anima, sua moglie Sita la Kundalini Shakti, Lakshman il Potere della Concentrazione e Hanuman il Respiro.
Partendo dalle prime vicende, quando Rama viene mandato in esilio, Sita, sua moglie, chiaramente lo segue, in quanto l’Anima non può essere separata dalla sua Shakti; e allo stesso modo Lakshman decide di accompagnarli e aiutarli, proprio come il Potere della Concentrazione aiuta l’Anima a raggiungere la sua “sposa”, Shakti.
Nella foresta tutto procedeva bene, finché un cervo dorato apparve di fronte alla capanna dove i tre avevano preso rifugio ed ammaliata dalla sua bellezza, Sita chiese a Rama di catturarlo.
In realtà, il cervo era il fratello del demone Ravana, inviato sotto mentite spoglie col compito di allontanare Rama e Lakshman da Sita per permettere a Ravana di rapirla.
Quando Rama capisce il trucco, uccide il “cervo”, che però in punto di morte lancia un grido di aiuto verso Lakshman, con la voce di Rama.
Sentendolo, Sita si preoccupa che sia successo qualcosa a Rama, così ordina a Lakshman di andare in suo soccorso e una volta sola verrà rapita da Ravana.
Questo è esattamente quello che succede all’interno di ogni praticante yoga: quando la Kundalini Shakti inizia a risvegliarsi, il lungo processo verso l’illuminazione è appena iniziato, e se non viene fermamente controllata dal Potere della Concentrazione, rischia di perdersi e di essere rapita dai “demoni”.
Il demone Ravana, infatti, rappresenta la Personalità Umana limitata dall’ego, sempre impegnato a contemplare sé stesso e la sua supposta grandezza.
Per riuscire a riottenere la sua Kundalini (la sposa Sita), l’Anima (Rama) deve quindi ricorrere all’aiuto del prana, il Respiro (il Re delle scimmie Hanuman, figlio del vento), che è in grado di liberare il percorso della Kundalini e l’aiuta a ritornare al suo amato; esattamente quello che fa Hanuman per Rama e Sita.
Una volta scoperto dove Sita era imprigionata, Hanuman vola sull’isola di Lanka, localizza Sita, distrugge la città dorata di Ravana e torna da Rama a dargli la lieta notizia.
Insieme ad Hanuman e al suo esercito di scimmie, Rama si prepara quindi ad attaccare Lanka, ma per fare questo deve prima costruire un ponte per attraversare il mare.
Secondo i concetti yogici, internamente questo ponte collega il primo chakra, il muladhara, con il terzo, il manipura, sorvolando il secondo, lo svadhisthana chakra, che, non a caso, rappresenta l’elemento Acqua.
Questo ponte può essere costruito solo attraverso il celibato, in quanto lo svadhisthana, collocato nella regione pubica, è il chakra del sesso, ed è quindi solo grazie ad Hanuman, perfetto celibe, che Rama riesce ad attraversare il mare e arrivare a Lanka, il manipura chakra.
Questa interpretazione esoterica dei principali protagonisti può essere estesa a numerose, se non tutte, le vicende del Ramayana, seppur richieda, da parte del lettore, una profondissima conoscenza dei concetti yogici nonché una notevole capacità di astrazione.

Jaisinghrao e il suo guru Mungshahji

Jaisinghrao era un nobiluomo indù che aveva come guru un fachiro mussulmano chiamato Mungshahji.
Egli era un maestro molto particolare: quando qualcuno andava a visitarlo, lui gli tirava i suoi escrementi, o se sapeva che erano vegetariani, gli tirava delle ossa di pollo, così, solo per vedere quanto avrebbero resistito prima di arrabbiarsi.
Mungshahji viveva in casa di Jaisinghrao e quando era dell’umore urinava sui muri, dava fuoco alle tende, rompeva cose.
Insomma, faceva quello che voleva, ma Jaisinghrao non obiettò mai e non disse mai nulla.
Egli era così devoto al suo guru che addirittura celebrava cerimonie agli escrementi del suo maestro.
Un giorno Jaisinghrao, a causa di alcuni investimenti andati male, era in pericolo di perdere tutte le sue terre.
Non ne parlò con nessuno, ma mentre stava porgendo i suoi servizi a Mungshahji, la sua mente per un attimo fu distratta dalle sue difficoltà economiche e una lacrima cadde lungo la sua guancia.
Quando Mungshahji se ne accorse disse “Figlio mio, quando tu ti prendi così tanta cura di me senza chiedermi il più piccolo favore, pensi che io possa sopportare di vedere anche una sola lacrima solcare il tuo viso? Qual è il problema?”.
Quando Jaisinghrao gl spiegò la questione Mungshahji esclamò “Non ti preoccupare! Non solo non perderai le tue terre ma farò in modo che tu diventi milionario!”.
Jaisinghrao riuscì infatti a tenere le sue terre e quando le vendette un pezzo per volta guadagnò effettivamente un milione di rupie.
Poco tempo dopo, gli abitanti del paese vicino presentarono una petizione in tribunale per obbligare Mungshahji a rimanere con loro e Jaisinghrao, a sua volta, presentò una contro-petizione affinché gli fosse affidata la custodia del suo guru.
Il Giudice era perplesso sul da farsi e decise di chiedere al fachiro stesso dove volesse stare.
Mungshahji disse “Non lascerò mai Jaisinghrao perché non mi chiede mai niente!”.

giovedì 18 febbraio 2016

Breve parabola su Re Janaka

Un giorno Re Janaka fu portato in cielo da un messaggero degli dei, come premio per la sua condotta di vita ineccepibile.
Mentre si trovava lì, chiese di poter vedere l’inferno, che non aveva ancora visitato, così fu chiamato un demone per accompagnarlo.
Una volta arrivati, Janaka fu sorpreso di constatare che tutti erano felici e sorridenti, ma ancora più sorpreso fu il demone, sapendo che all’inferno tutti sono tristi e sofferenti.
Quando il demone chiese una spiegazione, uno degli spiriti dell’inferno rispose “Quando lo guardiamo (riferendosi a Janaka), sentiamo che con la sua magnanimità sta portando i nostri karma, così presto tutti i nostri cattivi karma cesseranno e anche noi potremmo andare in paradiso”.
Il demone rimase stupefatto e chiese a Janaka di tornare dagli dei.
Ma gli spiriti dei morti dissero “No, ti preghiamo, non andare! Rimani con noi!”.
Janaka quindi disse al demone “Non voglio andare. Piuttosto rimarrò qui per dieci milioni di anni, se necessario, fino a quando tutte queste persone non saranno liberate dalla loro schiavitù”.
Quando Vishnu udì queste parole, rimase sbalordito e pensò “Anche se sono il protettore dei Mondi, non ho mai fatto come quest’uomo!”.
Allora Brahma, Vishnu e Shiva benedirono Re Janaka ed uno dei risultati di questa benedizione fu la nascita di sua figlia Sita, che divenne la moglie del Signore Rama.

Le karela

La momordica charantia è una pianta rampicante della famiglia delle cucurbitaceae, originaria del subcontinente indiano, che produce dei frutti commestibili, chiamati in italiano ampalaya o zucca amara e karela in hindi, di forma oblunga, con lunghezza variabile fino ad una quindicina di centimetri, e caratterizzati da una superficie irregolare che si potrebbe definire verrucosa.
Il fresco profumo di campo delle karela verdi allo stato giovanile, quando sono adatte al consumo umano, contrasta notevolmente con il gusto molto amaro che viene però utilizzato da secoli in varie cucine asiatiche.
In India i frutti della momordica sono costantemente reperibili sul mercato a prezzi moderati, entrambi fattori che ne favoriscono il consumo a prescindere dai gusti personali, seppur il deciso sapore amaro non viene apprezzato proprio da tutti: i bambini, ad esempio, spesso odiano le karela.
Per le preparazioni più diffuse, le karela vengono tagliate a fettine sottili dalle quali rimuovere la parte interna composta da una sostanza bianca spugnosa, simile all’albedo della buccia degli agrumi, che racchiude dei semi legnosi non edibili, simili a piccoli fagioli piatti.
Oltre ad essere presente nei misti di verdure, le preparazioni più comuni prevedono di saltare in padella gli anelli di karela con sale, peperoncino e spezie (ma anche aglio e cipolla), finché non raggiungono una leggera doratura e vengono serviti nei thali, i tipici set di cibo indiano composti da riso, dal (brodo di lenticchie), verdure stufate e verdure saltate.
Anche senza essere amanti dell’amaro o del riso, un paio di karela saltate in padella, con un bel po’ di sale per stemperare l’amaro, ed accompagnate da riso basmati, ingiallito da una punta di curcuma, è sicuramente un piatto sano e vagamente saporito .
Oltre al peperoncino fresco, sempre per stemperare l’amaro delle karela e per rendere vagamente più consistente un pasto altrimenti leggerissimo, si combina molto bene un’insalatina indiana, che consiste in fettine di pomodoro, cetriolo, cipolla e carota.
Un ultimo fattore che incide sul consumo della karela, in aumento in tutta l’Asia, è dato dalle presunte proprietà benefiche utilizzate da secoli anche in Africa per curare vari tipi di malanni.
Prove scientifiche che provino l’efficacia di tali rimedi sono in corso, ma di certo rappresenta un cibo estremamente salutare.
In Europa la reperibilità dei frutti di momordica ci è ignota; climaticamente possono sicuramente essere presenti in zone favorevoli e sono noti, quindi presumibilmente coltivati, in Turchia.
Stando ad una breve ricerca internet vengono coltivati amatorialmente ed a scopo ornamentale anche in Italia, per la semplicità e velocità della crescita, e per le rigogliose foglie verde acceso.
Il loro utilizzo culinario al giorno d’oggi riguarda principalmente l’Asia, in minor misura Centro e Sud America e parti di Africa, mentre a livello mondiale stanno diventando sempre più popolari gli integratori a base di momordica che pare abbiano varie proprietà benefiche, tra cui il controllo del diabete.