venerdì 8 aprile 2016

Censimento indiano 2011: dati sullo stato dell'Uttar Pradesh

File:The times of india.svgAlcuni dati, estratti dal giornale The Times of India, dell’ultimo censimento indiano del 2011 riguardo lo stato dell’Uttar Pradesh, dove vive circa un quinto della popolazione del paese.

Il titolo centrale era “Cellphones buzzing but sanitaton cries for help” (I telefoni ronzano ma la sanità chiede aiuto), piuttosto indicativo sulle tipiche ed orribili contraddizioni indiane.
Tra le varie tabelle, in cui i dati venivano divisi in popolazione rurale e urbana, interessanti sono appunto quelle che riguardano la vita di tutti i giorni, cioè le proprietà delle persone, le fonti di luce e l’acqua potabile.

Per quanto riguarda le “ricchezze” in Uttar Pradesh il 24% della popolazione possiede una radio, il 33% la televisione, il 61% possiede un telefono cellulare, l’8% un computer, l’1,9% la connessione internet (e c’è chi pensa che l’India sia una nuova Silicon Valley...).

Riguardo i mezzi di trasporto il 19% possiede un veicolo a due ruote, il 3,8% (!) un veicolo a quattro ruote e il 67% possiede la bicicletta.

Per quanto riguarda la fonte di luce è enorme la differenza tra le zone rurali e quelle urbane: nelle campagne il 75% della popolazione utilizza ancora il kerosene, solo il 23% l’elettricità, mentre nelle città l’elettricità è la fonte maggiore con l’81% e il kerosene il 17%.

L’approvigionamento di acqua potabile nelle campagne è affidato in gran parte alle pompe manuali che estraggono l’acqua dal sottosuolo, circa il 73%, mentre in città la fonte maggiore sono le tubature del governo 50%, seppur le pompe a mano resistano ancora con circa il 36%.

Infine riportiamo i dati, quasi agghiaccianti, riguardo la reperibilità di acqua potabile, la disponibilità di servizi igienici, il tipo di fogna e la presenza di cucine.
Nelle zone rurali il 44% della popolazione ha accesso all’acqua potabile nel luogo dove abita, il 41% nelle vicinanze, il 14% piuttosto lontano; nelle città invece le statistiche sono leggermente migliori con il 78%, il 16% e il 5%.

Per quanto riguarda i servizi igienici, nelle campagne essi sono disponibili solo per il 17% della popolazione, mentre il 29% possiede un luogo nelle vicinanze a cielo aperto e il 53% non possiede nessun tipo di servizio igienico.
Di nuovo, in città la situazione è migliore, o forse bisognerebbe dire meno tragica: il 69% ha a disposizione i servizi, mentre il 15% utilizza un luogo riservato ma all’aria aperta e circa il 15% non ha nessun servizio.

Lo schema delle fogne era diviso in 3 categorie: fogna chiusa, fogna aperta e no fogna.
Le percentuali per le zone rurali sono: 7%, 54% e 38%; mentre nelle zone urbane: 32%, 61% e 6%, chiaramente disastrose in entrambi i casi.

Infine la tabella sulle cucine, dove venivano considerate: la disponibilità di una stanza apposita, la possibilità di cucinare in casa ma non in una vera e propria cucina, la possibilità di cucinare ma non in casa, infine la possibilità di cucinare in senso assoluto.
Nelle zone rurali solo il 32% della popolazione ha a disposizione una cucina, mentre, per fortuna, in città questa percentuale sale al 68%; quindi nelle campagne il 60% cucina in casa da qualche altra parte, come avviene anche per il 30% della popolazione urbana.
Le ultime due voci, grazie al cielo, occupano percentuali molto basse, seppur sarebbe auspicabile che fossero assenti del tutto: il 6% degli abitanti delle campagne cucina fuori dalla casa, mentre tra gli abitanti delle città solo l’1,5% è costretto a tale sacrificio; infine le percentuali di chi non si può neppure permettere di cucinare sono solo dello 0,2% e 0,3%.

Oltre a queste statistiche, la pagina conteneva anche un interessante articolo sul triste fenomeno degli “human scavengers”, tanto inumano che facciamo perfino fatica a trovare una traduzione appropriata in lingua italiana.
Queste persone, nella maggior parte dei casi donne, hanno l’ingrato compito di pulire manualmente le latrine pubbliche, in particolare le cosiddette “dry toilets”, che non sono le moderne latrine ipertecnologiche, bensì gabinetti privi di scarico, quindi “asciutti”.
Sebbene sia stato bandito legalmente dallo stato dell’Uttar Pradesh ben 19 anni fa, secondo il recente censimento in 42 distretti vi sono ancora 34.921 gabinetti “asciutti” e ben 5.530 persone addette alla loro pulizia.
L’articolo, chiaramente critico, evidenziava come il fenomeno non è circoscritto solo alle zone più degradate, il titolo infatti ironicamente diceva “Human scavengers exist, even in the City of Nawabs; 57 still practising.” (I pulitori manuali esistono, perfino nella Città dei Nababbi; in 57 sono ancora attivi).
Il riferimento alla città di Lucknow come la residenza dei Nababbi evidenzia, ancora una volta, le irritanti contraddizioni indiane.

giovedì 7 aprile 2016

La città di Kolkata

Contrariamente alla maggior parte dei più grandi centri urbani dell’India, che spesso affondano le radici nella notte dei tempi, Kolkata (fino al 2001 anglicizzato in Calcutta) è una città piuttosto giovane, essendo stata fondata dagli inglesi nel non lontano 1690, quando il Nababbo del Bengala, vassallo dell’Impero Moghul, concesse alla Compagnia delle Indie Orientali una licenza commerciale.
Originariamente furono uniti tre piccoli villaggi di pescatori tra cui Kalikata, da cui deriva una delle due più probabili etimologie del nome della città, insieme a quella proveniente dalla presenza, sempre in quell’area, di un importante santuario dedicato alla dea Kali e chiamato Kalighat Kali Mandir.
Nel 1756 a causa di sempre più frequenti evasioni fiscali ed una progressiva militarizzazione dell’area da parte degli inglesi, il nababbo riprese il controllo della città, per perderlo definitivamente l’anno dopo, in seguito alla Battaglia di Plassey (circa 150 km a nord di Kolkata), che vide la Compagnia delle Indie Orientali sconfiggere definitivamente una coalizione formata dal Nababbo del Bengala e la Compagnia delle Indie francese.
Dopo questa importante vittoria, lo sviluppo economico di Kolkata crebbe enormemente, soprattutto grazie ad un attivissimo porto, fino ad essere eletta, nel 1772, capitale dell’Impero Britannico in India e diventando una delle città più grandi e prospere al mondo.
La sua fortuna iniziò a girare all’inizio del ‘900 per numerosi motivi: il progressivo indebolimento dell’Impero Britannico, dovuto in gran parte alla I Guerra Mondiale; l’apertura di nuove rotte commerciali; ed il parziale interramento del porto, dovuto ai numerosi detriti portati dal fiume Hoogly, a causa del quale le navi che potevano accedervi divennero sempre più piccole e meno redditizie.
A questi fattori, dopo l’indipendenza dell’India, si aggiunse il sovrappopolamento, causato, oltre che da dinamiche socio-culturali comuni a tutto il paese, anche da due avvenimenti storici di notevole entità.
Il primo, nel 1947, fu la divisione del sub-continente indiano in Pakistan Occidentale, India e Pakistan Orientale (l’attuale Bangladesh), e seppur nel confine presso Kolkata non si verificarono i sistematici e terribili episodi di violenza comuni al confine con l’odierno Pakistan, la città subì un enorme flusso migratorio che mise in gravi difficoltà le già precarie infrastrutture.
La seconda grande ondata migratoria avvenne nel 1971 durante la guerra tra i due Pakistan, terminata con la secessione di quello orientale e la creazione del Bangladesh.
Al giorno d’oggi Kolkata è tristemente nota per la povertà, il traffico e l’inquinamento, ma grazie ai recenti progressi dell’economia indiana iniziati negli anni ‘90, sta lentamente uscendo dalla vera e proprio morsa di miseria che l’aveva stretta nei precedenti 40-50 anni.
Nonostante la storia relativamente recente, Kolkata, tra l’altro, possiede numerosi siti di un certo interesse storico-artistico, e soprattutto un distintivo carattere anglosassone, dato dai numerosi palazzi in perfetto stile vittoriano, senza contare alcuni esotici e pregevoli edifici in stile indo-saraceno.
Tra i luoghi che menzioneremo brevemente in questo post: il Victoria Memorial, la St. Paul Cathedral, la piazza BBD Bagh, i giardini botanici e l’Asian Museum; ma meritano una visita anche l’attivo ed affollato tempio di Kalighat, il grande e tranquillo complesso religioso di Dakshineswar, situato sulle sponde del fiume, e l’originale tempio Jaina dedicato a Parshvanath, 23esimo e penultimo tirthankar (profeta) del jainismo.

Il Victoria Memorial si trova nella zona sud del Maidan, un gigantesco parco diviso in varie sezioni e giardini, in un’area particolarmente tranquilla e ben curata.
Ottimo esempio di revival dello stile indo-saraceno, è costruito interamente in marmo bianco ed ospita al suo interno un museo dove sono esposti vari oggetti del periodo coloniale britannico.
Bisogna ricordare infatti che, nonostante il risultato estetico-artistico sia piuttosto piacevole, come anche passeggiare nel suo grande e ordinato giardino, il monumento venne eretto per il poco edificante motivo di mostrare la potenza e le capacità dei colonizzatori.

Altro significativo esempio dell’eccentrica architettura di Kolkata è la St. Paul Cathedral, in perfetto stile neogotico, decisamente inusuale in questa parte del mondo.
Costruita con lo scopo di sostituire la precedente cattedrale di St. John diventata ormai troppo piccola per la crescente popolazione inglese, venne consacrata nel 1857 ed è ancora oggi il centro della piccola ma attiva comunità cristiana della città.
Oltre a questa cattedrale, in giro per Kolkata è facile incontrare piccole chiese, magari senza grandi pretese artistiche, ma che si inseriscono piuttosto bene tra l’originale architettura della città.

La BBD Bagh è una grande piazza formata da un piccolo lago artificiale rotondo, chiamato Lal Dighi, attorno al quale sono stati edificati dei grandi palazzi adibiti all’amministrazione dell’impero e che ancora oggi sono occupati da importanti istituzioni del governo del Bengala Occidentale.
Nonostante si trovi in pieno centro città e sia da anni oggetto di attenzioni indesiderate da parte di potenti gruppi edilizi che vorrebbero sfruttare quel grande spazio, la sopravvivenza del Lal Dighi sembra garantita, almeno per l’immediato futuro, grazie al fatto che il corpo dei pompieri della città lo ritiene una fondamentale risorsa d’acqua d’emergenza in casi di incendio.
Tra gli edifici principali: il gigantesco Writer’s Building, l’Ufficio Postale, l’Ufficio del Telegrafo ed il Royal Exchange Building, ancora oggi sede della borsa e della Camera di Commercio del Bengala.

I giardini botanici sono situati sulla sponda opposta del fiume Hoogly, in una grande area verdeggiante, e sono piuttosto famosi per la presenza di un esemplare di baniano (ficus benghalensis) che viene considerato l’albero con la chioma più grande al mondo.
La particolarità di questa originale specie di alberi sono le radici aere che scendono, simili a liane, dai rami più bassi, a circa 3-4 metri da terra, quindi si infilano nel terreno e sviluppano come piccoli tronchi.
Per questo motivo, più che un albero, il gigantesco esemplare di Kolkata sembra una piccola foresta e nonostante il tronco principale sia stato rimosso molti anni fa a causa di un fungo, l’albero al momento gode ancora di ottima salute.
Oltre a questo magnifico baniano si possono chiaramente ammirare altri interessanti esemplari di alberi e piante, seppur la cronica assenza in India di cartelli esplicativi e segnaletica, non permette di migliorare molto le proprie conoscenze botaniche.
In ogni caso è davvero piacevole camminare tranquillamente negli ampi viali, cercando magari di addocchiare qualche furtivo sciacallo, uccelli di varie specie o qualcuno dei numerosi serpenti che vivono nell’area.

Infine l’Asian Museum, noto per essere uno dei più grandi musei dell’Asia, ma anche per la scarsa manutenzione e lo stato di quasi totale abbandono in cui versano alcune collezioni.
Ciononostante, è piuttosto piacevole passeggiare tra le grandi stanze del gigantesco palazzo dove è ospitato, che conservano una vastissima gamma di reperti ed opere d’arte, in particolare alcune delle numerose antiche statue a tema religioso sono decisamente pregevoli.

Uno dei motivi per cui questo museo è molto popolare tra i visitatori stranieri è che si trova ad un angolo di Sudden Street, la via principale dell’area turistica, quindi risulta essere molto comodo da raggiungere.

mercoledì 6 aprile 2016

Storia dell'aghori e l'ingegnere inglese

Sadhu with long hair, India, ca. 1920 (IMP-CSCNWW33-OS16-28).jpgMolti anni fa, quando gli inglesi ancora governavano l’India, c’era un asceta aghori che viveva in una piccola capanna appena fuori un villaggio.
Per alcune strane ragioni, il governo aveva deciso di costruire una strada che passava esattamente attraverso la capanna dell’asceta.
Quando l’ingegnere inglese a capo dei lavori cercò di allontanare l’aghori, si comportò in maniera molto insolente e l’asceta decise quindi di dargli una bella lezione.
Allungò il suo pene, lo legò intorno ad un gigantesco masso e lo posizionò di fronte ai macchinari per la costruzione della strada, quindi disse all’ingegnere “Ora spostalo!”.
L’inglese chiaramente pensò che sotto ci fosse qualche trucchetto – com’è possibile legare il pene ad un masso e trascinarlo in giro? – così ordinò agli operai di spostarlo.
Tutti i suoi uomini iniziarono a spingere, ma nonostante gli sforzi non furono in grado di muoverlo nemmeno di un millimetro.
L’inglese allora capì che stava succedendo qualcosa di strano, si avvicinò all’asceta e gli disse educatamente “Guardate, devo costruire questa strada, è il mio lavoro. Se non lo faccio verrò licenziato, per favore, aiutatemi!”.
L’aghori lo guardò attentamente e rispose “Così va meglio, ora stai parlando come si conviene”.

Quindi allungò di nuovo il pene, lo legò intorno al masso, lo spostò da un lato e la costruzione della strada riprese indisturbata.

martedì 5 aprile 2016

Le onoreficenze della Repubblica Indiana

Bharat Ratna.jpg
Medaglia dell'onoreficenza Bharat Ratna
Leggendo i giornali indiani in lingua inglese, ci troviamo spesso di fronte a numerosi termini ed espressioni che, nonostante la nostra ormai decennale esperienza, ci colgono più o meno impreparati.
Uno dei più grossi problemi è dato dall’uso frequente, quasi smodato, di acronimi, a causa del quale vengono citate numerosissime sigle.
Seppur quasi sempre negli articoli vengano riportati i nomi completi dai quali derivano gli acronimi, alcuni sono dati per scontato, quindi, se si vuole capire quello che si legge, si è obbligati ad impararli.
Molte sigle, per fortuna, si ripetono comunemente, soprattutto quelle riferite alla politica, e sono facilmente assimilabili, ma spesso vengono create sul momento, nei singoli articoli, per i nomi di associazioni o cariche secondarie, e capirli diventa talvolta un esercizio criptografico.
Riguardo alla terminologia, è chiaro che bisogna essere piuttosto elastici, cioè conoscere inglese, compresi termini arcaici e desueti, hindi e, chiaramente, hinglish (http://informazioniindiaenepal.blogspot.com/2016/02/lingua-inglese-in-india.html).
Anche una completa conoscenza delle intricatissime situazioni politico-sociali del paese risulta impossibile per gli stranieri, seppur interessati, ma c’è da dubitare che gli indiani stessi possano essere perfettamente a consocenza di tutte le questioni che vengono trattate sui media.
Tutto ciò chiaramente si rivela un ottimo stimolo verso la conoscenza di questo affascinante paese e, dopo tanti anni, ci capita raramente di leggere un’edizione del giornale senza aver imparato qualcosa di nuovo, al di là delle notizie riportate.
In particolare, in questo post, tratteremo brevemente l’argomento delle onoreficenze indiane, che vengono spesso citate sui giornali e, incuriosendoci, ci hanno ispirato una ricerca specifica.
I nomi delle onoreficenze vengono spesso associati alle personalità che le hanno ricevute per sottolineare il loro status ma non sono rari i casi in cui la nomina stessa a tali riconoscimenti suscita controversie che vengono prontamente sottolineate dai giornali.
I quotidiani indiani infatti, godono di una notevole libertà di espressione che viene però tradotta, in gran parte, in toni allarmanti e scandalistici, senza contare la frequente “dietrologia”.
Seppur il sistema delle onoreficenze indiane sia piuttosto complesso, come del resto tutto nel subcontinente, è facile anche schematizzare l’argomento per concentrarsi sugli aspetti più importanti.
Bisogna anche aggiungere che questa delle onoreficenze non è una caratteristica tipica indiana, in quanto tutti i paesi possiedono la propria gerarchia di premi e onori, ma in India sembrano essere particolarmente ambiti e pubblicizzati.
Leggendo quotidiani italiani difficilmente ci si pone la questione di conoscere le differenze tra i cinque ordini delle onoreficenze della Repubblica, ad esempio, tra un Cavaliere e un Commendatore.

Il Governo Indiano riconosce numerosi tipi di onoreficenze, una quindicina le più importanti, che possono essere divise in quattro categorie più uno.
Di più alto grado sono i Padma Awards (da padma, fiore di loto), divisi in quattro categorie, e vengono assegnati per il successo in vari campi: educazione, arte, lavoro sociale, servizio civile e sport.

Sport per il quale esiste anche una categoria specifica, i Premi Nazionali dello Sport, divisa a sua volta in quattro: il Rajiv Gandhi Khel Ratna (Gioiello per il Gioco di Rajiv Gandhi, noto ex Primo Ministro indiano assassinato) per successi sportivi a livello internazionale; l’Arjuna Award (intitolato al noto personaggio del poema epico Mahabharat, amico e devoto del dio Krishna) è assegnato ad atleti che si sono particolarmente distinti nella loro disciplina a livello nazionale; il Dronacharya Award (intitolato ad un altro personaggio del Mahabharat, considerato il maestro spirituale delle due famiglie che si scontrano nel poema) che viene assegnato ad allenatori; ed infine il Dhyan Chand Award (intitolato ad un leggendario giocatore di hockey su prato) premio alla carriera.

Tre onoreficenze sono assegnate per l’onore militare: il Param Vir Chakra, letteralmente il Cerchio dell’Eroe Superiore; il Maha Vir Chakra, il Cerchio del Grande Eroe; ed il Vir Chakra, il Cerchio dell’Eroe.
L’ultimo dei quattro gruppi è composto da tre onoreficenze che vengono distribuite per l’onore civile in tempo di pace e sono: l’Ashok Chakra Award, dal nome del grande imperatore buddista Ashoka (http://informazioniindiaenepal.blogspot.com/2016/02/limperatore-ashoka.html), il Kirti Chakra Award, da kirti che in sanscrito significa fama, gloria, ed il Shaurya Chakra Award, da shaurya, eroismo.

A questi 4 gruppi di onoreficenze vanno aggiunti i Rashtrapati Awards, assegnati direttamente dal Presidente della Repubblica (Rashtrapati) e talvolta dal Primo Ministro, per successi particolari in tutti i campi della conoscenza e delle attività umane.

Entrando nel dettaglio, concentriamo la nostra attenzione sui quattro principali della categoria Padma, che sono quelli più frequentemente citati nei media.
Queste quattro onoreficenze sono state istituite nel 1954 dall’allora Presidente della Repubblica Rajendra Prasad.
Sul gradino più basso vi è il Padma Shree, dove shree significa successo e viene assegnato annualmente a più personalità, circa una settantina.
Le attività dei premiati sono molto varie: le arti, come musica, cinema, teatro, ma anche fotografia e artigianato; scienza e ingegneria, con numerosi premiati tra scienziati, medici e ingegneri; la letteratura e l’educazione; il servizio civile e il lavoro sociale, tra cui recentemente sono stati scelti alcuni attivisti ambientali; l’industria e il commercio; e lo sport, dove, finalmente, vengono riconosciuti anche i protagonisti di sport minori e non solo i più celebrati giocatori di cricket.

Di una categoria superiore sono i Padma Bhushan, da bhushan decorazione, e sono assegnati in categorie simili al precedente Shree Padma, seppur in numero inferiore, circa una trentina all’anno.

I Padma Vibhushan, con vibhushan che significa speciale decorazione, iniziano ad essere piuttosto rari e finora solo 288 persone in tutto hanno ricevuto questo onore.
Dal 1977 al 1980 e dal 1992 al 1998 il premio è stato sospeso, per ragioni che però  non siamo stati in grado di accertare.
Dando un’occhiata alla lista dei premiati, si nota subito come il numero delle assegnazioni sia aumentato col passare degli anni, e se nel 1954 solo sei personaggi furono insigniti del Padma Vibhushan, nel 2011 furono ben tredici.
Notevole è anche l’incremento dei premi assegnati ad artisti e scrittori, mentre sono sempre rari gli sportivi con soli due atleti che hanno finora ricevuto l’onore: Vishwanath Anand, pluricampione mondiale di scacchi, e Sachin Tendulkar, icona del cricket indiano.

L’onoreficenza più importante è il Bharat Ratna, il Gioiello dell’India, che viene assegnato dal Presidente della Repubblica su raccomandazione del Primo Ministro.
L’importanza di questo premio è tale che coloro i quali ne sono insigniti rientrano nel setttimo gradino dell’Ordine di Precedenza della Repubblica Indiana, dietro alle più alte cariche ma nello stesso rango di ex Primi Ministri, Leader dell’Opposizione e Capi Ministri dei singoli stati.
Nonostante il premio possa essere assegnato a più personalità nello stesso anno, fino ad oggi sono solo 45 i premiati, anche perché alcuni anni non è stato assegnato per mancanza di meritori candidati.
Nella lista, soprattutto i primi anni, compaiono numerosi attivisti per l’indipendenza e le più grandi personalità politiche, dopodiché aumentano gli illustri scienziati e, recentemente, vi si trova un numero sempre maggiore di musicisti.
Alcuni premi sono stati assegnati postumi, seppur la clausola che concesse tale opzione fu inserita molti anni più tardi, solo nel 1966, e questo spiega, almeno in parte, il motivo per cui Gandhi, nonostante venga considerato il Padre della Nazione, non abbia mai ottenuto quest’alta onoreficenza.
Tra i personaggi storici più noti vi sono Madre Teresa e Nelson Mandela.

Degli ultimi sette premiati nel 1999, 2001 e 2009, ben quattro sono musicisti: il suonatore di sitar di fama internazionale Ravi Shankar, la cantante Lata Mangeshkar, il suonatore di shehnai Bismillah Khan ed il cantante Bhimsen Joshi; purtroppo i tre rappresentanti maschili sono tutti deceduti recentemente.

lunedì 4 aprile 2016

La città di Haridwar

Haridwar (popolazione 310.000 circa) è un’antica città sacra, situata sulle rive del fiume Gange, nello stato indiano dell’Uttarkhand.
Grazie alla presenza del Gange, che qui abbandona le colline per iniziare il suo lungo percorso pianeggiante, Haridwar ospita un interessante lungofiume, nonché numerosi templi ed ashram (ostelli) di notevole importanza religiosa.
A questo bisogna aggiungere che si tratta anche di uno dei quattro luoghi dove caddero le gocce di nettare divino durante la lotta tra dei e demoni per impossessarsene (per ulteriori dettagli rimandiamo ad un precedente post http://informazioniindiaenepal.blogspot.com/2016/03/il-frullamento-delloceano.html).

Il fulcro della religiosità di Haridwar è l’Har Ki Pauri Ghat, la zona del lungofiume considerata particolarmente sacra e dove, tra piccoli e grandi santuari, avvengono le cerimonie in onore della dea Ganga e del dio Shiva, divinità tutelari della città.
Oltre all’aspetto prettamente religioso, ciò che rende l’area dell’Har Ki Pauri Ghat particolarmente raccolta e suggestiva è la presenza di una piccola isola, situata pochi metri dalla riva, dove sono stati creati altri gradini e trova posto un’inusuale torre dell’orologio.
Questa originale conformazione, unita alla notevole sacralità, fa sì che l’Har Ki Pauri Ghat sia una zona piuttosto sovraffollata, specialmente alla mattina ed all’imbrunire, considerati dai devoti indù i momenti più propizi per porgere offerte e recitare preghiere.
Le attività, talvolta alquanto frenetiche, consistono, prima di tutto, in un bagno rituale tra le acque fredde e tempestose del Gange, che in realtà solo i pellegrini più temerari ed agili riescono ad affrontare tenendosi a delle provvidenziali catene situate appositamente sulla riva.
A prescindere dall’effettiva possibilità o capacità di compiere le abluzioni, per eseguire i dovuti rituali ai pellegrini basta avvicinarsi o lasciarsi avvicinare dagli attivi sacerdoti, presenti in gran numero in tutta quest’area, e seguire le loro istruzioni; le differenze tra le varie cerimonie sono essenzialmente dovute alla quantità di denaro che il devoto è disposto a spendere.
Volgendo lo sguardo verso nord, dove si estendono alcuni ghat decisamente più tranquilli, è facile notare una gigantesca statua di Shiva, di recente costruzione e dubbio valore artistico, ma pur sempre impressionante per dimensioni.
Purtroppo quest’area è leggermente deturpata da una serie di sbarramenti e piccole dighe, d’altronde necessari per deviare l’acqua del Gange in modo che, nei pressi della zona sacra, il fiume abbia, più o meno, sempre la stessa ampiezza.
Tornando all’Har Ki Pauri Ghat, se la folla di devoti fosse davvero eccessiva, cosa non rara, da non riuscire ad apprezzare con la dovuta calma l’atmosfera del luogo, si può attraversare un comodo ponte situato nei pressi e recarsi sui ghat situati sulla riva opposta, considerata meno sacra e per questo solo sparsamente frequentata.

Per gli amanti della colorata confusione indiana invece, un posto da non perdere assolutamente è il dedalo di vicoli che si sviluppano tra il lungofiume e la strada principale, letteralmente invasi da negozietti straboccanti di merce di quasi ogni tipo.
Principalmente si tratta di negozi di articoli votivi, come immagini, statuette, polveri colorate, collanine, fiori, incensi, cd, ma chiaramente sono presenti anche altrettanto variopinti negozi di droghieri, articoli per la casa, ferramenta ed altri ancora.

Dopo aver goduto della religiosa e suggestiva atmosfera dell’Har Ki Pauri Ghat ed i suoi dintorni, la maggior parte dei devoti, ma anche molti visitatori stranieri, completa il pellegrinaggio, o la gita, ad Haridwar con la visita al tempio di Mansa Devi, situato “a nido d’aquila” sulla cima di una delle colline che dominano la città.
Interessante particolare che rende questa attrazione molto apprezzata è la presenza di una semplice quanto efficiente ed economica cabinovia che permette di raggiungere la cima con il minimo sforzo.
Dal punto di vista artistico-architettonico il tempio di Mansa Devi non ha molto da offrire, essendo costruito secondo un sobrio e moderno stile montanaro, composto da una tozza base rettangolare, sovrastata da tre torri.
In compenso la vista sulla città e l’ampia vallata sottostante è decisamente affascinante ed utile per farsi un’idea della struttura urbanistica e geografica della zona.
Per tornare in città si può chiaramente usufruire di nuovo del servizio di cabinovia, ma, clima permettendo, è molto piacevole anche scendere a piedi lungo un’ampia e tortuosa strada pedonale.
Oltre a sgranchirsi le gambe e poter godere ulteriormente del paesaggio, la discesa è solitamente rallegrata dalle numerose scimmie che abitano la collina.

Questo tempio è legato religiosamente ad altri due, non molto lontani, anch’essi dedicati a divinità femminili e chiamati collettivamente Siddhi Peeth, cioè luoghi dove ottenere i siddhi, i “superpoteri”.
Il Chandi Devi Temple si trova sulla cima di una collina nel versante della valle opposto a quello dove sorge il Mansa Devi, a circa 4-5 km di distanza, ed anche in questo caso è possibile usufruire di un pratico servizio di cabinovia.
Trovandosi in posizione leggermente più scomoda, esclusi particolari giorni di festa, il Chandi Devi non è molto frequentato e seppur il luogo sia meta di culto da molti secoli, il tempio è stato costruito solo nel 1929 senza alcuna pretesa artistica.
A suo favore, la collocazione in un’area piacevolmente bucolica rende la visita a questo tempio particolarmente tranquilla e rilassante, almeno secondo i caotici standard di Haridwar.
Il Maya Devi Temple si trova invece in città ed è dedicato alla dea Maya.
Come anche il Mansa Devi, il tempio di Maya Devi viene localmente considerato uno dei 54 shakti peeth (per dettagli http://informazioniindiaenepal.blogspot.com/2016/02/sati.html) ed anche se in realtà questo non è confermato dalle più seguite tradizioni, la nomea è sufficiente per rendere questo tempio molto visitato dai devoti delle divinità femminili

La sua origine oltretutto è molto antica, attestata anche da uno dei primi nomi con cui veniva chiamata Haridwar stessa, cioè Mayapuri, La città di Maya.

domenica 3 aprile 2016

Malnutrizione in India

Libera traduzione di un articolo apparso sulla prima pagina del The Times of India di un paio di anni fa, intitolato “India ranks with Congo on nutrition scale” (India al pari del Congo nella scala nutrizionale).

L’India è sul fondo della scala mondiale sulla nutrizione insieme a paesi quali Angola, Camerun, Congo e Yemen.
Questa classifica, resa pubblica dall’associazione Save the Children, ha analizzato l’impegno dei governi e i risultati ottenuti nel migliorare la nutrizione in 36 paesi che ospitano il 90% globale dei bambini malnutriti.
Lo studio ha anche paragonato le performance dei vari paesi nel contrastare la sottonutrizione e la mortalità infantile.
Ed ha scoperto che la spettacolare crescita economica dell’India non si è tradotta in una migliore nutrizione dei propri bambini.
I dati mostrano che circa il 50% dei bambini indiani sono sottopeso o deficitari e più del 70% di donne e bambini hanno seri problemi causati da tali deficienze, come ad esempio l’anemia.
Il rapporto afferma che i bambini delle famiglie povere hanno il doppio delle probabilità di essere malnutriti rispetto a quelli provenienti da famiglie ricche.
Sebbene, perfino tra i più abbienti, il 20%, cioè un bambino su cinque, è sottonutrito.
La performance dell’India in questa scala denota un debole impegno e quindi scarsi risultati.
Il numero di bambini che muoiono prima del V compleanno a livello mondiale è diminuito dai 12 milioni del 1990 ai 6,9 milioni del 2011.
Ma, in contrasto con questo trend generale positivo, il progresso nel ridurre l’infanzia sottonutrita sono molto lenti e rimane la causa di più di un terzo delle morti infantili con cifre che globalmente hanno raggiunto i 2,3 milioni nel 2011.
Anche i paesi confinanti con l’India, come Bangladesh, Pakistan e Nepal, sono inclusi nel rapporto ma si comportano meglio del grande vicino per quanto riguarda la malnutrizione.
Il direttore di Save the Children, Thomas Chandy, afferma: «Conosciamo le aree geografiche e i gruppi sociali dove i livelli di malnutrizione sono i più elevati. E sappiamo anche i motivi. Il rapporto è un’indicatore della necessità di supportare l’impegno politico con adeguate risorse e meccanismi effettivi».
Egli inoltre aggiunge: «In India, gli stati che stanno sostenendo le loro politiche e i loro schemi con adeguate risorse e volontà politica miglioreranno nel contrastare la malnutrizione e la mortalità infantile e materna».

Uno dei problemi più gravi risulta però la ancora bassissima spesa destinata alla salute: solo l’1,67% del PIL.

sabato 2 aprile 2016

Breve cenno alla musica folk nepalese

Sebbene oggigiorno i giovani nepalesi siano attratti da ritmi più “occidentali”, la musica folk continua ad essere presente ovunque, dalle tv alle radio, e a riscuotere un notevole apprezzamento; anzi forse, proprio grazie ai moderni mezzi di diffusione, sta vivendo un periodo di rinnovato interesse.
Gli strumenti più importanti sono il flauto (detto bansuri, in genere di bambù), il sarangi (un rustico violino di legno a 4 corde), il bhusya e il ta (delle specie di nacchere), e numerosi tipi di percussioni quali il dhimay (grande tamburo suonato appeso al collo), il madal (simile al dhimay ma di dimensioni ridotte), il dholak (un altro grande tamburo suonato da entrambi i lati), il khin (un tamburo più piccolo suonato a coppie come le tabla) ed altri ancora che si distinguono per i diversi materiali e dimensioni.
Il tema è solitamente quello amoroso, ambientato nel contesto dei villaggi nepalesi, e viene in genere svolto attraverso due voci, una maschile ed una femminile, accompagnate da rispettivi cori, che riproducono allegri o appassionati dialoghi.
Il più classico esempio della musica folk nepalese è la nota e piacevole canzone Resham firiri, che si sente spesso echeggiare nei locali turistici e crea indiscutibilmente un’ottima atmosfera nepalese.
Visto il successo, oltre a quella originale sono state prodotte anche altre godibili versioni come ad esempio quella esclusivamente musicale, o quella più lenta, quasi malinconica, senza contare numerose interpretazioni moderne pop-rock.
La fama di tale canzone è tale che fa la sua comparsa anche sul libro per imparare la lingua nepalese della nota collana internazionale Teach Yourself, e grazie al quale siamo in grado di avere un’idea anche del testo.
All’interno di una delle ultime lezioni, viene descritto l’incontro tra due portatori nepalesi i quali, realizzando di andare nella stessa direzione, decidono di proseguire il cammino insieme; e quando uno dei due si addormenta durante una pausa, l’altro cerca di risvegliarlo cantandogli alcuni versi della canzone.
Resham firiri vuol dire Fazzoletto di seta (resham) svolazzante alla vento (firiri, dal verbo firnu, girare e tutte le sue accezioni), e si riferisce al fazzoletto che tradizionalmente veniva scambiato tra uomini e donne come pegno d’amore.
La traduzione del testo, a causa di evidenti distanze culturali e linguistiche (dal nepalese, all’inglese, all’italiano), risulta piuttosto difficile, quasi incomprensibile, ma grossomodo il verso descritto recita quanto segue:
Fazzoletto svolazzante, fazzoletto svolazzante,
dovrei volare sopra le colline e i passi?
Fazzoletto svolazzante,
dire “kuti kuti” a un pollo, e dire “suri” a un gatto,
il tuo amore e il mio amore si aspettano all’incrocio.
Fazzoletto svolazzante...
Fucile a una canna, fucile a due canne, mirando al cervo,
io non sto mirando al cervo, è l’amore che sto chiamando.
Fazzoletto svolazzante...

Sebbene parte del senso si perda, non è difficile notare l’aspetto bucolico, nonché quello tragico di un amore che sembra vivere momenti di difficoltà.

Per chi volesse farsi un’idea più precisa, sia di questa canzone che della musica folk nepalese in generale, su youtube sono presenti numerosi interessanti esempi.