martedì 17 gennaio 2017

I siti indiani protetti dall'UNESCO, IV parte

Group of monuments At Pattadakal
Panoramica dei templi di Pattadakal
Tra i siti indiani protetti dall’UNESCO, di seguito ne descriveremo 3 d’importanza artistico-culturale, situati nel sud dell’India: Pattadakal, Mahabalipuram ed i templi della dinastia Chola.

Il piccolo villaggio di Pattadakal si trova nello stato del Karnataka ed è un sito protetto dall’UNESCO dal 1987, per la presenza di numerosi templi indù fatti edificare dalla dinastia Chalukya, che regnò su questa regione da circa il VI al XII secolo.
La maggior parte dei templi venne costruita intorno al VII ed VIII secolo e sono di notevole importanza artistica per l’originale stile, considerato in certi casi un sincretismo tra quello nagara del nord dell’India, con le tipiche shikara (torri piramidali), e quello dravidico del sud, in particolare i lunghi colonnati.
Oltre agli 11 tempi indù principali, si possono ammirare anche un tempio jaina e due iscrizioni in lingua kannada su colonne risalenti all’XVIII e XII secolo.
Il più grandioso edificio di Pattadakal è sicuramente il Virupaksha Temple, risalente al 745, e fatto edificare dalla regina Lokamahadevi per commemorare le vittorie del marito Vikramaditya II sui vicini sovrani Pallava.

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Esempio dei templi carro di Mahabalipuram
Il gruppo di monumenti di Mahabalipuram costituisce un sito protetto dall’UNESCO fin dal 1984 ed è situato nei pressi dell’oceano indiano, sulla costa settentrionale dello stato del Tamil Nadu.
Importante porto già nel I secolo, nel VII secolo Mahabalipuram divenne il centro dei commerci tra i più potenti regni del sud dell’Asia, il Kambuja dell’attuale Cambogia, il Shrivijaya dell’attuale Malesia, Sumatra e Java, ed il Champasak del Laos.
Grazie alle ricchezze provenienti da questi fiorenti commerci, la dinastia Pallava che regnò su quest’area tra il IV ed il IX secolo, fece costruire un gran numero di templi ed edifici religiosi.
Quelli conservatisi fino ai giorni nostri sono divisi in 3 categorie.
I più antichi sono i 6 pregevoli templi costruiti intorno al VII secolo chiamati Ratha Temples, in quanto hanno la forma di carri, dal sanscrito ratha.
Di questi, 5 sono dedicati ai 5 fratelli della dinastia Pandava, protagonisti del poema epico Mahabharata, mentre 1 è dedicato al dio Ganesha.
I mandapa sono invece dei templi-grotta, le cui pareti sono interamente ricoperte da bassorilievi raffiguranti divinità e scene mitologiche indù; ben 11 di questi templi sono oggi parte del sito di Mahabalipuram.
Dopo l’VIII secolo iniziò invece la costruzione di templi in stile classico dravidico, tra i quali il grande Shore Temple, con la sua caratteristica alta torre a cinque livelli.
Un’altra particolarità del sito di Mahabalipuram è la presenza di numerosi bassorilievi scavati nella roccia, tra cui spicca La discesa del Gange, considerato il bassorilievo a cielo perto più grande al mondo.

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Acquarello del Tempio di Brihadeeswar di Tanjavur
I Templi Chola, dal nome della dinastia che li fece erigere, sono un gruppo di 3 templi che fanno parte del sito dell’UNESCO denominato Great Living Chola Temples e si trovano nello stato del Tamil Nadu.
Il Tempio di Brihadeeswar di Tanjavur venne completato nel 1010 dal sovrano Raja Raja Chola I ed è composto da un lungo porticato ed una vimana (la torre che nei templi indù sovrasta il sanctum sanctorum) alta ben 60 metri.
Costruito in solido granito, si è quindi conservato piuttosto bene ed ancora oggi si possono ammirare quasi tutte le graziose sculture che l’ardornano, soprattutto quelle dei muri esterni.
Sopra all’entrata principale si trova un gopuram, torre con in cima le corna della mucca, alto ben 30 metri, quindi, al contrario di quello che accade solitamente nei templi in stile dravidico, più basso della torre del tempio.
Anche il tempio Chola di Gangaikonda è dedicato ad una forma di Shiva detta Brihadeeswar, ma per distinguerlo dal precedente viene spesso chiamato Gangaikonda Cholapuram Temple.
Terminato nel 1035 dal sovrano Rajendra Chola I, è modellato sullo stile del precedente, con una torre di 55 metri e numerose sculture che adornano i muri esterni; pregevole è anche la statua del toro Nandi, veicolo di Shiva, posta di fronte all’entrata principale.
Il terzo tempio della dinastia Chola protetto dall’UNESCO si trova nella cittadina di Darasuram, è dedicato a Shiva nella forma Airavatesvara e venne fatto costruire dal sovrano Raja Raja Chola II, nel XII secolo.
Di dimensioni minori ai precedenti è però fornito di un numero ancora maggiore di sculture, di cui traboccano letteralmente tutti i muri del tempio principale ed i porticati ospitati nel grande giardino protetto da un alto muro.
Molto diffuse sono immagini animali, tra cui elefanti, tenendo presente che Airavatesvara è la forma di Shiva che significa Signore di Airavata, l’elefante bianco veicolo di Indra, che in questo luogo venerò il dio Shiva.

A causa di una maledizione del saggio Durvasa, Airavata aveva cambiato colore, che ritornò al bianco originale solo dopo aver fatto un bagno nella vasca situata all’interno del complesso del tempio.

domenica 15 gennaio 2017

I siti indiani protetti dall'UNESCO, III parte

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Il Tempio del Sole di Konark nel 1847
Proseguendo la nostra panoramica sui siti indiani protetti dall’UNESCO, di seguito accenneremo a Nalanda, Champaner, Hampi e Konark, situati nel nord e centro dell’India e d’importanza artistico-culturale.

Nalanda, oggigiorno ameno paesino della depressa campagna del Bihar, è stato per secoli uno dei centri buddisti più importanti, sviluppato fin dal III secolo a.C. dall’imperatore Ashoka.
Il declino di Nalanda iniziò lentamente dal VII-VIII secolo con il progressivo indebolimento del buddismo a favore dell’induismo e ricevette il definitivo colpo di grazia intorno al 1200 quando venne completamente distrutta dagli invasori mussulmani.
La città venne quindi dimenticata fino agli inizi dell’800, quando gli inglesi iniziarono i primi studi e scavi archeologici.
L’area protetta di Nalanda ha un’estensione di circa 500 metri per 250 e racchiude le rovine di una fila di 11 monasteri, costruiti con piante molto simili (quadrate con cortili interni circondati da porticati dove si trovavano le stanze dei monaci), ed alcuni templi, tra cui spicca il N. 3 del quale sono rimaste parte delle murature e delle scale d’accesso.
In realtà quindi non c’è molto da vedere ma l’importanza culturale è notevole, in particolare per il buddismo mahayana.

Il sito Champaner-Pavagadh Archeological Park è situato nello stato del Gujarat, e comprende la storica città di Champaner e la collina di Pavagadh, più alcuni edifici secondari sparsi nelle vicinanze.
Nonostante oggigiorno la zona sia abbastanza anonima e lontana da grandi centri urbani, la storia di quest’area del subcontinente è particolarmente antica, testimoniata da alcuni ritrovamenti risalenti al calcolitico, intorno al 5.000 a.C..
Da circa il IV-V secolo d.C., l’area attorno alla collina di Pavagadh iniziò ad essere sviluppata come capitale di potenti dinastie Rajput, fino ai Chauhan, in grado di resistere per almeno 2-3 secoli, grazie alle notevoli fortificazioni, agli attacchi degli invasori mussulmani, ai quali soccombettero nel 1484.
Con l’istituzione del Sultanato del Gujarat, il sultano Mahmud Begada fondò quindi la città di Champaner, fornendola di numerosi edifici di notevole pregio artistico, in particolare molte grandi moschee.
Tra queste meritano una citazione: la Jama Masjid, uno dei primi e più riusciti tentativi di mescolare l’architettura islamica con quella indù; la Nagina Masjid, letteralmente Moschea Gioiello, e la più tozza Lila Gumbaz ki Masjid, che sono state purtroppo costruite con una friabile pietra che risente dell’erosione causata dal tempo,; la tozza ma graziosa Kevada Masjid sembra invece risentire meno dei danni climatici, come anche la grande Shahar ki Masjid; la Bawaman ki Masjid è purtroppo molto danneggiata anche a causa del terremoto che colpì il Gujarat nel 2001.
Nonostante la protezione dell’UNESCO e gli sforzi dell’Archeological Survey of India stiano riuscendo a mantenere gli edifici in buono stato, secondo l’associazione che si occupa della conservazione del patrimonio culturale del Gujarat, il sito Champaner-Pavagadh comprende ben 114 monumenti, di cui però al 2009 solo 39 ricevono qualche forme di manutenzione, a causa delle comunque limitate finanze.

La cittadina di Hampi, nello stato del Karnataka, corrisponde all’antica città di Vijayanagara, capitale del potente impero omonimo, abitata nel 1500 da circa mezzo milione di abitanti, rendendola a quei tempi la seconda città più popolosa al mondo dopo Pechino.
Nel 1565 l’impero Vijayanagara venne però attaccato e sconfitto dalla confederazione dei Sultani del Deccan, la città venne in parte distrutta e cadde nell’oblio fino alla riscoperta degli inglesi intorno al 1800.
Da allora l’area è soggetta a studi e continui scavi, per cercare di portare alla luce le testimonianze del suo ricco passato.
Al giorno d’oggi si possono ammirare le rovine di numerosi pregevoli templi, insieme a palazzi, fortificazioni, padiglioni, vasche e sculture varie.
Oltre a queste testimonianze artistiche, a rendere il sito particolarmente apprezzato dai visitatori, si aggiunge la conformazione geografica della zona, composta da basse colline rocciose piuttosto scenografiche e pressoché disabitate.

Il Tempio del Sole di Konark è situato nell’omonimo paesino di pescatori dello stato dell’Orissa, a circa 35 chilometri da Puri, sulla costa orientale dell’India.
Venne fatto costruire intorno alla metà del XIII secolo dalla dinastia Chodaganga, che regnò su quest’area tra l’XI ed il XV secolo, grazie anche a matrimoni di alleanza con altre due potenti dinastie del sud dell’India, i Chalukya ed i Chola, anche loro noti per la costruzione di meravigliosi tempi oggigiorno protetti dall’UNESCO (e dei quali trattiamo a proposito dei siti del sud del paese).
Il tempio di Konark ha una struttura a forma di carro, che rappresenta quello di cui si serve il dio del sole, Surya, per solcare i cieli.
Purtroppo al giorno d’oggi  il tempio risulta piuttosto danneggiato, a causa di vari motivi: il passare del tempo, le condizioni climatiche salmastre dovute alla vicinanza con l’oceano, tempeste di lampi e di sabbia, terremoti, una campagna distruttrice intorno alla metà dl XVI secolo da parte di vicini regnanti mussulmani, ma anche per il progressivo crollo della torre principale, alta ben 70 metri, dovuto in parte ad errori strutturali ed alle fondamenta su un terreno umido molto soffice.
Nonostante questo, grazie alle gigantesche dimensioni del complesso, si possono ancora ammirare: una grande struttura rettangolare, che originariamente ospitava i cavalli che tiravano il carro, e la jagamohan, la torre che sovrasta il porticato d’accesso al sancta sanctorum, la cui torre invece, crollò definitivamente durante una tempesta nel 1848.

Tutte queste strutture sono ricoperte di sculture e bassorilievi particolarmente elaborati, tra cui spiccano in particolare le grandi ruote, che furono costruite anche con scopi astronomici, essendo meridiane in grado di calcolare l’ora solare.

sabato 14 gennaio 2017

I siti indiani protetti dall'UNESCO, II parte

La Tomba di Humayun a Delhi
Tra i 26 siti indiani protetti dall’UNESCO di importanza artistico-culturale, molti (13) li abbiamo già brevemente descritti in articoli precedenti; lasciamo quindi una lista con qualche dettaglio ed i relativi link.

La città di Delhi, dal lungo, ricco e travagliato passato, ospita ben 3 siti protetti, di cui abbiamo avuto modo di scrivere sia a proposito delle attrazioni più interessanti della città, sia dell’architettura mussulmana in India.
In ordine cronologico, il più antico è il complesso del Qutab Minar, situato nella zona sud di Delhi, che ospita l’omonima torre ed alcuni edifici che rappresentano i primissimi esempi d’arte indo-persiana

La Tomba di Humayun, costruita intorno al 1570, è un grande mausoleo dedicato al secondo sovrano della dinastia Moghul e rappresenta uno dei primi e più squisiti esempi dell’architettura tipica Moghul.

Il Red Fort, Forte Rosso, venne completato nel 1648 da Shah Jahan, il quinto sovrano Moghul, come centro della nuova città da lui fondata, Shahajahanabad, corrispondente all’attuale Old Delhi.

Non molto lontano da Delhi, a cui è legata storicamente e culturalmente per essere state entrambe capitali dell’Impero Moghul, la città di Agra ospita due siti protetti dall’UNESCO, il famoso Taj Mahal ed il meno noto ma altrettanto stupefacente forte cittadino.

Nei pressi di Agra, altro sito di assoluta importanza storico-artistica è la città abbandonata di Fatehpur Sikri, fatta costruire dal poliedrico imperatore Akbar, che seppur si rivelò un completo insuccesso pratico, venne infatti abbandonata dopo soli 14 anni per mancanza d’acqua e difficoltà nella difesa, rispecchia ancora oggi i pregevoli gusti artistici del suo costruttore.
Oltre ad alcune rovine sparse nella campagna, il sito ospita la grande moschea Jama Masjid ed un’area storica dove sono conservati gli edifici più notevoli.

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Il Jantar Mantar di Jaipur
La città di Jaipur, capitale dello stato del Rajasthan, ospita alcuni degli edifici più noti del subcontinente, come il City Palace (Il Palazzo Reale) e l’Hawa Mahal (Il Palazzo dei Venti), ma è l’osservatorio astronomico Jantar Mantar ad essere protetto dall’UNESCO.
Al’interno di un grande giardino protetto da un alto muro, sono conservati, in ottimo stato, gli strumenti astronomici che l’appassionato maharajà fondatore della città, Jai Singh, fece costruire per calcoli ed osservazioni astronomiche.

Il Rajasthan, a ragion veduta una delle destinazioni indiane più apprezzate dai visitatori stranieri, è noto per la sua travagliata storia, durante la quale pressoché ogni centro urbano di una certa estensione è stato fornito di un forte, spesso realizzati non solo con fini prettamente militari ma anche artistici.
Un gruppo di sei fanno parte del sito UNESCO denominato Hill Forts of Rajasthan, Fortezze Collinari del Rajasthan, del quale abbiamo già avuto modo di trattare in alcuni precedenti post dedicati proprio ai forti più caratteristici dello stato.

A sud del Rajasthan si trova lo stato del Gujarat, dove, tra i numerosi originali monumenti, si distinguono i baoli, detti localmente vav, dei grandi pozzi a gradini con funzioni pratiche, sociali ed artistiche.
In particolare il Rani ki vav, Il pozzo della Regina, è molto elaborato e ben conservato, e dal 2014 è giustamente protetto dall’UNESCO.

Spostandoci verso est, nello stato del Madhya Pradesh, troviamo ben 3 siti di notevole importanza artistico-culturale, due dei quali abbiamo già avuto modo di descrivere in passato: Sanchi e Khajuraho.
Sanchi è un sonnolento paesino che ospita una collina dove sono situati alcuni degli edifici buddisti più antichi, come quelli fatti costruire dall’imperatore Ashoka nel III secolo a.C..
Oltre all’indiscutibile gusto artistico dei monumenti, il sito è noto per la conservazione di rari esempi di architettura buddista aniconica, dove il Buddha non veniva rappresentato in forma umana, ma attraverso simboli, come una pagoda, un albero, una ruota del Dharma ed altri simboli legati alla tradizione buddista.

I templi di Khajuraho sono tra i più meravigliosi esempi d’architettura indù e sono noti per la presenza di numerose sculture rappresentanti scene erotiche.
L’insolita posizione, in un’area scarsamente abitata e di nessuna importanza storico-politico o religiosa, ha permesso a questi templi di sfuggire alle distruzioni degli invasori mussulmani e si sono conservati piuttosto bene, nonostante abbiano circa un migliaio di anni.

Ancora più a est, nello stato del Bihar, è situato il magnifico Mahabodhi Temple, un tempio buddista costruito nel punto in cui il Buddha ricevette l’illuminazione.
Oltre al tempio principale, il complesso ospita numerosi santuari, nonché un albero ritenuto antenato di quello sotto al quale sedette il Buddha in meditazione.

A sud di Mumbai, nel piccolo stato di Goa, si trova il sito protetto denominato Churches and Convents of Goa, che comprende numerosi edifici religiosi cristiani edificati sotto la colonizzazione portoghesei tra il XVI ed il XVIII secolo.
Purtroppo il materiale utilizzato per la costruzione risente particolarmente del clima salmastro dovuto alla vicinanza con l’oceano, per cui la loro conservazione è costantemente a rischio e l’essere parte dei siti UNESCO, dall’ormai lontano 1985, è sicuramente d’aiuto.
Di questi abbiamo già trattato a proposito della colonizzazione portoghese dell’India.

venerdì 13 gennaio 2017

I siti indiani protetti dall'UNESCO, I parte

Uno scorcio della Valley of Flowers
Grazie alle notevoli estensioni del territorio ed al ricco passato, al Luglio 2016 l’India possiede 35 siti protetti dall’UNESCO, di cui 27 d’importanza culturale, 7 naturalistica ed 1 mista.
A questi se ne aggiungono un’altra quarantina che al momento invece fanno parte della lista di quelli in attesa di riconoscimento.
In un paese come l’India dove la conservazione dei luoghi di notevole interesse richiede sforzi economici improponibili per le finanze locali, l’ingresso nelle liste dell’UNESCO è particolarmente importante, anche per focalizzare al meglio le risorse disponibili.
In questo primo post dedicato ai siti protetti, descriveremo brevemente quelli di carattere naturalistico e quello misto, sparsi grossomodo in tutto il vasto territorio indiano.

Partendo dalle regioni nord-occidentali, le montagne himalayane dello stato dell’Himachal Pradesh costituiscono un sito chiamato Great Himalayan National Park, riconosciuto dal 2014, dove vengono protetti le foreste subtropicali ricche di fiumi e torrenti, le colline e le praterie alpine dal clima temperato, ed i picchi delle montagne coperti da nevi perenni.
Grazie a questo peculiare ecosistema, l’area ospita 25 tipologie di boschi che a loro volta sono abitati chiaramente da un elevato numero di specie diverse di flora e fauna.
Questa ricca diversità è dovuta al fatto che l’area si trova nel punto di unione di due grandi regioni naturali: quella orientale a sud e quella paleartica a nord, risultato dell’evoluzione geologica dell’Himalaya, con il distaccamento, circa 100 milioni di anni fa, di una parte di Gondwana che andò a sbattere contro il Laurasia, permettendo uno scambio di flora e fauna tra i due continenti.

Non molto lontano dal GHNP, sulle montagne dello stato dell’Uttarkhand si trova un sito composto da due aree situate a circa una ventina di chilometri di distanza e chiamato Nanda Devi and Valley of Flowers National Park; anche l’area tra questi due parchi è protetta in quanto considerata zona cuscinetto.
Il Parco Nazionale del Nanda Devi venne fondato nel 1982 per proteggere l’ecosistema alpino che ruota attorno alla montagna Nanda Devi, la cui cima raggiunge un’altezza di 7.816 metri.
La Valle dei Fiori venne riconosciuta parco nazionale nel 1980 e, come deducibile dal nome, ospita un numero particolarmente elevato di specie floreali.
L’area si estende tra circa 3.350 e 3.650 metri di altitudine e rappresenta un meraviglioso esempio di valle himalayana d’alta quota.

Scendendo in pianura, circa 200 chilometri a sud della capitale Delhi, si trova il Keoladeo Ghana National Park, una riserva ornitologica che ospita più di 350 specie di uccelli.
Nato originariamente come riserva di caccia del maharajà della vicina città di Bharatpur, divenne un santuario nel 1956 e, dopo la definitiva interruzione delle battute di caccia nel 1972, nel 1985 venne riconosciuto dall’UNESCO.
Per ulteriori dettagli rimandiamo ad un post dedicato interamente a questo sito http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/02/bharatpur.html.

Spostandoci verso le zone nord-orientali dell’India, incontriamo altri 2 siti naturalistici protetti dall’UNESCO, cui aggiungere quello misto, Khangchendzonga National Park, situato nello stato del Sikkim, al confine con il Nepal.
Sorto attorno alla montagna Kangchenjunga, che con 8.586 metri è la terza vetta più alta al mondo, come i due siti della zona himalayana occidentale, anche il KNP ospita numerosi ecosistemi che garantiscono una notevole biodiversità; in particolare è notevole l’abbondanza di uccelli, con più di 500 specie presenti nella zona.
Culturalmente l’area riveste una notevole importanza per il buddismo tibetano del Sikkim, tanto che la cima vera e propria del Kangchenjunga è ancora oggi inviolata e gli alpinisti che la scalano, per rispetto, sono soliti fermarsi a pochi metri dalla vetta.

Dirigendosi più a est, nello stato dell’Assam, non molto lontano dal confine con il Bhutan, si trova il Manas Wildlife Sanctuary, che prende il nome dal fiume Manas che lo attraversa.
Sito UNESCO fin dal 1985, il Manas Wildlife Sanctuary è composto da foreste fluviali e colline che ospitano ben 55 specie di mammiferi, 36 di rettili, 3 anfibi e circa 350 specie di uccelli.
Tra gli animali più importanti si possono citare: la tigre, il leopardo nebuloso, l’elefante, il rinoceronte e l’unica popolazione rimasta in India di bufali selvatici puri.
A causa degli scarsi sforzi da parte del governo per la conservazione di questi luoghi, nel 1992 il sito venne inserito dall’UNESCO nella lista di quelli in pericolo, dal quale venne però rimosso nel 2011 dopo che il governo indiano ha dimostrato nuovamente un certo interesse per la protezione di questi peculiari ecosistemi.

Ulteriormente a est, sempre nello stato dell’Assam, si trova il simile Kaziranga Wildlife Sanctuary, dichiarato parco nazionale nel 1974 e protetto dall’UNESCO dal 1985.
Noto principalmente per ospitare la più grande popolazione di rinoceronti indiani, come nel vicino Manas anche nel Kaziranga Wildlife Sanctuary si possono incontrare un numero sorprendentemente alto di specie di mammiferi, rettili ed uccelli.

Scendendo a sud per qualche centinaio di chilometri, poco oltre la città di Kolkata, è situato il Sundarbans National Park, una sterminata foresta di mangrovie formatasi all’incontro della foce di ben tre grandi fiumi: il Gange, il Brahmaputra ed il Meghna.
Questo delicato ecosistema, protetto dall’UNESCO fin dal 1987, ospita un elevato numero di tigri del Bengala circa 400, oltre chiaramente ad altre specie di mammiferi, rettili ed uccelli.
Notevole è anche la biodiversità marina, con varie specie di delfini, tra cui il raro platanista del Gange (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/09/il-delfino-del-gange.html).

I Ghati Occidentali sono una catena montuosa che scorre lungo tutto l’entroterra della costa occidentale della penisola indiana, dividendo le pianure costiere dall’altopiano del Deccan al centro del subcontinente.
Grazie alla presenza di vari ecosistemi che ospitano un elevato numero di specie di flora e fauna, dal 2012 ben 24 santuari e parchi naturali sorti lungo questa catena sono sotto la protezione dell’UNESCO, con il generico nome di Western Ghats.
I picchi montani non raggiungono elevate altitudini, con 40 montagne riconosciute tra i 1.100 ed i 2.700 metri di altezza, ma la biodiversità è garantita dalle abbondanti piogge monsoniche che rendono la catena del Ghati Occidentali particolarmente lussureggiante.

Tra le specie animali più notevoli, oltre a tigri ed elefanti, si segnala la recente scoperta, nel 2003, di una specie di rana endemica, chiamata rana viola per il particolare colore del corpo; il nome scientifico nasikabatrachus sahyadrensis si rifà al sanscrito, da nasika, naso, ed al greco, batrachus, rana, in riferimento all’insolito muso a punta di questo anfibio, mentre sahyadrensis deriva dalle montagne Sahyadry, parte dei Ghati Occidentali.

mercoledì 11 gennaio 2017

Il racconto Bholaram ka jeev, II parte

Una volta sceso sulla terra, Narada fu in grado di riconoscere la casa di Bholaram dai lamenti di madre e figlia.
Presentandosi davanti alla porta iniziò a gridare “Narayan! Narayan!” (Nome di Vishnu usato come forma di saluto dagli asceti)
La ragazza vedendolo disse “Vada più avanti, Maharaj”.
Narada però continuò “Non ho bisogno di offerte. Devo chiedere informazioni riguardo Bholaram. Figliola, manda un attimo fuori tua madre”.
La moglie di Bholaram uscì e Narada le chiese “Madre, era forse malato Bholaram?”.
“Cosa dovrei dire. Aveva la malattia della povertà... Sono passati cinque anni da quando è andato in pensione ma la pensione finora non è arrivata. Ogni 10-15 giorni mandava una richiesta, ma da là non riceveva risposta e se arrivava, diceva che si stava pensando alla cosa. In questi cinque anni abbiamo mangiato vendendo tutti i gioielli, quindi abbiamo venduto i suppellettili ed ora non c’è rimasto niente. Cominciamo ad avere fame. Immerso nei pensieri e colpito dalla fame, così ha esalato l’ultimo respiro”.
Narada disse “Cosa ci vuoi fare, madre? D’altronde quella era la sua età”.
“Non dire così, Maharaj! L’età era avazata, ma se avesse avuto 50-60 rupie al mese, sarebbe vissuto un pochino più a lungo. Ma che fare? Dopo cinque anni senza lavoro, ora non è rimasto più nulla”.
Anche Narada però non aveva tempo di ascoltare la triste storia ed aveva una domanda ben precisa “Madre, mi dica, non è possibile che avesse un particolare amore per qualcuno, al quale la sua anima è rimasta attaccata?”.
La moglie rispose “L’unico attaccamento era per i figli”.
“No, al di fuori della famiglia. Voglio dire, un’altra donna...”.
La donna guardò Narada inferocita “Non dire stupidaggini, Maharaj! Tu sei un asceta, non un poco di buono. In tutta la sua vita non ha mai guardato un’altra donna”.
Narada sorridendo disse “Va bene, credo a quello che dici. Questa è la base della vita familiare. Ok, madre, ora vado”.
Ma la donna lo trattenne “Maharaj, lei è un sant’uomo, un essere superiore, non è che potrebbe vedere cos’è successo alla sua pensione? I bambini da tutto il giorno hanno lo stomaco vuoto”.
Narada fu preso dalla compassione e disse “Chi ascolterà le parole di un asceta? Non faccio neppure parte di alcun gruppo religioso. Comunque, andrò nell’ufficio e proverò a vedere”.

Una volta giunto presso gli uffici statali, Narada prima sedette nella stanza di un impiegato al quale raccontò il caso di Bholaram. L’impiegato lo guardò con attenzione e disse “Bholaram ha spedito le richieste, ma sopra non c’era peso, per questo sono volate via”.
Narada disse “Fratello, vedo che in giro ci sono molti fermacarte, perché non li hai usati?”.
L’impiegato sorrise “Lei è un asceta, lei non conosce gli affari del mondo. Le richieste non vengono tenute con i fermacarte... Va bene, vada a parlare con l’impiegato di quella stanza”.
Narada quindi si recò da quell’impiegato, che lo mandò da un terzo impiegato, che lo girò ad un quarto e così via. Quando ormai aveva visitato una trentina di impiegati ed ufficiali, un aiutante gli disse “Maharaj, perché sta facendo tutti questi giri? Anche se dovesse rimanere qui un anno, non accadrebbe nulla. Vada direttamente dal direttore. Se riuscirà a compiacerlo, il suo problema sarà sistemato”.

Narada quindi si diresse nell’ufficio del direttore e siccome il segretario lì fuori stava sonnecchiando, nessuno lo fermò ed entrò. Vedendolo arrivare senza un biglietto da visita il direttore si arrabbiò e disse “Cosa pensa che questo sia un tempio? Venite per fare chiasso? Perché non avete mandato un messaggio scritto?”.
Narada rispose “Come l’avrei potuto mandare? Il segretario stava dormendo”.
“Allora cosa c’è?” chiese il direttore in tono di comando.
Narada così gli espose il caso della pensione di Bholaram.
Il direttore disse “Lei è un asceta, non conosce le pratiche degli uffici. In verità, Bholaram commise un errore. Vede, anche questo ufficio è come un tempio. Anche qui si accettano offerte. Lei sembra molto vicino a Bholaram. Le sue richieste stanno volando via, ci metta sopra del peso”.
Narada pensò che di nuovo si presentava quel problema del peso, ma il direttore continuò “Senta, gli affari governativi sono faccende di soldi. Una richiesta di pensione deve passare in più di venti uffici, per quello sono in ritardo. Ogni cosa va scritta almeno venti volte prima di essere a posto. E per ogni richiesta serve molta cancelleria. Certo, si potrebbe anche fare più veloce, se...”, quindi il direttore si interruppe.
Narada gli chiese “Se, cosa?”.
Il direttore sorridendo disse “Se... c’è bisogno di peso. Lei non capisce. Lei ha questa bella veena (strumento musicale a corde), il suo peso potrebbe fermare le richieste di Bholaram. Mia figlia sta imparando musica, la dia a me. Dalla veena di un asceta uscirà un suono ancora migliore”.
Narada rimase un po’ perplesso a dover lasciare la sua veena, ma una volta ripresosi, mise la veena sul tavolo e disse “Prenda, ma ora dia subito l’ordine di far emettere quella pensione”.
Il direttore, felicissimo, gli diede una sedia, mise la veena in un angolo e suonò il campanello. Arrivato il segretario gli ordinò “Vai dall’impiegato anziano e portami il file di Bholaram”.

Dopo poco tempo il segretario tornò portando la pratica di Bholaram che conteneva più di un centinaio di richieste. E c’erano anche i documenti della pensione. Il direttore lesse il nome sul file e disse con decisione “Che nome mi avete detto, Maharaj?”.
Narada pensò che il direttore avesse problemi a sentire, quindi urlò “Bholaram!”.
All’improvviso, da dentro la pratica, si sentì una voce “Chi mi sta chiamando? Io? Chi è, il postino? È arrivato l’ordine per la mia pensione?”.
Narada rimase sbalordito, ma un attimo dopo capì cos’era successo e disse “Bholaram! Tu sei l’anima di Bholaram?”.

La risposta arrivò di nuovo dal file “Io non voglio andare. Sono rimasto intrappolato nelle richieste della pensione. La mia mente ormai è qui, non posso lasciare la mia pratica ed andarmene”.

martedì 10 gennaio 2017

Harishankar Parsai ed il racconto Bholaram ka jeev, I parte

Harishankar Parsai (1924-1995) è stato uno scrittore indiano di lingua hindi, noto per la satira e l’umorismo, e per lo stile semplice e diretto.
Nato in Madhya Pradesh, centro dell’India del nord e una delle roccaforti dell’hindi, Parsai in gioventù portò avanti una doppia carriera, letteraria e militare, finché non decise di lasciare l’esercito per dedicarsi a tempio pieno alla scrittura.
Stabilitosi nella grande città di Jabalpur, fondò una rivista dedicata alla letteratura hindi, ma come accadde anche al suo illustre predecessore Premchand (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2017/01/lo-scrittore-premchand-ed-il-racconto.html), nonostante i favori della critica, il progetto fallì economicamente.
La produzione di Parsai comunque non risentì più di tanto di queste vicissitudini e comprende ben 9 raccolte di racconti, 1 romanzo, 2 romanzi brevi ed 1 saggio.

In maniera simile al più serio Premchand, anche le opere di Parsai sono principalmente dedicate alla descrizione dei disagi della vita di tutti i giorni, ma visti con ironia ed umorismo.
Anche per il passare del tempo, il contesto contadino di Premchand viene quindi sostituito da quello burocratico, che permette a Parsai di mostrare alcune delle più grosse piaghe della società moderna indiana come la corruzione.
Ottimo esempio dell’arte letteraria di Parsai è sicuramente il noto racconto Bholaram ka jeev, letteralmente L’anima di Bholaram.
Interessante ed originale è l’ambientazione, che prende forma all’interno dell’ufficio di Dharmaraj, uno dei nomi del dio della morte, insieme al quale lavorano Chitragupta, il dio preposto a tenere il conto delle azioni degli umani, e i Doot, i messaggeri che hanno il compito di andare a recuperare le anime dei defunti per portarle quindi in inferno o in paradiso.
L’anima di Bholaram però, non si riesce a trovare...
Segue libera traduzione, I parte.

Questo non era mai successo.
Da migliaia di anni Dharmaraj dirigeva l’entrata del paradiso e dell’inferno sulla base delle azioni delle persone. Ma questo non era mai successo.
Seduto di fronte a lui, Chitragupta aveva spesso ripulito gli occhiali e girato le pagine con la saliva, e guardava un registro dopo l’altro, ma non riusciva proprio a trovare l’errore.
Alla fine, dopo tanto cercare, chiuse il registro con tale forza che una mosca ci rimase schiacciata in mezzo.
Tirandola fuori disse “Capo, i conti sono a posto. L’anima di Bholaram ha lasciato il corpo cinque giorni fa ed il messaggero della morte è stato spedito per portarlo in questo mondo, ma finora qui non è ancora arrivato”.
Dharmaraj chiese “E quel messaggero dov’è?”.
“Capo, anche lui è sparito!”.
In quel momento la porta si aprì ed entrò il messaggero stanco e trafelato. La sua solita brutta faccia, a causa della fatica, della sofferenza e della paura, era diventata ancora più brutta.
Appena lo vide Dharmaraj urlò “Ehi, tu, dove sei stato tutti questi giorni? Dov’è l’anima di Bholaram?”.
Il messaggero, giungendo le mani al petto, disse “O Compassionevole, come faccio a dirvi quello che è successo? Finora non ero mai stato ingannato, ma l’anima di Bholaram è riuscita a raggirarmi. Cinque giorni fa, quando la sua anima ha lasciato il corpo, sono andato a prenderla e stavo inziando il viaggio verso questo mondo. Fuori dalla città, proprio mentre stavo cavalcando con lei una folata di vento, è scappata dalla mia presa ed è sparita. In questi cinque giorni l’ho cercata per tutto l’universo, ma non so proprio dove sia andata”.
Inchinandosi il messaggero continuò “Capo, la mia attenzione non è venuta meno. Dalle mie mani esperte neppure i più grandi avvocati sono sfuggiti, ma questa volta ci dev’essere stato un esorcismo”.
Chitragupta si intromise “Capo, oggigiorno sulla terra è molto diffuso questo tipo di business. Le persone spediscono agli amici qualcosa e lungo la strada i ferrovieri la fanno sparire. Nello scompartimento bagagli, lungo la strada, tutti i pacchi vengono aperti. E c’è un’altra cosa. I capi dei partiti politici fanno sparire i capi avversari. Magari anche l’anima di Bholaram, dopo aver offeso un avversario, non potrebbe essere stata fatta sparire?”.
Dharmaraj, guardando ironicamente verso Chitragupta, disse “Anche per te è arrivata l’età della pensione? Chi avrebbe potuto avercela con un pover’uomo come Bholaram?”.

In quel momento arrivò Narada (un astuto asceta della mitologia indù) e vedendo Dharmaraj arrabbiato chiese “Perché sei così preoccupato Dharmaraj? Non hai ancora trovato una soluzione al problema dell’accomodamento all’ inferno?”.
Dharmaraj rispose “Quel problema è risolto. Negli ultimi anni in inferno ci sono andati molti uomini esperti. Ci sono molti impresari che prendono i soldi e poi costruiscono gli edifici con materiale scadente. Anche molti grandi ingegnieri, che si mettono d’accordo con gli impresari per mangiarsi i soldi di piani di cinque anni. Poi ci sono i supervisori, che si ingollano i soldi di lavoratori che non esistono. Tutti questi stanno costruendo rapidamente molti edifici all’inferno. Quindi quel problema è risolto, ma ne è sorto un altro. Un uomo di nome Bholaram è morto cinque giorni fa. Questo messaggero stava portando qui la sua anima, quando lungo la strada con un trucchetto è scappata. L’ha cercata in tutto l’universo ma non l’ha trovata. Se succedesse una cosa del genere, sarebbe la fine delle differenze tra meriti e peccati”.
Narada disse “La situazione è molto interessante. Ok, datemi il suo nome e l’indirizzo, andrò io sulla terra a indagare”.

Chitragupta prese il registro “Il suo nome è Bholaram. Viveva a Jabalpur, nel quartiere Ghamapur, di fianco al canale d’acqua, in un paio di camere all’interno di una casa mezza diroccata. Aveva un moglie, due figli ed una figlia. Più o meno aveva sessant’anni e aveva lavorato come impiegato statale. Cinque anni prima era andato in pensione e da un anno non pagava l’affitto, per questo motivo il padrone voleva mandarli via, ma Bholaram nel frattempo è morto. È possibile che il padrone di casa mandi via la famiglia anche in questo caso e per te sarebbe difficile riuscire a trovarli, vai subito!”.

lunedì 9 gennaio 2017

Il racconto Pus ki raat, II parte

Un’altra ora era passata e l’intensità del freddo vento sembrava aumentare. Halku si sedette, tirando su le ginocchia per nascondervi il viso. Sembrava che il sangue gli si fosse gelato ed ora l’acqua scorreva nelle vene. Sollevò la testa per guardare il cielo: quando finirà questa notte? L’orsa maggiore non era ancora apparsa in cielo, solo quando sarà visibile finalmente arriverà l’alba.
Poco lontano dal campo di Halku c’era un frutteto di alberi di mango che stavano perdendo le foglie. Halku notò una pila di foglie e pensò di bruciarle per scaldarsi un poco. Se qualcuno dovesse vedermi raccogliere foglie di notte, mi prenderebbe per un fantasma e magari tra gi alberi c’è qualche animale pericoloso, ma non ce la faccio più a star qui seduto a tremare.
Strappò alcuni arbusti secchi, fece una specie di scopino e prendendo dalla buca per il fuoco un pezzo di sterco di mucca ancora fumante, si diresse verso il frutteto. Jabra lo vide, si avvicinò ed iniziò a scondinzolare.
Halku gli disse “Non ce la faccio più Jabra, andiamo a bruciare qualche foglia e a scaldarci. Quando staremo meglio, torneremo qui e proveremo a dormire un poco, è lunga la notte”. Jabra diede il suo assenso con un gemito e lo seguì. Il frutteto era immerso nell’oscurità, il vento soffiava tra le foglie e la rugiada che si era formata sugli alberi stava gocciolando a terra.

All’improvviso una folata di vento portò la fragranza dei fiori di henné ed Halku disse “Che buon profumo Jabra! Anche tu l’avrai sentito!”. Jabra invece aveva trovato un osso e lo stava rosicchiando.
Halku mise il tizzone di sterco sul terreno, iniziò a raccogliere le foglie ed in poco tempo ne aveva fatto un bella pila. Le sue mani era gelate, così come i suoi piedi scalzi e sperava proprio che bruciando quel mucchio di foglie si sarebbe un po’ scaldato.
In poco tempo il falò si accese ed il suo inconsitente chiarore sembrava far salire l’oscurità sulle chiome degli alberi e quella luce pareva una barca nell’oceano dell’oscurità.
Halku era seduto di fronte al fuoco a scaldarsi e dopo un po’ potè togliersi di dosso il lenzuolo ed allungò le gambe, come a sfidare il freddo “Fa quello che vuoi!”. Non poteva nascondere la felicità per essere riuscito a sconfiggere il freddo.
Si girò verso il cane “Non hai più freddo Jabra?”.
Jabra rispose con un gemito, quasi anche lui si stesse chiedendo se avesse ancora freddo.
“Chissà perché non ho avuto prima questa idea?”. Jabra in risposta scodinzolò.
“Dai, saltiamo su questo fuoco e vediamo chi riesce a non bruciarsi. Ma se ti bruci non ti darò nessuna medicina, eh!”. Jabra guardò il fuoco spaventato .
“E non dirlo a Munni, altrimenti mi sgrida!”.
Detto questo saltò sopra al fuoco, bruciandosi i piedi, ma che importava? Jabra intanto gli correva intorno.
“Dai vieni!”, e così dicendo saltò di nuovo sul fuoco.

Le foglie però bruciarono in fretta ed il frutteto ricadde nell’oscurità. C’era del fuoco che bruciava lentamente sotto alla cenere, che si riaccendeva quando soffiava il vento e subito si rispegneva.
Halku si avvolse nel lenzuolo, si sedette vicino alla cenere ed iniziò a cantare. Finalmente si era un po’ scaldato e sebbene il freddo fosse aumentato, la sonnolenza stava avendo la meglio.
Jabra abbaiò e corse verso l’oscurità. Halku realizzò che un branco di animali era entrato nei campi, forse i nilgai (antilope azzura indiana). Li poteva sentire correre e gli sembrò di sentirli brucare il raccolto e masticare.
Disse a se stesso “Non è possibile che qualche animale sia entrato nei campi con Jabra che abbaia, li sbranerebbe. Me lo sto immaginando... Ecco, ora non si sente niente, mi devo essere sbagliato”.
Chiamò Jabra a gran voce, ma lui continuava ad abbaiare e non si avvicinò.
Quindi sentì di nuovo il rumore degli animali che brucavano e questa volta non potè far finta di niente. Ma si sentiva male all’idea di alzarsi, proprio ora che aveva trovato una posizione calda e comoda. Correre dietro a quegli animali con quel freddo gli sembrava una pazzia, così non si alzò, ma si limitò ad urlare “Andate via, andate via!”.
Jabra continuava ad abbaiare e gli animali a mangiare il raccolto: un così buon raccolto ed ora queste bestie lo stanno distruggendo.
Determinato, Halku si alzò, ma non aveva fatto che due o tre passi che una folata di vento freddo lo colpì come il morso di uno scorpione e ritornò nel suo giaciglio, frugando tra la cenere per scaldarsi un poco.
Jabra intanto continuava ad abbaiare fino a diventare rauco, le antilopi stavano ripulendo il campo e Halku stava seduto calmo vicino alle calde ceneri. L’indolenza l’aveva avvolto come una corda.
Disteso presso la cenere, si avvolse nel lenzuolo e finalmente si addormentò.

Quando si svegliò alla mattina, il sole stava brillando in cielo e Munni gli stava dicendo “Continuerai a dormire ancora molto? Tu te ne stai qui beato ed il campo è stato distrutto!”.
Halku si alzò e chiese “Vieni dal campo?”.
Munni fece cenno di sì “Tutto il campo è rovinato e tu dormi così? Che bisogno c’era di spendere la notte qua fuori?”.
Haklu cercò una scusa “Sono quasi morto e tu sei preoccupata per il campo? Ho avuto un tal mal di stomaco”.
I due camminarono sul margine del campo, constatando la completa distruzione.
Jabra invece dormiva sotto alla brandina, tanto stanco che sembrava morto.
Mentre i due guardavano il campo, la tristezza avvolse Munni, ma Halku sembrava quasi contento.
Munni gli disse con tono preoccupato “Ora dovrai lavorare alla giornata e pagare i debiti”.

Halku rispose allegro “Almeno non dovrò dormire qui durante le fredde notti d’inverno!”.