domenica 8 gennaio 2017

Il racconto Pus ki raat, I parte

“Pus ki raat” è un racconto di Premchand tra i più noti per quanto riguarda il realismo e la descrizione delle misere condizioni delle persone povere ed indigenti.
Il titolo significa “Una notte di Pus”, che è il mese indù più freddo, cadendo tra il 22 di Dicembre ed il 20 di Gennaio, e vi sono narrate le vicende di una coppia di contadini alle prese con il pagamento dei debiti ed il mantenimento dei campi, durante una fredda notte invernale.
Segue libera traduzione divisa in due parti.

Rientrando in casa Halku disse “È arrivato il riscossore dell’affitto dei campi. Dammi le rupie rimaste che gliele do e me lo levo di torno”.
La moglie stava spazzando il pavimento, si girò e disse “Abbiamo solo tre rupie, se le diamo a lui come farai a comprarti la coperta? Come farai a passare la notte nei campi? Digli di tornare dopo il raccolto, ora non possiamo pagarlo”.
Per un momento Halku rimase perplesso. L’inverno era arrivato e non poteva stare di notte nei campi a fare la guardia senza una coperta. Ma il riscossore non accetterà di passare dopo il raccolto, lo insulterà e lo minaccerà. Sarà meglio affrontare l’inverno in qualche modo e almeno risolvere questo problema. Pensando ad una soluzione, si diresse verso la moglie cercando di convincerla “Per favore, dammi i soldi e ci leviamo questo pensiero. Troverò una soluzione per la coperta”.
Munni si allontanò da lui e inarcando le sopracciglia disse “Un’altra soluzione? Tu? Fammi sentire come la risolverai. Gli dobbiamo tanti soldi che questa storia non finirà mai. Dico, perché non lasci perdere l’agricoltura? Ti spacchi la schiena per lavorare nei campi e quando arriva il raccolto lo consegni a lui. Siamo nati per pagare debiti e lavoriamo duro solo per riempire il nostro stomaco. Che senso ha coltivare in questo modo? No, non te li do i soldi”.
Amareggiato a sentire questo, Halku chiese “Quindi dovrò farmi insultare?”.
Munni rispose “Perché dovrebbe insultarti? Chi è, il nostro padrone?”.
Ma appena disse queste parole, la sua arrabbiatura diminuì, perché c’era del vero nell’affermazione di Halku, che si sentiva come preda di un animale feroce.
Munni tirò fuori i soldi dalla nicchia nel muro e li diede ad Halku dicendo “Questa volta abbandona l’agricoltura. Se lavorerai alla giornata almeno potrai guadagnare dei soldi e mettere da parte qualcosa. E non saremo costretti a subire insulti da nessuno. Questo sì che è un bel lavoro: ci spacchiamo la schiena nei campi, diamo via tutto ciò che raccogliamo e dobbiamo ancora subire tutto questo”.
Halku prese i soldi e lasciò la stanza addolorato, come se dovesse strapparsi il cuore dal petto e consegnarlo.
Aveva risparmiato tre rupie con un duro lavoro per comprarsi una coperta e oggi doveva darle via. Ogni passo che faceva aumentava il peso della sua impotenza.

Che buia notte invernale! Sembrava che perfino le stelle nel cielo stessero rabbrividendo. Halku era seduto sulla sua brandina di canne da zucchero, avvolto in un vecchio lenzuolo, e stava tremando dal freddo. Sotto alla branda c’era il suo cane Jabra, che raggomitolato stava gemendo per il gelo. Nessuno dei due riusciva a dormire.
Tirando su le ginocchia fino al mento Halku disse “Hai freddo Jabra? Ti avevo detto di stare a casa, perché sei venuto? Ora trema dal freddo, cosa ci posso fare? Pensavi che stessi andando a banchettare ed ora ti lamenti”.
Jabra scondinzolò e dopo uno sbadiglio smise di gemere, come se stesse pensando che fosse quello il motivo per cui il suo padrone non riusciva a dormire.
Halku accarezzò il suo gelido pelo “Non venire con me domani, altrimenti morirai di freddo. Non so proprio da dove arrivi questo vento ghiacciato. Alziamoci, fumiamo una pipa e cerchiamo di passare la notte in qualche modo. Ho già fumato otto pipe, questo è il lato divertente dell’agricoltura. Per il resto noi lavoriamo duro ed altri ne traggono vantaggio a nostre spese”.

Halku si alzò, riempì la sua pipa e l’accese prendendo della brace dal fuoco ormai spento. Anche Jabra si era alzato ed Halku gli chiese “Anche tu vuoi fumare? Ti aiuterà a rallegrarti un po’”.
Jabra lo guardò con occhi amorevoli ed Halku gli disse “Resisti a questo freddo solo per oggi. Domani ti porto qualche straccio, così con quelli potrai scaldarti un pochino”.
Jabra mise le zampe sulle ginocchia di Halku ed avvicinò il muso al viso del suo padrone, che ne fu quasi rallegrato, sentendo il calore del suo fiato.
Dopo aver fumato la sua pipa, Halku si sdraiò di nuovo, risoluto che in qualche modo avrebbe dormito un pochino, ma presto iniziò di nuovo a tremare. Per un po’ continuò a tossire e rigirarsi, ma il freddo sembrava un demone che gli si pressava sul petto.
Non riuscendo a risolvere la questione, accarezzò la testa di Jabra, lo sollevò e si sdraiò con il cane di fianco a lui. Il cattivo odore non l’avrebbe trattenuto dall’avere quel sonno che gli era stato negato negli ultimi tempi. Jabra pensava di essere in paradiso e nel cuore di Halku non c’era la minima avversione verso il cane. Lo stava abbracciando come avrebbe fatto con i suoi famigliari ed i suoi cari. Non era toccato dall’impotenza della situazione che lo aveva portato a quello stato. Questa amicizia aveva aperto le porte della sua anima ed ogni suo poro stava brillando di felicità.

All’improvviso Jabra sentì il movimento di un animale. Questa particolare intimità aveva infuso in lui nuovo vigore che faceva passare il freddo in secondo piano. Quindi uscì dal rifugio ed iniziò ad abbaiare. Halku cercò di farlo tornare indietro facendo qualche verso ma Jabra continuò imperterrito a correre intorno al campo abbaiando. Ogni tanto tornava per qualche secondo ma poi correva di nuovo via. Il dovere ormai aveva occupato il suo cuore come uno sfrenato desiderio.

sabato 7 gennaio 2017

Il racconto Kafan, II parte

Alla mattina, quando Madhav entrò nella capanna per dare un’occhiata, sua moglie era fredda e le mosche le volavano sul viso. I suoi occhi erano rivolti verso l’alto ed il suo corpo era coperto di polvere. Nel suo ventre, anche il bebè era morto.
Madhav corse da Ghisu ed entrambi iniziarono a lamentarsi e a battersi il petto. Quando i vicini udirono il loro strazio, arrivarono di corsa e, seguendo la tradizione, iniziarono a consolare i familiari della defunta.
Ma quello non era il momento di lasciarsi andare al dispiacere, bisognava preoccuparsi del sudario e della legna; i soldi in quella casa erano come la carne nel nido di un rapace.
Padre e figlio andarono quindi a struggersi dal capo del villaggio. Questi odiava anche solo la loro faccia. Spesso li aveva picchiati con le sue stesse mani, per aver rubato o per non essersi presentati al lavoro.

Vedendoli gli chiese “Cosa succede Ghisu, perché ti lamenti? In questo periodo non ti si vede in giro, sembra che tu non voglia più vivere in questo villaggio”.
Ghisu si prostrò a terra e disse con gli occhi pieni di lacrime “Mio Padrone, ho un grosso problema. La scorsa notte è mancata la moglie di Madhav. Ha passato tutto il giorno a contorcersi dal dolore, mentre noi due siamo stati al suo fianco tutta la notte. Qualunque medicina potevamo darle, gliela abbiamo data, ma non c’è stato nulla da fare. Ora non c’è nessuno che si prenda cura di noi, Padrone, siamo devastati, la nostra famiglia è distrutta! Sono il vostro schiavo, ora chi si prenderà cura del suo funerale se non voi? Tutti i soldi che avevamo li abbiamo spesi in medicine. Se il Padrone ci mostrasse un po’ di compassione, potrebbe avere il suo meritato funerale. A quale porta dovrei recarmi, se non alla vostra?”.

Il capovillaggio era una persona compassionevole, ma mostrare compassione a Ghisu era come cercare di tingere una coperta nera. Avrebbe voluto dirgli “Vattene via di qua! Tieniti il corpo in casa e lascia che marcisca. Di solito non vieni neppure quando ti chiamo ed ora che hai bisogno di qualcosa vieni qui e cerchi di lusingarmi? Tu subdolo villano!”. Ma quello non era il momento di rabbia, rancore e vendetta. Volente o meno, tirò fuori due rupie e le fece cadere. Non disse neppure una parola di consolazione e non guardò nemmeno in direzione di Ghisu, come se avesse semplicemente svolto un dovere.
Quando il capovillaggio ha dato due rupie, come faranno a rifiutare gli altri ricchi proprietari? Ghisu sapeva bene come battere il tamburo del nome del capovillaggio. Uno diede due paise, un altro quattro, e in un’ora Ghisu aveva raccolto cinque rupie in contanti. Qualcuno offrì del grano, altri la legna e nel pomeriggio Ghisu e Madhav si recarono al mercato per comprare il sudario. Nel frattempo altre persone iniziarono a tagliare il bambù per fare la portartina su cui trasportare il cadavere e a svolgere altri preparativi per il funerale.
Le donne del villaggio vennero a dare un’occhiata al corpo ed a piangere alcune lacrime sulla sua impotenza.

Quando i due giunsero al mercato, Ghisu disse “Abbiamo abbastanza legna per bruciarla, vero Madhav?”.
Madhav rispose “Sì, abbiamo parecchia legna, ora ci serve solo il sudario”.
“Dai compriamo un sudario leggero”.
“Ma certo! Quando trasporteremo il cadavere ormai sarà notte, chi farà caso al sudario?”.
“Che razza di tradizione: uno che in vita sua non ha avuto altro che vecchi stracci per coprirsi, ha bisogno di un nuovo sudario quando muore”.
“Dopotutto, il sudario brucia insieme al cadavere”.
“A che cosa serve? Se avessimo avuto prima cinque rupie, avremmo potuto darle delle medicine”.
Tutti e due intanto cercavano di capire cosa stesse pensando l’altro e continuarono a girare per il mercato finché non venne sera. Ogni tanto entravano in un negozio, davano un’occhiata ai vari tessuti, dalla seta al cotone, ma sembrava che nessuno facesse al caso loro. Ad un certo punto si trovarono, per caso o deliberatamente, di fronte ad un negozio di alcolici e come se si fossero accordati in precedenza, automaticamente entrarono. Per un po’ stettero in piedi, incerti sul da fare, quindi Ghisu si diresse dal commesso e gli chiese “Per favore, dia una bottiglia anche a noi”. Oltre alla bottiglia di liquore, Ghisu comprò dei dolci al sesamo e dopo i dolci trovò del pesce fritto, si sedettero nella veranda ed iniziarono a bere.

Dopo qualche bicchiere iniziarono a sentirsi sollevati
Ghisu disse “Che senso ha avvolgerla in un sudario? Dopotutto anche quello brucerà, niente se ne andrà con lei”.
Guardando verso il cielo, come per persuadere gli angeli della sua innocenza, Madhav continuò “È una tradizione del mondo. Perché queste stesse persone danno migliaia di rupie ai sacerdoti? Chi può dire se ci sarà o no una ricompensa in un altro mondo?”.
“I ricchi hanno il benessere, lasciamo che lo sprechino. Noi cosa abbiamo da sprecare?”.
“Ma cosa gli dirai alla gente? Non ci chiederanno dov’è il sudario?”.
Ghisu scoppiò a ridere “Gli diremo che i soldi sono sgusciati via dalle mie tasche, li abbiamo cercati, ma non li abbiamo trovati. La gente non ci crederà ma ci daranno di nuovo la stessa somma”.
Anche Madhav scoppiò a ridere, felice per questo inaspettato colpo di fortuna e disse “Era proprio brava quella povera donna, perfino da morta è riuscita a servirci un buon pasto”.
Più di metà bottiglia era andata, Ghisu ordinò due porzioni di puri, uno stufato di carne, del fegato speziato ed altro pesce fritto. Madhav portò tutto su due piatti dal vicino ristorante, per il prezzo di una rupia e mezza, ed ora erano rimaste solo poche paise.

I due quindi si sedettero a mangiare i puri, con la stessa grandiosità della tigre che insegue la sua preda nella giungla. Non avevano paura che gli venisse chiesto di giustificarsi e non temevano il disonore. Erano passati attraverso questi stati di debolezza molto tempo fa. Ghisu disse in tono quasi filosofico “Se la mia anima è compiaciuta, non riceverà anche lei dei meriti religiosi?”.
Madhav abbassò la testa in pia approvazione “Cetamente li riceverà. Dio, tu conosci i cuori, portala in paradiso! Entrambi le stiamo dando la nostra più accorata benedizione. Il banchetto che ho avuto stasera, non l’avevo mai avuto in vita mia”.
Dopo qualche momento però, un dubbio venne a Madhav “Anche noi andremo lì un giorno, non è vero?”.
Ghisu non rispose a questa infantile domanda e guardò male Madhav: non voleva che pensieri sulle questioni ultraterrene lo distraessero dal piacere che stava provando in quel momento.
“Quando là lei ci chiederà perché non le abbiamo messo il sudario, cosa le diremo?”.
“E smettila!”.
“Ma ce lo chiederà sicuramente!”.
“Come fai a sapere che lei non avrà un sudario? Mi consideri un tale asino? Ho vissuto in questo mondo per sessant’anni e non ho fatto altro che bighellonare ? Avrà un sudario e pure bello, molto meglio di quello che le avremmo comprato noi”.
Madhav non era convinto e disse “Chi lo darà? Ti sei ingoiato tutti i soldi! È a me che chiederà, sono stato io a mettere la polvere di sindur tra la partizione dei suoi capelli”. (Nel matrimonio indù è questo il gesto che sancisce la coppia)
Ghisu iniziò ad irritarsi “Ti dico, avrà il suo sudario, perché non mi credi?”.
“Chi ci darà i soldi, perché non me lo dici?”.
“Ce li daranno gli stessi che ce li hanno dati prima, ma non li metteranno nelle nostre mani. E se in qualche modo dovessimo riuscire a prenderli, ci siederemo di nuovo qui e berremo allo stesso modo, e quelli ci daranno il sudario una terza volta”.

Con l’avanzare dell’oscurità, le stelle brillavano sempre più, mentre all’interno del negozio di alcolici il tumulto aumentava. Una persona cantava, un’altra borbottava, uno abbracciava il suo compagno di bevuta, un altro spingeva il bicchiere sulla bocca del suo amico. L’atmosfera era gioiosa e l’intossicazione nell’aria. Quante persone diventano degli asini con un bicchiere! Vengono qui solo per assaporare il gusto di dimenticarsi di se stessi. Più del liquore è l’aria qui ad elevare i loro spiriti. I disastri della vita li hanno colpiti e trascinati qui e per un momento si dimenticano se sono vivo o morti, o mezzi vivi.
E questi due, padre e figlio, sono ancora lì che bevono e fanno bagordi. Gli occhi di tutti i presenti sono posati su di loro: che fortunati che sono, si sono divisi un’intera bottiglia.
Finito di mangiare, Madhav prese un piatto di foglie con gli avanzi dei puri e li diede ad un mendicante, che stava lì in piedi e li fissava con occhi affamati. E per la prima volta in vita sua sentì l’orgoglio, il piacere ed il brivido di dare.

Ghisu disse “Prendi, mangia tutto e dalle la tua benedizione. La tua benedizione di certo le arriverà, benedicila con ogni pelo del tuo corpo, questo è il pagamento di un lavoro molto duro”.
Madhav di nuovo alzò gli occhi al cielo e disse “Andrà sicuramente in paradiso, diventerà la regina del paradiso”.

Ghsu si alzò e come se stesse nuotando tra le onde della gioia disse “Sì, figliolo, andrà in paradiso. Non ha mai disturbato o tormentato nessuno, perfino morendo è riuscita a soddisfare il più grande desiderio della nostra vita. Se non ci va lei in paradiso, ci andranno forse quei grassi ricchi signori che rubano alla povera gente con entrambe le mani, che vanno a fare il bagno nel Gange per lavarsi i peccati e che offrono acqua santa nei templi?”.

Ma quest’umore di pietà durò poco, il continuo cambiamento è una delle qualità speciali dell’intossicazione ed ora era il turno di dispiacere e disperazione. Madhav disse “Ma quella povera donna ha sofferto molto durante la vita, perfino la sua morte è stata così dolorosa”. E coprendosi gli occhi con le mani iniziò a piangere e singhiozzare.
Ghisu allora si avvicinò per consolarlo “Perché piangi figlio? Sii contento che è stata liberata da questa rete di illusioni. È fuggita dalla trappola ed è stata fortunata ad essere riuscita a rompere il legame con le illusioni del mondo così velocemente”.
E stando abbracciati in piedi iniziarono a cantare.

Tutti gli avventori del negozio di alcolici erano assorbiti dallo spettacolo di questi due bevitori, che, completamente ubriachi, continuavano a cantare. Quindi cominciarono a ballare, con piroette e salti, caddero, si rialzarono, gesticolarono ed infine, stravolti dall’ubriacatura, collassarono.

venerdì 6 gennaio 2017

Lo scrittore Premchand ed il racconto Kafan, I parte

Premchand (1880-1936) è stato uno dei primi e più importanti scrittori di prosa in lingua hindi.
La sua vasta produzione letteraria comprende 15 romanzi, circa 250 storie, 5 commedie e 2 saggi, a cui si aggiungono un gran numero di traduzioni di opere di autori stranieri, principalmente inglesi, ma anche francesi ed un’apprezzata raccolta di racconti di Tolstoj.
La caratteristica principale delle opere di Premchand è il realismo, in hindi yatarthvaad, corrente della quale fu il maggior esponente (in maniera piuttosto simile alla figura di Giovanni Verga ed il verismo nella letteratura italiana).
I personaggi di Premchand sono quindi quasi sempre i poveri e gli indigenti, alle prese con i problemi della vita quotidiana, e spesso vittime anche della propria semplicità ed ignoranza.
Di conseguenza, lo stile di Premchand è scorrevole e molto descrittivo, per dare al lettore la possibilità di farsi una propria idea sulle vicende rappresentate.
Raramente si lascia andare a considerazioni personali, che comunque sono sempre molto critiche delle cause della miseria ed indigenza nelle quali versano i suoi personaggi.
Tra le numerose opere, un racconto particolarmente significativo ed emblematico è Kafan, letteralmente Sudario, la storia di due pover’uomini, padre e figlio, alle prese con la morte della moglie di quest’ultimo e del “difficile” compito di procurarsi il denaro per il lungo telo bianco nel quale, secondo la tradizione indù,  vengono avvolti i corpi dei defunti prima di essere bruciati.
Segue libera traduzione divisa in due parti.

Sulla porta della capanna stavano seduti padre e figlio, in silenzio, davanti ad un fuoco quasi spento; all’interno la giovane moglie del figlio, Budhiya, giaceva con le doglie, contorcendosi dal dolore. Di tanto in tanto dalle sue labbra usciva un grido talmente straziante che i due si tenevano il petto come se sentissero anche loro il dolore. Era una fredda notte d’inverno, la natura era silenziosa ed il villaggio era avvolto nell’oscurità.

Ghisu disse “Sembra che non sopravviverà. È tutto il giorno che si sta contorcendo dal dolore. Su, vai a vedere come sta”.
Madhav con tono afflitto rispose “Se deve morire, perché non muore velocemente? Che bisogno c’è che io vada a vedere?”.
“Hai veramente un cuore di pietra! Ti sei goduto la vita con lei per un anno e ora sei così egoista?”.
“Beh, non ce la faccio a vederla soffrire in quel modo!”.

Erano una famiglia di chamaar (la casta dei lavoratori di pelli), noti in tutto il villaggio. Se Ghisu un giorno lavorava, dopo si riposava per tre. Madhav era un tale lavativo che se lavorava mezz’ora, poi passava un’ora a fumare il suo chilum. Per questo nessuno li assumeva. Se in casa c’era anche solo un pugno di farina, evitavano di lavorare. Dopo aver digiunato per un paio di giorni, Ghisu si arrampicava su un albero, rompeva qualche ramo e Madhav andava al mercato a vendere la legna; e fintanto che quei soldi duravano, spendevano il loro tempo gironzolando pigramente. Quando la fame diventava intensa, di nuovo rompevano qualche ramo o cercavano un lavoro. Il lavoro non mancava al villaggio. Era un villaggio di contadini e per un uomo di buona volontà c’erano decine di impieghi, ma la gente chiamava quei due solo quando erano costretti ad accontentarsi di ricevere da due persone il lavoro di una sola.

Se fossero stati degli asceti, non avrebbero avuto bisogno di esercitarsi nell’autocontrollo per raggiungere l’appagamento. Quella era la loro natura. La loro era un vita davvero strana: a parte due o tre contenitori di terracotta, non c’era nessun altro bene in quella casa, coprivano le loro nudità con degli stracci, liberi da interessi mondani, pieni di debiti; subivano abusi e ingiurie, ma senza affliggersi. Erano così poveri che le persone gli prestavano qualcosa sapendo che non c’era nessuna speranza che gli venisse restituita. Quando era la stagione di piselli e patate, andavano a rubarli in qualche campo e li arrostivano, oppure rompevano qualche canna da zucchero e passavano la notte a succhiarli. Ghisu aveva già speso sei anni della sua vita in questo “pio” modo e Madhav, da figlio diligente, stava seguendo le orme del padre, forse rendendo il suo nome ancora più famoso.

Anche questa volta i due erano seduti presso al fuoco, arrostendo le patate che avevano scavato dal campo di qualcuno. La moglie di Ghisu era mancata già da tempo, mentre il matrimonio di Madhav era avvenuto un anno prima. Da quando era arrivata, quella donna aveva posto le fondamenta della civiltà in quella famiglia. Macinando il grano, tagliando l’erba, riusciva ad avere un po’ di farina e riempire lo stomaco di quei due svergognati. Da allora erano diventati ancor più pigri ed indolenti, anzi, stavano quasi iniziando a fare gli spacconi. Se qualcuno li chiamava per lavorare, loro, con splendida indifferenza, chiedevano il doppio della paga. Quella donna oggi sta morendo di parto e quei due forse aspettano che muoia per poter dormire in pace.

Tirando fuori dal fuoco una patata ed iniziando a sbucciarla, Ghisu disse “Vai a vedere in che condizioni è! Altrimenti saremo tormentati dalla chudail, no! (La chudail è il fantasma delle donne che muoiono incinta o durante il parto). E per questo anche lo sciamano vuole una rupia”.
Madhav aveva paura che se fosse andato dentro alla capanna, Ghisu avrebbe finito quasi tutte le patate, quindi rispose “Ho paura ad entrare”.
“Di cosa hai paura? Dopotutto ci sono io qua!”.
“Allora vai tu a vedere, va bene?”.
“Quando morì mia moglie, per tre giorni non mi mossi dal suo fianco. E poi, Budhiya non dovrebbe aver vergogna di fronte a me? Non ho mai visto il suo viso ed ora dovrei vederla nuda?”.
“Sto pensando: se è nato un bambino, cosa succederà? Serviranno zenzero, zucchero, olio... E non c’è assolutamente nulla in casa!”.
“Tutto arriverà. Se Dio dona una figlio, quelle persone che ora non ci stanno dando un soldo, ci chiameranno e ci daranno il necessario. Ho avuto nove figli, in casa non c’è mai stato niente ed è così che mi sono arrangiato ogni volta”.

In una società dove coloro che lavorano giorno e notte e non stanno meglio di questi due; una società in cui, in confronto ai contadini, stanno meglio quelli che li sfruttano; in questo tipo di società, la nascita di questa mentalità non è una sorpresa. Potremmo dire che in confronto ai contadini, Ghisu era più arguto, ed invece di unirsi al gruppo dei sempliciotti contadini, si unì al gruppo degli scaltri manipolatori. Ma lui non era abbastanza pratico ed abile a seguire le usanze di questi ultimi, così se alcuni di loro erano diventati capi e ministri del villaggio, lui veniva additato da tutti i compaesani. Ciononostante si consolava pensando che se si fosse trovato in cattive acque, non era obbligato a svolgere il mestiere spaccaschiena dei contadini, e gli altri non si prendevano troppo vantaggio dalla sua condizione di semplicità e miseria.

Tirando fuori dal fuoco le patate, iniziarono a mangiarle ancora roventi. Non avevano mangiato nulla dal giorno prima ed erano troppo impazienti per aspettare che le patate si raffredassero. Così si bruciarono ripetutamente la bocca. Quando una patata era pelata, l’esterno non sembrava così caldo, ma nel momento in cui vi affondavano i denti, la parte interna rovente gli bruciava la lingua, il palato e la gola. Quindi piuttosto che tenerla in bocca, la mandavano nello stomaco a raffreddarsi. Così ingoiarono tutto velocemente, seppur lo sforzo li fece entrambi lacrimare.

In quel momento, a Ghisu venne in mente la festa di un ricco proprietario di terre, alla quale aveva partecipato venti anni prima. La quantità e la qualità del cibo che gli fu servito furono un evento così memorabile nella sua vita, che ancora ne conservava un vivido ricordo.
Quasi trasognato disse “Non mi dimentichetò mai quella festa. Da quella volta non ho mai mangiato così bene e non sono mai stato così sazio. Le ragazze della casa servivano puri (pagnotte fritte) a tutti, quanti ne volevano! Tutti nel villaggio, grandi e piccoli, mangiarono puri, e di quelli fritti nel ghee (burro chiarificato). E poi c’erano sottaceti, raita (un insalata di yoghurt e verdure fresche), tre tipi di verdure a foglia, un saporito stufato, yoghurt e dolci. Come faccio a raccontarti adesso che prelibatezze c’erano in quel banchetto? Non c’erano limiti: qualunque cosa desiderassi, dovevi solo chiederla e potevi mangiare quanto volevi! La gente mangiava così tanto, che nessuno si ricordò di bere neppure un goccio d’acqua. E continuavano a servirti pasticcini caldi e profumati, e non facevi in tempo a rifiutarne un vassoio, che subito ne arrivava un altro. E quando tutti ebbero finito di mangiare, venne offerto del paan (mistura digestiva). Ma io ero così pieno che non potei neppure consumare il paan, barcollai fuori ed andai a sdraiarmi sotto alla mia coperta. Aveva un cuore grande come l’oceano quel signore!”.

Divertendosi ad ascoltare la storia di questo grande banchetto, Madhav disse “Se solo qualcuno ci offrisse un simile trattamento al giorno d’oggi”.
“Come se ora qualcuno si degnasse di offrire banchetti agli altri. Quelli erano tempi diversi, ora tutti pensano all’economia, non spendono soldi in matrimoni e festival religiosi. A cosa serve risparmiare sui soldi della povera gente? Il risparmiare non manca, ma quando si tratta di spendere, allora pensano all’economia”.
“Tu avrai mangiato almeno venti puri!”.
“Oh, ne avrò mangiati ben più di venti”.
“Io ne avrei mangiati cinquanta!”.
“Neppure io sarei ruiscito a mangiarne cinquanta ed ero grande e grosso. Tu non sei neppure la metà di quello che ero io”.
Dopo mangiato, bevvero un po’ d’acqua, si coprirono con i loro lunghi (lungo drappo di solito usato per coprire le gambe), si rannicchiarono e si addormentarono di fianco al fuoco, raggomitolati come fossero due giganteschi serpenti.

Dentro alla capanna, intanto, Budhiya continuava a lamentarsi.

giovedì 5 gennaio 2017

Breve cenno alla storia della letteratura hindi, II parte

Il poeta Bihari rende omaggio a Radha e Krishna
Riti Kal (1700-1900)
Il termine riti significa procedura, metodo e viene attribuito ai due secoli di letteratura hindi in cui venne dato più risalto all’aspetto teorico della poesia ed alla sua forma, piuttosto che ai contenuti.
Molte opere erano ancora legate al movimento Krishna bhakti, ma spostando l’enfasi dalla totale devozione verso l’aspetto eroico della divinità.
Probabilmente l’opera più importante di questo periodo è il Bihari Satsai, i settecento versi di Bihari, un poeta che in realtà visse qualche anno prima, 1595-1663, ma la cui opera viene considerata appartenente a questo periodo letterario.
I suoi distici, molto curati nella metrica, sono infatti improntati non solo sulla devozione, ma anche sulla morale e l’amore fisico.

Sebbene quindi la produzione letteraria di questo periodo non fu particolarmente originale, durante il Riti Kal si verificarono due importanti cambiamenti nella letteratura hindi.
Il primo fu l’affermarsi dei caratteri devnagari, su quelli locali e persiani, con le prime stampe devnagari pubblicate già nel 1795.
Verso la fine del XIX secolo invece, comparirono le prime opere in prosa, con la composizione di alcuni romanzi nel 1886 e 1888.

Adhunik Kal (1900-presente)
Il periodo moderno vide innanzitutto un sempre maggior numero di opere in prosa, che diversificò molto la produzione e gli argomenti, con romanzi, racconti, commedie e saggi, improntati al realismo ed a descrivere la società, piuttosto che su favole e mitologia sui quali si era basata fino ad allora la letteratura hindi.
Il maggior esponente della prosa realistica indiana fu sicuramente Premchand, la cui vasta produzione comprende 15 romanzi, circa 250 racconti, 5 commedie, 2 saggi ed un gran numero di traduzioni di autori stranieri.
Successivamente, dal 1950-60, si affermò e distinse anche uno stile ironico, dove gli autori si dedicarono alla descrizione della società ma con sarcasmo e talvolta un certa dose di umorismo.

Per quanto riguarda la produzione di poesie, l’Adhunik Kal viene tradizionalmente diviso in tre periodi: il Dwiwedi Yug, l’era di Dwiwedi, dal 1900 al 1918; il Chhayavaad Yug, l’era del romanticismo, dal 1918 al 1937; e l’Adhunik Sahitya, modernismo, successivo al 1937.

Mahavir Prasad Dwiwedi (1864-1938) ebbe un ruolo fondamentale nello stabilire la moderna lingua hindi in poesia e soprattutto ad ampliare gli argomenti accettabili al suo interno, al di là dei tradizionali devozione ed amore.
In particolare Dwiwedi si impegnò e cercò di diffondere una poesia basata anche sul nazionalismo e le riforme sociali.

Il breve romanticismo moderno indiano, Chhayavaad, venne dapprima accolto con favore da critica e pubblico, ma ben presto mostrò i suoi limiti, in particolare l’uso di un linguaggio esageratamente decorativo e romantico, completamente fuori dal contesto sociale di quegli anni.

Dopo il più o meno fallito esperimento romantico, la poesia hindi tornò quindi ad interessarsi all’attualità ed al sociale, spinta anche dagli sconvolgimenti storico-politici di quel periodo, con l’indipendenza dell’India nel 1947.

Figura di spicco di questo periodo fu Gajanan Madhav Mukhtibodh (1917-1964) le cui opere, basate su marxismo, socialismo ed esistenzialismo, vengono inquadrate all’interno dello sperimentalismo, prayogvaad, e del progressismo, pragativaad, che saranno le basi del modernismo attuale.

mercoledì 4 gennaio 2017

Breve cenno alla storia della letteratura hindi, I parte

Painting of Kabir and disciple
Il santo-poeta Kabir insieme ad un discepolo
Le origini della lingua hindi vengono fatte risalire al XII-XIII secolo con la composizione delle prime opere letterarie nei dialetti locali (invece che in sanscrito o persiano), come awadhi, brajbhasa e khariboli, dai quali si svilupperà l’hindi moderna.
Per convenzione e praticità, la storia della letteratura hindi viene divisa in quattro periodi: Adi Kal, dal 1050 al 1375, Bhakti Kal, dal 1375 al 1700, Riti Kal, dal 1700 al 1900, ed Adhunik Kal, dal 1900 ai giorni nostri.

Adi Kal (1050-1375)
L’Adi Kal è il periodo delle origini (adi), chiamato anche Vir Gatha Kal, periodo delle ballate (gatha) degli eroi (vir), in quanto le opere letterarie erano solitamente poemi epici composti dai poeti delle corti dei regnanti, dove venivano glorificate le loro gesta.
Tradizionalmente la prima opera della letteratura hindi viene considerata il Prithviraj Raso, un poema scritto da Chanda Bardai (1149-1200) il poeta alla corte di Prithviraj Chauhan, il sovrano del nord dell’India che dovette affrontare le prime invasioni mussulmane da parte di Mohammed di Ghori, sventate nella I Battaglia del Tarain (1190-91), ma alle quali dovette soccombere nella II Battaglia del Tarain (1192), dove venne definitivamente sconfitto.

Oltre ai poemi, in questo periodo vennero composte alcune poesie da parte di asceti appartenenti alle tradizioni siddha del buddismo, nath dell’induismo e del jainismo, che utilizzavano lingue locali per poter veicolare i loro messaggi anche alle classi meno istruite.

Bhakti Kal (1375-1700)
Il Bhakti Kal è il periodo della devozione (bhakti), con la composizione di numerosi poemi epici e poesie di stampo religioso indù.
Questo periodo viene diviso in due rami: nirgun bhakti e sagun bhakti.
Nirgun significa senza forma, senza attributi, ed è la devozione verso il Dio assoluto, l’Uno, mentre il sagun bhakti è la devozione verso un dio con forme, quali quelle delle divinità, e viene a sua volta divisa in Ram bhakti, devozione verso il dio Rama (settima incarnazione di Vishnu), e Krishna bhakti, devozione verso Krishna (ottava incarnazione di Vishnu).
I maggiori esponenti della nirgun bhakti furono due santi particolarmente riveriti: Kabir e Guru Nanak.

Kabir (XV secolo) fu un personaggio molto particolare, considerato, oltre che un grande santo, anche un ottimo poeta, seppur, per sua stessa ammissione, non sapesse né leggere né scrivere, e le sue opere furono compilate dai suoi seguaci.
Kabir fu infatti un poeta “di strada” ed era solito vagare per le vie della città sacra di Varanasi, cantando accompagnato da un ektara, un semplice strumento formato da una sola corda.
Seppur le sue composizioni non seguano rigidi schemi metrici, la sua forma preferita era la doha, un distico di due sole righe (per ulteriori dettagli rimandiamo ad un post dedicato interamente a Kabir http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/02/il-santo-kabir_22.html).

Anche Guru Nanak (1469-1539) fu un grande santo-poeta, primo Guru e fondatore della religione Sikh (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/03/breve-storia-della-religione-sikh.html) e le sue composizioni sono ancora oggi riverite all’interno del Guru Granth Sahib, il libro sacro del sikhismo, formato da testi provenienti da diverse tradizioni, tra cui anche molte opere attribuite a Kabir.

La devozione verso il dio Rama vede nel santo-poeta Tulsidas (1532-1623) il suo massimo esponente.
La sua opera principale è il lungo poema epico Ramcharitmanas (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/06/il-poema-epico-ramcharitmanas.html), la versione in dialetto awadhi del Ramayana, ma scrisse anche in brajbhasa, in particolare il Vinaya Patrika, un altro poema devozionale contenente numerosi inni di diverse divinità indù.

Tra i poeti facenti parte della corrente Krishna bhakti, uno dei più importanti fu Surdas, che compose numerose opere in brajbhasa, tra cui il noto Sur Sagar, una raccolta di ben 100.000 poesie e canzoni, di cui però ne sono rimaste solo circa 8.000.
Notevole fu anche la figura di Meera Bai, una mistica poetessa rajasthana, che compose numerose opere di devozione verso Krishna.
In realtà molte poesie e canzoni a lei attribuite furono composizioni di altri poeti che cercarono di seguire il suo stile, fattore che comunque denota l’importanza di Meera Bai all’interno della devozione verso Krishna.
Di madrelingua rajasthani, compose anche in brajbhasa, dialetto molto usato nelle opere dei seguaci di Krishna essendo quello parlato nell’area del Braj, la regione attorno alla città di Mathura, considerata luogo natale del dio.
Caratteristica peculiare che divide nettamente l’opera di Surdas da quella di Meera Bai è il differente approccio verso Krishna, di cui Surdas fu il maggior cantore nella sua forma fanciullesca, mentre Meera nella sua forma di amante (a causa del quale ebbe non pochi problemi, anche all’interno della sua aristocratica famiglia).


Nonostante le relazioni conflittuali tra la religione islamica dei regnanti e quella indù degli abitanti locali, tra i poeti della corrente Krishna bhakti figurano anche alcuni compositori mussulmani, tra cui spicca Abdul Rahim (1556-1627), il poeta di corte dell’imperatore Akbar.

martedì 3 gennaio 2017

I luoghi migliori per avvistare gli uccelli nel nord dell'India

Immagine satellitare dell'Aprile 2008 che mostra la copertura forestale dell'India
Sebbene l’osservazione degli uccelli in India sia un’interessante attività praticabile ovunque, anche nelle grandi città, alcune zone offrono condizioni particolarmente favorevoli all’avifauna, che quindi è presente con notevole varietà.

Nella zona centro-meridionale dell’India del nord, le aree migliori sono le ampie foreste custodite all’interno dei grandi parchi nazionali, dove anche gli uccelli beneficiano degli sforzi per conservare gli habitat originali.
Il luogo con la più alta concentrazione di specie differenti è senza dubbio il Keoladeo Ghana National Park, nei pressi della città di Bharatpur, in Rajasthan (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/02/bharatpur.html).
In particolare durante i mesi invernali, gli ampi specchi d’acqua formatisi dopo il passaggio del monsone, si riempono letteralmente di uccelli migratori che scendono a nidificare, ma durante tutto l’anno la zona ospita un’avifauna estremamente varia.
Oltre a questo, un altro motivo che rende questa riserva ornitologia particolarmente apprezzata è la possibilità di visitarla a piedi o in bicicletta, grazie alle dimensioni ridotte e l’assenza di grandi predatori, a causa dei quali negli altri parchi naturali indiani le visite avvengono a bordo di jeep, mezzo non proprio adatto al birdwatching.
Decisamente migliori, da questo punto di vista, sono i popolari safari a dorso di elefante, seppur i trattamenti a cui vengono sottoposti questi meravigliosi pachidermi durante l’addestramento, dovrebbero far rabbrividire chiunque, non solo gli amanti della natura.

Nelle regioni del nord dell’India occupate dalla catena dell’Himalaya, le grandi foreste quasi incontaminate ospitano un numero sorprendentemente alto di uccelli di diverse tipologie e seppur esistano notevoli differenze stagionali, sono ben frequentate in ogni periodo dell’anno.
Il periodo migliore è sicuramente la primavera, con la natura che si risveglia dopo il lungo torpore invernale (sulle montagne sopra i 2.000 metri può fare molto freddo); la calda estate è anch’essa un buon periodo, seppur alcune specie possano ritirarsi a maggior altitudini ed essere quindi più difficili da avvistare; la stagione delle piogge porta chiaramente numerosi disagi anche agli uccelli, la cui osservazione però è sempre interessante, grazie alla concentrazione della vita aviaria in quei rari momenti di luce in cui non piova (ad esempio, dopo non infrequenti acquazzoni di più di 24 ore, appena smette di piovere i boschi pullulano letteramente di versi di specie d’ogni tipo); anche in inverno gli uccelli concentrano le loro attività durante le poche ore di luce e di sole, e seppur alcune specie si facciano decisamente più schive, è anche possibile avvistare qualche esemplare più raro, spinto spesso nei pressi di villaggi in cerca del cibo che col freddo nelle foreste può scarseggiare.

La zona occidentale del nord dell’India è occupata dagli stati indiani dell’Uttarkhand, dell’Himachal Pradesh e del Kashmir, dove gli splendidi panorami di montagna sono da tempo apprezzate mete turistiche.
L’Uttarkhand è noto per alcuni templi indù piuttosto importanti, spesso situati su remote montagne, e per raggiungere i quali si attraversano varie tipologie di foreste ed habitat frequentati quindi da numerose specie aviarie.
A questo riguardo merita una citazione il pellegrinaggio alla sorgente del Gange (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/08/pellegrinaggio-alla-sorgente-del-gange.html), iniziando dalla cittadina sacra di Rishikesh, tra verdeggianti colline a poche centinaia di metri di altitudine, fino a Gangotri, paesino sacro situato invece a circa 3.200 m s.l.m., per poi continuare, al di sopra del limite degli alberi, lungo il trekking di 18 chilometri, che porta alla grotta dalla quale sgorga il Gange a 4.000 metri di altitudine.

Nello stato dell’Himachal Pradesh i più noti paesaggi di montagna sono quelli che si sviluppano lungo la Kullu Valley, partendo dalla verdeggiante cittadina di Mandi (http://informazioniindiaenepal.blogspot.com/2016/02/mandi.html) a circa 800 m s.l.m. e risalendo il fiume Beas fino a Manali a 2.000 metri di altitudine.
Qui sono presenti molti piccoli villaggi di montagna nelle foreste dei quali vivono e si possono avvistare numerose specie di uccelli: la Valle di Parvati, il paesino di Naggar ed i dintorni di Manali propongono tutti vari tipi di accomodamento, spesso in contesti naturali molto adatti al birdwatching.
Altro piccolo paradiso turistico ed ornitologico, specialmente in primavera, è l’area nei pressi di Dharamsala e McLeodganj (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/09/luoghi-sacri-buddisti-xi-parte.html), in particolare la collina di Dharamkot sopra il paesino di Bhagsu.

Le montagne del Kashmir sono leggermente diverse geograficamente e climaticamente dai due stati precedenti e dal resto dell’Himalaya, ed ospitano quindi un’avifauna molto particolare.
Nella zona occidentale sono presenti ampie vallate e grandi foreste di conifere, che rendono questa parte della catena himalayana piuttosto simile alle Alpi, mentre il Ladakh, la zona orientale del Kashmir, è un’altopiano desertico, estensione geografia del Tibet.

Nella parte orientale dell’Himalaya indiano, stretto tra il Nepal ed il Bhutan, si trova lo stato montano del Sikkim (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/10/lo-stato-indiano-del-sikkim.html) le cui sterminate foreste ospitano un gran numero di specie di uccelli.
La zona meridionale del Sikkim confina con il Bengala Occidentale, dove si trova la rinomata cittadina di Darjeeling, famosa per le piantagioni di thé ed i panorami sul vicino Kangchenjunga, la terza montagna più alta al mondo con 8.586 metri.
Come per l’area occidentale dell’Himalaya, tutte queste zone di colline e montagne, seppur talvolta leggermente urbanizzate, sono dei paradisi per ornitologi professionali ed amatoriali.

Considerando le dimensioni e la quantità di specie di uccelli, probabilmente la zona migliore dell’India è il nord-est, occupato da 7 piccoli stati alquanto remoti e caratteristici (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/10/lindia-nord-orientale-i-parte.html).
Geograficamente la parte a nord del Brahmaputra è occupata principalmente dalle montagne più orientali dell’Himalaya, mentre a sud del grande fiume, si estendono colline ricoperte da foreste incontaminate abitate da gruppi tribali.

A questo bisogna aggiungere che queste aree sono considerate tra le più piovose al mondo, tutti fattori che rendono l’avifauna locale particolarmente varia ed attiva.

lunedì 2 gennaio 2017

Gli uccelli più rari da avvistare in India

L'avvoltoio calvo (sarcogyps calvus)
Dopo la panoramica sugli uccelli più comuni del subcontinente indiano, dedichiamo un post a quelli che sono invece gli uccelli più rari.
La rarità può dipendere da vari fattori, in parte naturali ed in parte causati dall’uomo.
Per alcune specie l’India è un areale di confine o di passaggio, che frequentano o attraversano solo sporadicamente, ma possono essere molto diffuse e comuni in altri paesi.
Alcune specie invece avrebbero in India il loro areale ideale ma, per vari motivi, vivono in condizioni disagiate e sono piuttosto rare.
Bisogna dire che culturalmente l’India continua ad avere un rispetto ed una tolleranza verso gli animali maggiore della media mondiale, ma a causa della sempre crescente popolazione e dello sviluppo che sta iniziando a conoscere il paese, sono sempre in aumento i casi di conflitto tra l’uomo e la natura.

Una situazione molto particolare è quello degli avvoltoi, il cui declino (http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/09/il-declino-degli-avvoltoi-indiani.html) è stato causato dall’uomo inavvertitamente e da qualche anno si sta cercando di porvi rimedio con discreto successo.
La causa del drammatico crollo degli avvoltoi, che ha portato ben 4 specie delle 9 presenti in India sull’orlo dell’estinzione, è stato l’uso dell’antinfiammatorio diclofenac sul bestiame, alimento principale degli avvoltoi, per i quali però il diclofenac è mortalmente velenoso.
Ci sono voluti quasi 30 anni per capire che era questo il motivo del progressivo calo degli avvoltoi, ma per fortuna in poco tempo sono stati trovati altri medicinali che fossero innocui a questi grandi volatili saprofagi.
Purtroppo la ricrescita delle popolazioni è alquanto lenta, ma si stanno già vedendo dei piccoli miglioramenti e per lo meno sembra essere stato debellato il rischio dell’estinzione.
Bisogna anche notare che l’urbanizzazione dell’India sta riducendo gli habitat e le condizioni ideali per gli avvoltoi, quindi in ogni caso difficilmente le popolazioni potranno tornare ad essere numerose come prima della piaga diclofenac.

La gru siberiana (grus leucogeranus)
Un altro caso abbastanza particolare è quello della gru siberiana (grus leucogeranus), della quale alcuni esemplari erano soliti svernare in India, nel Keoladeo Ghana National Park (http://informazioniindiaenepal.blogspot.in/2016/02/bharatpur.html), ma l’ultimo è stato avvistato nell’ormai lontano 2002.
Le cause sono in parte naturali, dovute a ripetute annate di scarse pioggie, ed in parte causate dall’uomo, seppur non dagli indiani.
Questi grandi uccelli migratori infatti, scendendo dalla Russia, devono attraversare l’Himalaya, trovando passaggi a minor quote nel corridoio più orientale, tra remote e travagliate regioni di Afghanista e Pakistan, dove purtroppo non sono assolutamente tutelati e vengono invece cacciati per la carne.
Per questi motivi hanno quindi smesso di scendere in India e si dirigono in Iran.

Tra gli uccelli che più di tutti risentono dell’antropizzazione vi sono quelli terricoli, che hanno bisogno di grandi spazi incontaminati ed essendo spesso scarsi volatori, non sempre riescono a trovare habitat alternativi quando i loro luoghi abituali vengono minacciati.
La grande otarda indiana (ardeotis nigriceps) risente particolarmente della diminuzione di grandi spazi erbosi con bassi cespugli, ed al momento ne sono rimaste meno di 1.000 esemplari, principalmente in Rajasthan e Madhya Pradesh.

Anche il florican del Bengala (houbaropsis bengalensis) è un’otarda in pericolo critico, che vive lungo il Terai, la parte settentrionale della pianura gangetica al confine tra India e Nepal, e nelle aree nord-orientali del subcontinente, dove abita praterie di erba alta con sparse boscaglie.
Al giorno d’oggi la popolazione indo-nepalese conta circa 350 esemplari, un centinaio in Nepal il resto in India, ma sembra che il drastico declino si stia arrestando essendo molti residenti all’interno di aree protette.
Ne esiste anche una separata popolazione nel sud-est asiatico, leggermente più grande e stabile, nonostante in quelle regioni risenta anche della caccia, nel subcontinente indiano quasi assente.

Il corrione di Jerdon (rhinoptilus bitorquatus) venne scoperto nel 1848, ma praticamente non fu più avvistato fino al 1986, quando alcuni esemplari vennero individuati in Andhra Pradesh, nel sud dell’India.
Al momento il numero di corrioni di Jerdon, che abitano foreste di arbusti con ampi spazi brulli, è stimato tra i 50 ed i 250 esemplari, minacciati dalla continua distruzione del loro peculiare habitat, principalmente a causa di estrazioni minerarie e la costuzione di dighe.

La civetta di foresta (athene blewitti)
Un ultimo uccello raro indiano dalla particolare storia è la civetta di foresta (athene blewitti), scoperta e descritta nel 1873, ma sparita dal 1884, per essere riscoperta nel 1997.
Oltre all’esiguo numero di esemplari di questo piccolo e timido gufo di foresta, la sua temporanea sparizione fu causata da una truffa ornitologica perpetrata da Richard Meinertzhagen, un oscuro e controverso militare inglese, che si appropriò furtivamente di numerosi esemplari di uccelli indiani custoditi in musei e collezioni private, per poter poi vantarne la scoperta.
Riguardo alla civetta di foresta, affermò di averla scoperta in Gujarat, dove successivamente si concentrarono infruttuose ricerche, visto che in realtà si tratta di un raro abitante delle foreste del Maharashtra, ben lontane dal Gujarat.

Scoperta negli anni ’90 la natura truffaldina delle affermazioni del Meinertzhagen, gli studiosi vennero a conoscenza della vera zona di provenienza della civetta di foresta e nel 1997 la nota ornitologa americana Pamela Rasmussen fu in grado di individuare nuovamente alcuni dei circa 250 esemplari rimasti.