
Venne composto verso la fine del XVI secolo dal poeta e
santo Goswami Tulsidas, considerato uno dei primi e più importanti autori della
letterattura hindi, seppur il Ramcharitmanas sia precisamente composto in
awadhi, una delle due principali lingue locali da cui si sviluppò l’hindi
moderna.
Tulsidas non scelse per caso questa lingua (ancora oggi
parlata da circa 38 milioni di abitanti tra il nord dell’India ed il sud del
Nepal), invece del sanscrito, considerato fino ad allora l’unica lingua in cui
comporre testi religiosi, ma col preciso scopo di cercare di diffondere,
finalmente, i precetti spirituali anche alle persone meno istruite.
Questo chiaramente non era ben visto dai bramini ortodossi
della sacra città di Varanasi, dove Tulsidas trascorse gran parte della sua
vita, i quali per molto tempo non accettarono il valore religioso della sua opera.
Secondo la leggenda, i suoi oppositori cambiarono
definitivamente opinione grazie ad un curioso episodio che pare essersi
verificato ripetutamente.
Per dimostrare il proprio disprezzo verso Tulsidas e dare
poca visibilità al Ramcharitmanas, quando alla sera chiudevano la stanza che
conservava i testi sacri, i bramini ortodossi erano soliti mettere l’opera di
Tulsidas in fondo alla pila, ma quando riaprivano la stanza il giorno dopo lo
trovavano magicamente in cima, come se una forza divina lo imponesse per essere
il primo e più importante testo da leggersi.
Metricamente il poema è formato da chaupai
(quartine), separate da doha (distici), ma sono presenti anche altre
forme, soprattutto per le invocazioni, spesso in sanscrito, all’inizio delle 7
sezioni principali.
Strutturalmente infatti il Ramcharitmanas è diviso in 7 kand,
dove vengono descritti particolari momenti della vita di Rama: ad esempio, la
prima sezione è chiamata Balkand e narra dei primi anni di vita del dio, da bal,
che significa bambino.
Un’altra caratteristica di questo vasto poema epico, dalla
quale se ne ricavano interessanti riflessioni, è che non si tratta di un’opera
originale, bensì di una rivisitazione del Ramayana scritto in sanscrito dal
poeta Valmiki tra il VI e III secolo a.C..
Oltre a numerose modifiche nei dettagli della storia, con
tagli e aggiunte da altre tradizioni, la differenza principale tra le due opere
è che nel Ramayana viene dato maggior risalto all’aspetto divino dell’uomo
Rama, quindi al suo lato spirituale, mentre nel Ramcharitmanas l’attenzione è
concentrata sull’aspetto umano del dio Rama, quindi alle vicende materiali
della sua vita (lo stesso titolo significa il ritratto, charit, di Rama
come uomo, manas).
Questo permette al lettore una più facile identificazione
che potrebbe essere uno dei tanti motivi per cui questo poema ebbe da subito un
enorme successo e viene ancora oggi ampiamente letto, studiato e discusso.
Purtroppo però una completa identificazione con Rama è
molto difficile visto che nell’opera di Tulsidas viene considerato come
l’essere umano ideale in ogni suo ruolo, di figlio, fratello, marito, padre,
principe, re, amico, guerriero, asceta ed altri ancora.
In realtà in qualche raro episodio il suo comportamento non
è proprio ineccepibile: ad esempio, per uccidere un demone usa un sotterfugio
molto poco elegante, giustificandosi poi quasi con un macchiavellico “il fine
giustifica i mezzi”, un atteggiamento decisamente poco divino.
Bisogna però ricordare che nonostante tutto Rama è comunque
un uomo e fa parte della naturale perfezione umana cedere ogni tanto a qualche
debolezza.
Infine, altro motivo della popolarità del Ramcharitmanas,
Tulsidas scrisse il poema in modo che fosse possibile musicarlo e cantarlo
secondo semplici principi della musica classica indiana.
Sebbene questa caratteristica sia comune a molti testi
sacri indù, essendo scritta in awadhi invece del sanscrito, l’opera di Tulsidas
risulta decisamente più facile da capire e da pronunciare per l’indiano medio.
In occasione di particolari festività, nei templi dedicati
a Rama o al suo fido Hanuman, vengono spesso organizzate delle semplici ma
sentite esecuzioni di circa una settimana, durante la quale, piccoli gruppi di
musicisti, musicano e cantano tutta l’opera per circa 8-10 ore al giorno.
Nonostante la nota devozione degli indiani, al giorno
d’oggi è difficile che molte persone possano dedicare ben 9 giorni a questa
attività (che tra l’altro, alla lunga, potrebbe rivelarsi leggermente noiosa),
per cui torna particolarmente utile la divisione in kand, grazie alla quale i
devoti possono concentrare la propria attenzione sugli avvenimenti a loro più
graditi.
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