
Sebbene
alcune di queste divinità abbiano origini molto antiche, il concetto delle Das
Mahavidya è relativamente recente e legato al periodo della nascita e sviluppo
della corrente dello shaktismo, culto di divinità femminili, intorno al X-XII
secolo.
Di
questo periodo sono i primi testi sacri dove viene esaltato l’aspetto divino
femminile come origine di ogni esistenza e nei quali vengono descritte le Das
Mahavidya come le dieci forme di conoscenza attraverso le quali è possibile
ottenere la conoscenza universale.
Oltre
a far parte della corrente dello shaktismo, le dee di questo gruppo sono
adorate dai praticanti tantrici, la cui filosofia si differenzia dalle correnti
ortodosse, come ad esempio la diffusa vedanta, per l’accettazione della vita
umana come reale e non solo illusoria.
Questo
ha portato il tantrismo a considerare qualunque esperienza come spunto
spirituale per espandere la propria conoscenza, a prescindere dall’eventuale
purezza od impurità, altro concetto opposto al culto induista tradizionale che
stressa particolarmente proprio su questo punto.
Anzi,
per il tantra, più spaventosa e sconvolgente è l’esperienza, maggiore è la
conoscenza che se ne può trarre.
Per
questo motivo le divinità tantriche hanno spesso un aspetto considerato
terrifico: tra le Das Mahavidya ben 6 hanno caratteristiche che, ad un
superficiale esame, potrebbero essere definite addirittura infauste.
Secondo
la mitologia shakta, sono almeno due le versioni principali sull’origine delle
Das Mahavidya, che compaiono in alcuni testi sacri considerati fondamenali per
lo shaktismo.
Nello
Shakta Maha-Bhagavata Purana, scritto intorno al X secolo, la loro apparizione
deriva dal noto episodio riguardante la morte di Sati, la prima moglie di Shiva
(per ulteriori dettagli http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/02/sati.html).
Quando
Sati chiese a Shiva di partecipare ad un grande rituale che aveva organizzato
il padre di lei ma senza invitare la coppia, egli dapprima rifiutò e per
convincerlo Sati si trasformò nelle Das Mahavidya che circondarono Shiva da
tutti i lati (gli otto punti cardinali più “sopra” e “sotto”), al ché questi,
spaventato e sorpreso, diede il suo consenso.
Nel
Devi Bhagavata Purana del XII secolo, le Das Mahavidya nascono invece dal corpo
di Shakambari, una forma della dea Durga, che le generò durante una cruenta
battaglia contro un esercito di demoni.
Prima
di iniziare una breve descrizione degli aspetti più rappresentativi di queste
dieci dee, lasciamo la lista dei nomi: Kali, Tara, Tripura Sundari (o
Shodashi), Bhuvaneshvari, Bhairavi, Chinnamasta, Dhumavati, Baglamukhi, Matangi
e Kamala.
Kali
è la prima e più importante tra le dieci Das Mahavidya, tanto che è infatti
l’unica che possiede un proprio culto anche al di fuori di questo gruppo.
Iconograficamente
è rappresentata da una giovane donna seminuda, con la pelle scura, i capelli arruffati,
la lingua estesa all’infuori, una gonna di braccia umana, una collana di teste e
quattro braccia di cui almeno due reggono un’arma, una spada o un coltello
ricurvo, e un teschio, mentre le altre due formano l’abhaya ed il varada
mudra (posizioni delle mani che rappresentano il primo il coraggio, il
secondo la benedizione della dea).
Date
queste caratteristiche, Kali è considerata una divinità terrifica, seppur i
suoi devoti apprezzino anche i suoi tratti più benevoli.
L’origine
e l’importanza di Kali va ben oltre alla tradizione delle Das Mahavidya, nota
ma pur sempre secondaria, ed è venerata da secoli come l’aspetto femminile
divino più potente dell’induismo insieme a Durga, con la quale condivide un
gran numero di attributi e qualità.
Per
una effettiva descrizione dell’aspetto spirituale di Kali, lasciamo una breve
citazione di uno dei suoi più grandi devoti, il santo Sri Ramakrishna:
Kali
non è altro che Brahman. Ciò che viene chiamato Brahman in realtà è Kali.
Lei
è l’energia primordiale: quando questa energia è inattiva, la chiamo Brahman,
quando crea, conserva e distrugge, la chiamo Shakti o Kali.
Brahman
e Kali non sono diversi, sono come il fuoco ed il potere di bruciare: quando si
pensa al fuoco, si pensa anche alla sua capacità di bruciare.
Se
si riconosce Kali, bisogna anche riconoscere Brahman, in quanto Brahman ed il
suo potere sono la stessa cosa e quello che io chiamo Shakti o Kali è il
Brahman.
La
dea Tara ha origini buddiste e venne presumibilmente introdotta nell’induismo
attraverso i numerosi e prolifici contatti tra la filosofia tantrica buddista
del Tibet e quella tantrica induista dell’India del nord, in particolare dell’area
del Bengala.
Iconograficamente
assomiglia molto a Kali, dalla quale si differenzia per alcuni piccoli
dettagli: Kali ha quasi sempre la lingua protesa all’infuori, Tara veste sempre
una pelle di animale (tigre o leopardo) e spesso tiene tra le mani delle
forbici, con le quali recide i nostri attaccamenti alla vita fisica, rappresentati
nell’induismo dai tre guna, i tre componenti di ogni materia, rajas,
attività, sattva, purezza, tamas, oscurità.
L’etimologia
del nome significa Colei che permette di attraversare il fiume dell’esistenza,
dalla radice sanscrita tar, da cui il verbo hindi tarna,
attraversare ed il suo causativo, tarana, far attraversare.
Radice
verbale dalla quale deriva anche il termine hindi terna, nuotare, e come
per attraversare un fiume a nuoto bisogna spogliarsi dei vestiti, allo stesso
modo per attraversare il fiume dell’esistenza e giungere sulle sponde divine
bisogna spogliarsi dei tre guna.
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