
La qualità della ganja reperibile comunemente nel nord
dell’India non è particolarmente elevata poiché le piante utilizzate sono
spesso quelle di pianura o collina, non molto potenti.
Generalmente è anche poco selezionata, i germogli dei fiori
non sono molto rigogliosi, quindi con poco principio attivo, e possiede
numerosissimi piccoli semi che per essere eliminati prima del consumo
richiedono una lunga e attenta operazione di pulizia.
In parte la bassa qualità della ganja è anche dovuta alla
“competizione” con la resina (charas) che viene prodotta dalle
rigogliose piante che crescono sulla montagne himalayane.
Nel sud dell’India invece, dove non viene prodotta la
charas, spesso le piante per la ganja sono selezionate, producendo della
marijuana decisamente migliore di quella del nord, spesso consumata anche sotto
forma di olio.
La scarsa qualità comunque è in parte dovuta anche al clima,
in India molto caldo e asciutto, che tende a seccare eccessivamente la ganja
che perde velocemente gran parte del suo aroma e dei suoi principi.
Nonostante questo la ganja, come controparte dell’alcohol
dei paesi occidentali, è da sempre consumata con disinvoltura, solitamente in
piccoli chilum di terracotta, semplici pipe coniche, munite all’interno di una
pietra, e dal prezzo irrisorio.
Il tabacco migliore da mischiare con la ganja con cui
riempire i chilum non è quello delle sigarette, bensì quello delle bidi
(le tipiche sigarette indiane costituite da un involucro di foglia), il cui
tabacco è composto prevalentemente da sottili scagliette.
I santoni indù, noti consumatori di ganja, spesso
utilizzano la foglia secca, involucro della bidi, che rimane una volta svuotata
del tabacco, per accendere la pipa, dando fuoco alla foglia e pressandola sulla
cima del braciere, senza dover quindi inalare lo zolfo dei fiammiferi.
Un altro interessante sistema di accensione, tipico di
alcuni santoni, prevede di creare un piccolo gomitolo con i peli delle noci di
cocco, il quale, come la foglia della bidi, viene bruciato e appoggiato sopra
al bracere.
Entrambi i sistemi offrono, per le prime tirate, un
ulteriore aroma che arricchisce quello della ganja.
Al contrario del bhang, seppur l’uso di ganja sia
diffusissimo e tollerato, soprattutto per santoni e asceti che possono fumarla
impunemente, la ganja è ufficialmente illegale.
Nonostante questo, un suo uso “discreto” è ampiamente
tollerato e i rari casi che appaiono sul giornale di arresti per possesso di
ganja riguardano sempre ingenti quantità, da qualche chilo a camion interi.
Nella città di Varanasi esistono addirittura delle
“rivendite fisse”, che consistono in loschi ma inoffensivi personaggi i quali
stazionano, in luoghi ben stabiliti, con un sacchetto di plastica pieno di
confezioni pronte, avvolte in carta di giornale, di due dimensioni: da circa un
grammo, per 1-2 chilum, e da circa 3-4 grammi.
I prezzi sono modesti e se la possono permettere in molti,
tanto che tra i consumatori più assidui si segnalano i guidatori di ciclorisciò.
Uno di questi punti vendita è situato notoriamente in una
zona molto trafficata, vicino a due rari negozi di alcolici, e le operazioni di
vendita e acquisto avvengono talmente alla luce del sole che si dubiterebbe si
tratti di una attività illegale.
C’è capitato addirittura di vedere dei poliziotti in
uniforme comprarsi il loro pacchetto, oltretutto chiedendo e ottenendo uno sconto...
La charas è una sostanza composta dalla resina della
canapa, estratta semplicemente attraverso lo sfregamento dei palmi delle mani
sui germogli in fiore e raschiando successivamente dai palmi la resina che vi
rimane attaccata.
Grazie alle rigogliose piante che crescono sulle montagne
himalayane, la charas è considerata uno dei più apprezzati tipi di hashish,
soprattutto per i forti effetti psicoattivi dovuti alle alte percentuali di
THC.
Come la ganja, la charas viene fumata dentro a chilum di
terracotta ma preferibilmente più spessi e più lunghi, almeno 15-20 centimetri,
a causa del fatto che la resina brucia più lentamente delle foglie ed i piccoli
chilum di terracotta grezza diventerebbero troppo caldi.
Anche la charas è illegale ma la tolleranza verso il suo
consumo è decisamente bassa e si possono avere seri problemi anche se trovati
in possesso di quantità poco più che esigue.
In realtà non esiste nessun particolare accanimento e le
perquisizioni dettagliate e mirate in India sono rarissime, esclusi i confini
delle zone di produzione; la sua diffusione però viene meno tollerata per il
fatto che dato i leggermente più complessi sistemi di preparazione, essa
rappresenti un vero e proprio business, peraltro molto remunerativo.
Business nel quale, stranamente per i parametri indiani, un
grande ruolo viene svolto da stranieri, in particolare, ma non solo, di paesi
occidentali, che in molte zone, come la nota area di Manali, nella Valle di
Kullu, sono coinvolti in pressoché tutte le operazioni: coltivazione, raccolta
e distribuzione.
Sul quotidiano The Times of India di qualche anno fa,
un’intera pagina era dedicata all’argomento charas, nella sezione Dance of
Democracy, che riguardava le elezioni in Himachal Pradesh, dove si trova
appunto l’area di Manali ed altre importanti zone di coltivazione della canapa
migliore per la produzione della charas.
Nonostante l’illegalità e piccoli sforzi da parte del
governo centrale di Delhi per diminuire il sempre crescente consumo, pare che
non esista nessuna intenzione politica neppure per affrontare l’argomento e i
politici dell’Himachal Predesh, a prescindere dallo schieramento politico, molto
salomonicamente si rifiutano di usarlo a fini elettorali.
Lo stato infatti si regge essenzialmente sul turismo,
indiano ed internazionale, di cui una notevole percentuale è attirata dalla
possibilità di gustare in tranquillità uno dei fumi più apprezzati al mondo, e
qualunque tipo di effettivo bando farebbe crollare inesorabilmente l’industria
turistica e quindi l’economia dello stato.
Tra le montagne, oltretutto, sono migliaia le persone
locali che traggono profitto, direttamente o indirettamente, dalla coltivazione
della canapa e dalla produzione della charas, senza la quale anche loro
subirebbero delle enormi perdite economiche che difficilmente potrebbero essere
bilanciate da fonti alternative, come la coltivazione delle mele.
I cosiddetti problemi sociali sono relativi e nonostante il
tono leggermente critico di alcuni articoli, trapelava anche evidente che gli
abitanti locali sono in realtà ben contenti di questa situazione che porta
comunque benessere (e buonumore) in zone di montagna dal clima piuttosto
difficile.
Un articolo dal titolo allarmistico e poco imparziale “Gli
abitanti danno la colpa agli stranieri per i problemi di Kullu” (la città
capoluogo di quella zona), segnalava sì le lamentele di un anziano scrittore
locale, ma riportava anche che gli abitanti dei villaggi dove si produce la
charas sono i primi ad accogliere a braccia aperte gli stranieri, grazie alla
loro riconosciuta onestà, in media superiore a quella degli indiani per quanto
riguarda gli affari e alle loro maggiori risorse economiche.
La polizia locale, seppur pare che recentemente abbia
deciso di porre qualche limite provando a ridurre la diffusa pratica,
effettivamente poco piacevole, di fumare charas apertamente in luoghi pubblici,
ha delle risorse a dir poco limitate, anzi decisamente insufficienti, e seppur
ogni hanno riescano a distruggere numerose coltivazioni, queste rappresentano solo
delle gocce nell’oceano.
Con questo argomento, ai limiti della legalità, speriamo di
non aver scandalizzato nessuno, tenendo anche presente che noi italiani,
secondo recenti studi internazionali, siamo i primi consumatori mondiali di
cannabis a scopo ricreativo, insieme alla Nuova Zelanda, con percentuali di
fumatori abituali che tra gli uomini compresi tra i 15 e i 60 anni raggiungono
ben il 14,6%, senza contare gli ancora più numerosi consumatori occasionali.
Perfino in India, siamo riconosciuti per essere tra i
maggior esperti in materia, nonché, di gran lunga, i migliori produttori di
chilum, tanto che l’espressione “Italian chilum” è sinonimo di pipa di
altissima qualità.
La nomea comunque è fonte di ben poco orgoglio, visto che
secondo le statistiche del giornale siamo anche i primi come numero di
stranieri dichiarati indesiderati dal governo indiano per crimini legati al
business della charas.
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