Oggigiorno si possono ammirare alcune fondamenta di antichi
edifici, i punti precisi in cui il Buddha morì e fu cremato, nonché i moderni
templi e monasteri che i paesi a maggioranza o forte influenza buddista hanno
costruito secondo i propri stili e tradizioni.
Questa intelligente iniziativa venne avviata ormai alcune
decine di anni fa per cercare di promuovere, nei luoghi storici del Buddha,
interessanti ma situati in aree molto arretrate, una qualche forma di turismo
religioso, ma non sta purtroppo raggiungendo gli effetti sperati, a causa di questioni
in gran parte geografiche.
Kushinagar, in particolare, dei 4 luoghi principali legati
alla vita del Buddha, è il più sperduto, o se non altro il più lontano da un
qualsivoglia itinerario turistico e gode quindi di una limitatissima
attenzione.
Grazie all’indubbia importanza storica e
religiosa del luogo, a Kushinagar qualcosa di interessante da vedere ci sarebbe, ma l’area
attorno è piuttosto depressa, il paesino sorto nei pressi del tempio principale
è decisamente poco attraente e le strutture turistiche, come alberghi e
ristoranti, sono ridotte al minimo indispensabile.
Unica nota positiva, la superstrada di circa 50 chilometri
che collega Kushinagar alla più vicina grande città, l’anonima Gorakhpur, è in
ottime condizioni e particolarmente scorrevole, almeno secondo gli standard
indiani.
Un altro piccolo problema “logistico”, che non permette a
Kushinagar di creare una qualche particolare atmosfera, è che le principali
attrazioni, nonché gli alberghi, sono poco comodamente sparpagliati lungo la
strada e la campagna circostante.
E purtroppo il luogo, come accade fin troppo spesso in
India, è sprovvisto della più basilare segnaletica, non c’è quasi nessun tipo
di indicazione e quei pochi cartelli esplicativi sono a dir poco
approssimativi, quando non completamente inutili.
Da decenni tutti gli apparati turistici statali, sia quello
centrale che quelli locali, dicono di fare grandi sforzi per attirare visitatori,
ma non fanno neppure l’essenziale.
L’area sacra principale è racchiusa dentro un ampio
giardino ben tenuto, per accedere al quale non bisogna neppure pagare alcun
biglietto, ma firmare un grande registro semi-preistorico.
Oltre agli scavi in mattoni delle fondamenta di antichi
monasteri sparsi qua e là, al centro del giardino si trovano due grandi
costruzioni color crema.
La prima, a forma grossomodo tubulare, è il Parinirvana
Temple ed ospita una grande e graziosa statua del Buddha dormiente, sdraiato su
un fianco.
La seconda struttura invece è un classico stupa buddista
costruito esattamente dove il Buddha morì, mentre il cumulo di mattoni situato
alle sue spalle dovrebbe indicare il luogo dove venne cremato.
Uscendo dal giardino e girando a destra, dopo qualche
decina di metri, nascosto dietro ad orribili negozi-baracche, si nota il
pinnacolo dorato del Tempio Birmano, un appariscente stupa leggermente
“appiattito”, nello stile della Birmania, sui quattro lati del quale si trovano
delle nicchie che ospitano colorate statue del Buddha.
Molto curiose sono anche delle sculture, disposte
tutt’attorno al tempio, che rappresentano dei monaci, vestiti con una tonaca
scura, in fila per chiedere l’elemosina o per porgere offerte al Buddha
(confessiamo di non conoscere molto a fondo i significati dell’iconografia
buddista).
Poco oltre si trova il Tempio Cinese, un edificio a due
piani in classico stile a pagoda piacevolmente elaborato e dotato di due stanze
per le preghiere.
Nella stanza principale al primo piano trova posto un
altare dominato da una grande scultura dorata del Buddha con ben 12 braccia ed
affiancato da due guerrieri vestiti in tipco stile cinese (e dei quali
colpevolmente non conosciamo né i nomi né la storia, ma sicuramente non erano
lì a caso).
Davanti all’entrata della stanza al piano superiore, sopra
ad un piedistallo tondeggiante è collocata una statua del Buddha classico
cinese, grassoccio, pelato e sorridente, mentre il sobrio altare all’interno
ospita tre statue del Buddha in meditazione, in diverse posizioni.
Tornando sulla strada principale ed attraversato il
paesino, si prosegue verso la barbagia indiana finché non si incontra il
monastero tibetano, piuttosto anonimo all’esterno e dotato di due stanze, una
per la preghiera ed una per le tipiche offerte di burro chiarificato.
Poco più avanti, dall’altra parte della strada, si nota una
grande cupola di mattoni, che dovrebbe essere uno stupa, anche abbastanza
suggestivo, del quale però non sappiamo il nome poiché durante la nostra visita
era chiuso ed il cartellone situato lì davanti era cancellato.
Al contrario, proseguendo la strada principale, superati
2-3 alberghi particolarmente esosi, si giunge nella ben segnalata area del
tempio thailandese, probabilmente il più bello e ben tenuto poiché gode del
patrocinio della famiglia reale Thai.
Il tempio si trova immerso in giardino che ospita una
rigogliosa vegetazione ed è costituito da alcune graziose costruzioni dagli
immacolati muri bianchi e dai tipici tetti spioventi, con tegole d’un
piacevolissimo blu pastello; anche le stanze interne sono riccamente decorate.
Dello stesso stile architettonico sono anche 3-4
costruzioni legate al tempio, che rendono questo breve tratto di strada
particolarmente caratteristico.
Superata la zona del monastero thailandese, sul lato destro
della strada, si trova una grande lastra di marmo che indica la direzione del
“Buddha’s relics distribution site” (letteralmente: sito della distribuzione
delle reliquie del Buddha), e sulla quale sono incise le ultime parole del
Buddha: tutte le cose condizionate sono impermanenti, sforzati con diligenza
(per la tua liberazione).
Il sito è composto da un giardino, protetto da un muro, che
ospita un grande albero ai piedi del quale si trova un piccolo santuario.
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