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Un pozzo pubblico agli inizi del '900 |
Tra i problemi più gravi che
ostacolano e rallentano il progresso nei paesi in via di sviluppo, bisogna sicuramente citare quelli relativi all’acqua.
In alcuni casi è la carenza, cioè la
siccità, come capita notoriamente, ad esempio, nei paesi africani della zona
sahariana; in altri casi è l’eccesso d’acqua, cioè le inondazioni, delle quali
sono invece periodicamente vittima i paesi del sud-est asiatico dal clima
monsonico.
L’India, per mantenere intatta la sua
caratteristica originalità, viene saltuariamente afflitta da entrambe le
calamità.
Talvolta anche all’interno dello
stesso stato, come avviene spesso, quando i monsoni sono erratici (purtroppo non
di rado) nello stato dell’Uttar Pradesh, che occupa gran parte della pianura
gangetica: i distretti orientali chiedono al governo lo stato d’emergenza per
le inondazioni, mentre, a circa 300 chilometri di distanza, i distretti
occidentali lo chiedono per la siccità.
Per quanto riguarda l’abbondanza
d’acqua e le inondazioni, la responsabilità diretta dell’uomo, seppur possa
essere decisiva nell’evitare piccole e grandi tragedie, dipende fortemente
dalla furia degli elementi: le alluvioni indiane, infatti, sono spesso causate
da piogge di proporzioni bibliche in grado di durare per giorno su vastissime
aree.
Questo però rende ancora più gravi le
responsabilità dell’uomo in India riguardo alla carenza: dove va a finire
allora tutta l’acqua in eccesso?
Traducendo alla lettera una, stranamente
colorita, espressione inglese, giù nella fogna (down the drain), visto
che ricerche specifiche ed inchieste giornalistiche hanno appurato che lo
spreco raggiunge addirittura il 70%!
Infatti, l’approvigionamento
dell’acqua in India è “garantito” da tubature che passano nel sottosuolo vecchissime
e inadeguate, ed alle quali i palazzi sono collegati tramite delle pompe
elettriche, azionabili manualmente, che fanno risalire l’acqua fino a delle
cisterne di plastica situate sui tetti.
Dopo una prima notevole porzione d’acqua
dispersa dalle già citate disastrose tubature, una seconda parte viene quindi sperperata
nel collegamento delle pompe, nonché nel “lungo” percorso fino alle cisterne,
di per sé non esenti da perdite...
A quel punto si verifica un altro
passaggio, apparentemente innocuo, che però incide parecchio nello spreco totale,
cioè lo stabilire quando le cisterne sono piene, per cui, in moltissimi casi,
si lasciano le pompe accese finché l’acqua non tracima: talvolta per pochi
secondi, più spesso per alcuni minuti, ma non raramente anche per ore.
Questo perché le cisterne sono quasi
sempre collocate in posizioni scomodissime e gli indiani non hanno ancora
trovato dei sistemi pratici per risolvere questo inconveniente.
Arrivando poi ai vari rubinetti, in
genere distributi nelle cucine e nei gabinetti, ma spesso presenti anche nei
posti più impensabili (ad esempio: cosa mai ci farà un rubinetto sulle scale
del nostro palazzo?), ecco un altro passaggio, per fortuna l’ultimo, durante il
quale si verifica un enorme spreco.
In particolare sembra normale che
tutti i rubinetti indiani, in primis quelli delle docce, non interrompano
immediatamente il flusso dell’acqua una volta chiusi, ma misteriosamente
continuano a gocciolare a lungo, spesso eternamente, creando il frequentissimo
fenomeno del gabinetto mezzo allagato (spesso dovuto anche ad altrettanto
misteriosamente trasudanti tubi), che probabilmente accomuna gli indiani di
tutto il paese più di qualunque cosa, anche del cricket, visto che lo si può
riscontrare dagli alberghi a quattro stelle, fino alle baraccopoli.
Per gli alberghi a cinque stelle
manchiamo di esperienze dirette, ma non ci stupiremmo se qualche tubo o
rubinetto gocciolasse anche nel mitico Taj Hotel di Mumbai, altrimenti non
sarebbe “vera” India.
Date queste premesse, pochi mezzi e scarsa
conoscenza, la soluzione al problema risulta davvero difficile, visto il numero
elevato di responsabili, e ci siamo limitati a discutere del semplice approvigionamento,
senza entrare nel delicatissimo, e di nuovo quasi disastroso, argomento della
qualità dell’acqua.
Dopo tutti i passaggi che abbiamo
enumerato, è inutile evidenziare le infinite possibilità che questa venga
infatti attaccata da agenti inquinanti.
Partendo dalle tubature, che scorrono
sottoterra spesso pericolosamente vicine agli scarichi fognari, si arriva alle
cisterne, lasciate sui tetti a sostenere la furia degli elementi, e rarissimamente
al centro di necessarie opere di pulizia e manutenzione.
A questo va aggiunto che, soprattutto
durante la lunga stagione calda indiana, le cisterne d’acqua sui tetti sono spesso
prese di mira da assetate scimmie, gatti e uccelli, quindi l’acqua che proviene
dalle cisterne, garantita con un po’ di fortuna 24 ore al giorno, risulta però
essere decisamente impropria per quasi tutti gli usi domestici, esclusi giusto lavare
i pavimenti e il bucato.
L’acqua migliore è quindi quella che
viene erogata mentre le pompe sono in funzione, poiché arriva direttamente
senza passare dalle cisterne.
Ogni appartamento indiano, per quanto
“sgarruppato”, di solito è dotato di un rubinetto dedicato proprio a questo
scopo, cioè quello di funzionare solo quando la pompa è accesa; se quest’acqua
viene successivamente trattata in qualche modo – ad esempio bollita, oppure con
pastiglie di cloro o sodio, o ancora meglio purificata attraverso uno dei numerosi
sistemi disponibili sul mercato indiano – può essere considerata sicura a tutti
gli effetti, perfino per dissetarsi.
Tutto questo spiega il grandissimo
successo dell’acqua imbottigliata, non solo per i delicati stomaci stranieri,
ma anche per gli indiani stessi, o almeno chi di loro se la può permettere, seppur,
anche in questo caso, non sono escluse spiacevoli sorprese: soprattutto durante
la stagione calda, quando la richiesta d’acqua potabile è elevatissima, nascono
come funghi piccole fabbriche per l’imbottigliamento dell’acqua, le cui
condizioni igieniche sono spesso a dir poco agghiaccianti.
Tutti gli anni nei mesi di
Aprile-Maggio, nel distretto di Varanasi, la polizia perquisisce, e in genere
chiude, parecchie attività di questo tipo, dove spesso viene anche prodotto del
pericolosissimo ghiaccio, probabilmente il veleno più pericoloso dell’India per
gli esseri umani dopo quello del corba reale.
Seppur bisogna ammettere che le marche
più famose possono essere ritenute sicure ed esenti da ogni rischio, bisogna
anche ricordare che l’acqua indiana in bottiglia non proviene da sorgenti
alpine, come siamo abituati nel fortunato Bel Paese, bensì dal sottosuolo e
purificata attraverso il processo dell’osmosi inversa, scientificamente
accurato, visto che viene utilizzato anche sulle navi per rendere potabile
l’acqua di mare, ma che priva l’acqua di minerali ed altri importanti elementi.
La storica marca Bisleri (dal nome del
primo imbottigliatore d’acqua in India, lo svizzero Bisleri), mantenendosi
sempre all’avanguardia, ha prodotto ultimamente una serie di bottiglie sulle
quali è scritto “with added minerals” (con aggiunta di minerali), decisamente
importanti, soprattutto quando le temperature superano i 40 gradi, in India
molto spesso e molto a lungo.
Il vago gusto “di piscina” che può
avere talvolta l’acqua indiana imbottigliata si suppone provenga dai necessari
processi di sterilizzazione, oltre che dalla già citata osmosi, ma ci si abitua
abbastanza in fretta.
La situazione è leggermente migliore
in montagna, dove invece, misconosciute marche locali possono spesso vantare
piccole sorgenti montane, per cui l’acqua torna ad avere qualche elemento
naturale nonché il suo tipico ed
apprezzato insapore.
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